È questo il tempo delle lamentazioni del tutto giustificate per l’andamento dell’economia. Anche la cultura è una malata tutt’altro che immaginaria, dove l’arte e l’editoria boccheggiano. Pare che delle 70.000 pubblicazioni, di varia letteratura e storia che, annualmente, appaiono nelle librerie italiane, circa il 60% rimanga invenduto. In forte crisi il mercato dell’arte moderna, quello dell’Ottocento e del Novecento storico, in special modo per le opere di maestri che hanno prodotto male e serialmente, quando il collezionismo acquistava le loro firme, senza soffermarsi troppo sulla qualità.

Oggi, difficilmente si trovano compratori generosi per le brutte marine di Carlo Carrà e per i giocatori di toppa, frettolosamente eseguiti da Ottone Rosai in epoca tarda.  In Italia, i pochi operatori rimasti sulla scena del mercato riescono a collocare opere solo dai 100.000 euro in su, mentre è in totale crisi la fascia più bassa. All’estero sono di scena cifre miliardarie per gli artisti tedeschi ed americani. Gli italiani privilegiati sono Fontana, Burri e Cattelan. Un esempio? Se si esaminano le recenti vendite di Londra e di New York presso le case d’asta  Christie’s e  Sotheby’s si rimane impressionati dalle aggiudicazioni ottenute da Lucio Fontana e da Alberto Burri, da 1,5 a 2,5 milioni di euro. Da decenni il paracadute per il loro mercato si chiama internazionalizzazione, con vendite record all’asta, con le mostre in musei di prestigio europei e americani, ed è anche il modo giusto per far sognare i collezionisti che, negli anni passati, hanno investito in modo spropositato in questi due nostri sperimentatori dell’arte astratta e informale.

Questo significa che, al di fuori di costoro, tutto quello che si è prodotto in Italia dagli anni Cinquanta a oggi è da buttare alle ortiche, a cominciare dalle opere di Renato Guttuso, di cui si commemorano quest’anno i cento anni della nascita? In effetti, quello in cui crediamo è che il dipinto, la scultura, l’acquerello, il disegno e l’incisione, non sono prodotti di consumo, e neppure status symbols, il cui successo si lega a un marketing sapiente gestito da capaci operatori.  L’oggetto d’arte non è un titolo azionario, ma un’emozione squisitamente culturale, una spesa giusta e corretta, che deve essere accessibile a chi sa guardare con i propri occhi e a chi sa capire con la propria mente. E allora, come si stabilisce il valore di un’opera d’arte? In molti modi, ma non di certo con l’astuzia di un negoziato studiato a tavolino.

In Italia, i giochi sono stati fatti all’inizio degli anni Settanta, quando una parte dei nostri mercanti e critici  hanno seguito il feretro, del tutto inventato,  della morte dell’arte. L’arte concettuale è stata il veleno, e lo è  tuttora, che percorre anima e vene degli operatori culturali e di mercato, che ogni anno cambiano cavallo e proposte, alla ricerca di nuovi Fontana, di nuovi Burri, augurandosi che il colpaccio Cattelan si ripeta anche per loro.  In questo contesto non edificante, credo che il nostro compito sia quello, prima di tutto, di non permettere l’oblio delle eccellenze creative dei pittori nati fra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso, e che hanno operato in ambito figurativo tra il 1945 e il 1970. Anche se sembrano spariti del tutto dallo scenario del mercato italiano, non è lecito che sia cancellata la memoria di Renzo Vespignani, di Gianfranco Ferroni, di Bruno Caruso, di Giuseppe Guerreschi, di Giannetto Fieschi e di tanti altri.  Dove sono finite le loro opere? Vengono alla mente i versi  di apertura dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters:

Tutti, tutti, dormono, dormono sulla collina.

E allora non possiamo più scendere a patti con l’indifferenza. Raccontiamo  di ognuno di loro la vita che hanno vissuto, rammentiamone i risvolti sociali ed esistenziali più struggenti, e cerchiamo di mantenere vivo il loro messaggio estetico ed etico, che vale ancora e non ha prezzo.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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