Ci sono due modi di non amare l’arte. Uno è di non amarla. L’altro di amarla razionalmente.
Oscar Wilde (da Il Critico come Artista)

Ci sono opere d’arte davanti alle quali si può incorrere nella sindrome di Stendhal, ché tanta bellezza porta alla vertigine:pare che noi italiani, che ne abbiamo fin troppa, ne siamo immuni, forse perché alla bellezza ci si abitua sempre e al brutto proprio mai. Nella rincorsa consumistica al nuovo, che non ha certo risparmiato il mercato dell’arte, la ricerca della novità spesso conduce infatti a un vicolo cieco, fatto di continue provocazioni che di artistico e bello hanno poco se non il prezzo, per chi vende, ovviamente.

Il compito di un’opera d’arte, se tale, è di toglierci il fiato e azzerare le parole:ci lascia giusto lo stupore mentre lo sguardo abbraccia il suo insieme e coglie quella bellezza che, da sola, è capace di raccontarci la mano e la mente che l’hanno creata, e che spesso appartengono a un artista che oggi non trova posto nel mercato, ma che avrà un futuro nella storia dell’arte.
Ce ne accorgiamo, quando siamo di fronte a un’opera d’arte, perché ci costringe a confrontarci con noi stessi, con quel linguaggio universale che si mantiene attuale in ogni epoca e latitudine, come un romanzo scritto 200 anni fa ma che pare scritto oggi.
E se, per sensibilità e cultura, abbiamo la fortuna di riconoscere l’opera che ci sta innanzi, allora non aspettiamo che arrivi qualcuno con i consigli per gli acquisti e ce la portiamo a casa, nella duplice veste di collezionista e mecenate, dal momento che stiamo comprando quello che ci piace, liberi d’ogni condizionamento razionale.

Molto più spesso capita invece di trovarmi di fronte al lavoro di artisti contemporanei che mi fanno sorgere spontanea una domanda:

Perché mai costui ha sentito l’urgenza di produrre tutto ciò?

Poi un occhio cade sulla quotazione:sproporzionata, ma perfettamente in linea con i dettami del mercato modaiolo, nella maggior parte dei casi è solo un prezzo gonfiato per imporre il sedicente nuovo ed eclatante che, non essendo ancora passato al vaglio della storia e dei cicli economici, presto si rivela essere un bluff, con buona pace di chi magari è stato convinto a fare un buon investimento.
Perché il mercato dell’arte contemporanea mi ricorda sempre di più quello della moda, dove vale tutto, ma solo per una stagione:modelli e colori in voga adesso, già nella prossima non li compreremmo più, se non in saldo a prezzi stracciati.
I prezzi lievitano, i nomi degli artisti salgono ma ciò che oggi è à la page, domani è out, fuori moda. E purtroppo anche fuori mercato, a volte nel breve spazio di un anno.

E arriviamo dunque all’annosa questione del coefficiente attribuito all’artista in virtù del suo curriculum, che è da sempre legato a fattori che non condivido per niente.
Ritengo assurdo che si giudichi il valore di un artista in base al nome della galleria e del critico che lo rappresentano, all’insieme di mostre istituzionali alle quali ha partecipato e ai premi che vinto, lasciando per ultimo, se non sospeso, il giudizio sul suo bagaglio tecnico, stilistico e poetico.
L’arte che viene immessa sul mercato attualmente è studiata per correre incontro al pubblico, in una manovra che riduce l’artista a semplice strumento di marketing, che spesso e volentieri non produce più il suo lavoro in prima persona, forse nemmeno il concept dell’opera stessa.
Nella corsa al nome nuovo i ritmi imposti sono frenetici, troppe volte s’attinge a leve giovanissime accecate dal miraggio del successo, che accettano interferenze pesanti anche nella parte più sacra della loro creatività, col risultato di un abbassamento del livello qualitativo della proposta artistica globale:cancellati il reale valore dell’oggetto d’arte e il senso dell’opera così com’è sempre stato concepito da che esiste l’uomo, resta quella bolla che periodicamente si sgonfia, lasciando a piedi artisti e investitori.

No, non credo che tutti questi artisti passeranno alla storia, anche se oggi espongono nel gotha delle istituzioni, fanno la loro comparsata alle fiere più collaudate e hanno- fin che dura – prezzi da capogiro.
Credo che l’artista meritevole del titolo sia colui che lavora consapevolmente a qualcosa di più grande, nel tentativo quotidiano di afferrarlo per consegnarlo ai contemporanei e tramandarlo ai posteri, svelandoci ciò che noi, presi dal banale quotidiano, non riusciamo a vedere a occhi nudi.
Nell’ultima intervista rilasciata al New York Times, ecco cosa sostiene Umberto Eco in merito alla posterità dell’opera d’ingegno:

Qualsiasi scrittore, artista, musicista o scienziato è profondamente interessato alla sopravvivenza del suo lavoro dopo la morte. Diversamente sarebbero degli idioti. Credete forse che Raffaello non fosse interessato a cosa sarebbe successo ai suoi dipinti dopo la sua morte?E’ un altro aspetto del legittimo desiderio umano di sopravvivere a sé stessi in qualche modo, e questa è anche la radice di ogni religione. E’ essenziale avere questa speranza quando si lavora su qualcosa di creativo. Altrimenti sei solo una persona interessata a far soldi, per avere donne e Champagne. Non ami il tuo lavoro se non speri che ti sopravviva.

E sono sempre di più gli operatori del settore convinti che la figura dell’artista sia stata fatta sconfinare, a tavolino, in una deriva da star system hollywoodiano che ne ha minato il lavoro alle fondamenta, a causa del carico di falsità e mondanità che non gli dovrebbero esser proprie e che con il presunto antesignano Andy Warhol non hanno nulla da spartire, fatti salvi i 15 minuti di celebrità da lui prefigurati in molti di questi casi.
Recentemente intervistato da Alain Elkann su La Stampa, Fabrizio Moretti, notissimo gallerista italiano a Londra, ha risposto molto sinceramente a due domande circa gli artisti e gli investimenti:

È vero che lei volutamente non frequenta gli artisti?
Non li frequento perché molti hanno perso di vista la loro vera missione e pensano di essere delle star. Il successo porta a pensare che uno sia più bravo di quanto in realtà non è. Invece Giorgio Morandi o Pontormo o più recentemente Lucian Freud stavano in studio e lavoravano tutto il tempo.

Girano tanti soldi nel mercato dell’arte?
Sì, molti soldi. Spesso mal spesi. Ma un Bacon a 150 milioni di dollari, un Jeff Koons a 40 milioni di dollari, cosa vuol dire? Il mercato ha perso la testa? Koons è geniale come intenditore del suo lavoro: ha fatto dello star system la sua carriera, quindi credo che il suo Cane, che ha raggiunto 40 o 50 milioni di dollari, sia una vera follia. Con quella cifra si potrebbe costruire una piccola pinacoteca di pittura antica di altissimo livello.

Non è un dettaglio che intanto le opere dei tanto reclamizzati – e sopravvalutati – artisti della nuova avanguardia cinese abbiano perso negli ultimi 5 anni fino al 50% del loro prezzo di stima iniziale, così come è calata anche l’emergente arte contemporanea mediorientale, per non parlare di alcune opere di Damien Hirst che si sono deprezzate anche del 300%.
Tutti questi prezzi di arte contemporanea sono cresciuti troppo in fretta nel giro di pochi anni, dimostrando di non reggere dentro a quello stesso sistema che, con troppa disinvoltura, li aveva gonfiati.
Si sente, da ogni parte, il bisogno di un ritorno alle opere di qualità proposte a prezzi realistici ma, prima di tutto, bisognerebbe tornare a produrle.
Mi sento pertanto di suggerire agli artisti – quelli che hanno ancora qualcosa da dire – di tralasciare per un attimo la preoccupazione del curriculum per tornare a impugnare pennelli e tavolozze, concentrandosi sul proprio lavoro:costa più fatica, sacrifici, notti insonni e tanta forza di volontà, ma è solo questo perseverare che alla fine paga.
Prima di apparire bisogna fare lo sforzo di esserci, perché l’artista, più di tutte le altre categorie dell’ingegno, è l’unico essere umano che può morire due volte:è lui, o lei, a poter scegliere se rimanere per sempre o se trascinarsi anche la propria opera nella tomba.
A voi la scelta.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

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