Il nome di Dora Maar richiama solitamente quello di Pablo Picasso, rapportato alle sue tante amanti e muse; tutt’al più con il valore aggiunto di un profondo rapporto intellettuale, anche perché Dora parlava perfettamente lo spagnolo. La personalità e la carriera di questa singolare fotografa, colta, acuta e anticonformista, meritano però ben altro, come rivela la prima mostra a lei dedicata in Italia, Dora Maar. Nonostante Picasso, allestita nel piano nobile di Palazzo Fortuny, a Venezia, e aperta fino al prossimo 14 luglio. Promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, su progetto di Daniela Ferretti, è stata curata dalla storica e critica d’arte Victoria Combalia, catalana – che con la Maar ha avuto contatti diretti nel suo ultimo periodo di vita, concluso nel 1997, a Parigi – autrice della sua più esauriente e attendibile monografia. Qui ha raccolto un centinaio di fotografie, provenienti da musei e collezioni private, con lavori inediti.

Dora nacque a Parigi il 22 novembre del 1907, figlia di un famoso architetto croato affermatosi a Buenos Aires e di una francese, e il suo vero nome era Henriette Théodora Markovitch. Crebbe prima a Parigi, poi nella capitale argentina, e al ritorno nella Ville Lumière, compiuti gli studi secondari, iniziò a frequentare i corsi di pittura all’Académie Lhote, dove strinse amicizia con Henry Cartier-Bresson, che le suggerì di accorciare il suo nome in Dora Maar. In breve tempo, su consiglio del critico d’arte Marcel Zahar, abbandonò l’Académie e s’iscrisse all’École de Photographie de la Ville de Paris.

Nel 1931 – dopo essere stata assistente del fotografo polacco Harry Ossip Meerson, leader a Parigi nel campo della moda, e aver collaborato con Brassaï – aprì uno studio fotografico insieme allo scenografo Pierre Kéfer, operando nei settori moda e pubblicità.
Le foto che uscivano dal loro laboratorio, pubblicate su “Madame Figaro” e altre tra le maggiori riviste, erano siglate con la firma di entrambi ma scattate quasi tutte da lei, con un’impostazione estetica austera e realista. Alla fotografia commerciale alternava quella sperimentale con ritratti e nudi, questi ultimi destinati anche a riviste erotiche.
Con la sua inseparabile Rolleiflex, Dora amava ritrarre pure la vita quotidiana dei sobborghi della capitale: operai, poveracci, venditori ambulanti, mercatini e botteghe stravaganti – quella di tatuaggi o del mago – ripresi, secondo la situazione, con piglio ironico o con coinvolgimento pietoso soprattutto se i protagonisti dell’inquadratura erano bambini.

Lo stesso occhio scrutatore si ritrova nelle immagini di un solitario viaggio in Spagna, nel 1933: si tratta di scene di povertà tra le baracche di legno

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del quartiere Somorrostro di Barcellona e di spaccati di vita popolare al mercato della Boquería sulla Rambla. Altre foto di strada le farà l’anno dopo a Londra, dimostrando di saper cogliere nei personaggi ritratti la forte evocazione esistenziale che essi comunicavano: come in Niente elemosina, voglio un lavoro, che rappresenta un signore abbigliato di tutto punto mentre vende fiammiferi ai passanti, esibendo un cartello con scritto: ho perso tutto negli affari.

Dora e i surrealisti

Sensibile ai problemi sociali, Dora Maar si allineò con il gruppo teatrale Octobre, animato da Jacques Prévert, che organizzava brevi rappresentazioni per le strade e nelle fabbriche in sciopero per diffondere le idee marxiste, dando vita a un teatro proletario. Nel 1935 entrò a far parte della fazione di estrema sinistra Contre-Attaque, fondata dal teorico del Surrealismo André Breton e dall’antropologo George Bataille, con il quale ebbe un breve rapporto affettivo, sfociato in una lunga amicizia. Fu lui a introdurla nella cerchia dei surrealisti e in tale milieu, avverso alle convenzioni sociali e culturali, si trovò subito a proprio agio partecipando a varie iniziative. Breton le dedicò l’edizione originale del suo secondo Manifesto del Surrealismo (A toi dans l’Amour où il n’y a plus ni nuit ni jour); Man Ray, folgorato dal suo fascino inquietante, la immortalò in ritratti leggendari, due dei quali, del 1936, sono ora in mostra accanto a uno, del 1946, del grande ritrattista Izis e ad altri di anonimi.

La si vede «bella, con un naso diritto e pronunciato, labbra scarlatte perfette, mento fermo, mascella un po’ prominente che le conferiva un piglio energico, capelli castani e folti, pettinati morbidi all’indietro, e ciglia come le spesse antenne delle lucciole»: così l’avrebbe descritta James Lord, lo scrittore americano di quindici anni più giovane che divenne suo grande amico.

Del periodo surrealista sono esposti fotomontaggi, sovrapposizioni e collages: composizioni nelle quali realtà, sogno e fantasia si fondono in un insieme di notevole eleganza; così nei barocchi Nudo e candeliere e Ciechi a Versailles, costruiti sulla sua particolarissima propensione a dare evidenza agli occhi, siano quelli spalancati dei quattro bambini che guardano fissi verso la fotografa, oppure quelli stranamente espressivi del gruppo di non vedenti, variamente atteggiati. Altro suo pallino, qui debitamente fatto risaltare, erano le architetture, soprattutto i portici, messi a fuoco con lunghe fughe prospettiche e un soggetto centrale, creando distorsioni in camera oscura per rendere instabile l’immagine; un esempio singolare è 29, rue d’Astorg, con una figura in primo piano su cui alita un’aura dechirichiana.

Nella sua regia della figura, spicca il nudo della modella Assia, per il netto contrasto tra il corpo ripreso frontalmente, posto a margine dell’inquadratura, e la sua ombra che, dominante sulla parete di fondo, diventa con artifici di luci una massiccia figura di profilo, le cui gambe paiono in movimento, dando l’illusione che si stia allontanando dalla modella.
Non mancano, perché rappresentativi delle sue frequentazioni, i ritratti fatti agli amici: Nusch, sposata con il poeta Paul Éluard, il figlio e la moglie di Breton, la poliedrica artista Léonor Fini, il giovane Jean Louis Barrault (avviato a diventare il più famoso dei mimi, nonché attore e regista), lo scrittore Georges Hughet, il chiacchierato e bellissimo poeta surrealista René Crevel.
La datazione delle fotografie in rassegna si ferma al 1936; poi il soggetto esclusivo di Dora Maar diventerà Picasso, fino a quando egli la convincerà a dipingere e ad abbandonare la sua Rolleiflex e la sua Leica, nonostante il talento ampiamente riconosciuto.

Dora e Picasso

Éluard presentò la fotografa al pittore catalano nel gennaio del 1936, sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir. A primavera Picasso la rivide seduta a un tavolo del Café des Deux-Magots, mitico ritrovo parigino di intellettuali e artisti: elegante, sofisticata, tenebrosa, si era tolta i guanti neri bordati di piccoli fiori rosa, scoprendo le sue magnifiche mani con le unghie laccate di rosso. Con un coltello cominciò un gioco sadomaso facendone saltellare ritmicamente la punta tra le dita di una mano, senza fermarsi quando si scalfì e un po’ di sangue schizzò sui suoi guanti. Questa visione lo ammaliò; le chiese di lasciargli tenere per sé quei guanti, che avrebbe conservato per sempre in una vetrinetta del suo studio. La Maar aveva ventinove anni, lui cinquantacinque, una moglie e una relazione con la giovane modella Marie-Thérèse Walter, rimasta incinta, che Picasso non esitò ad allontanare per legarsi alla Maar. La loro storia iniziò con una reciproca feconda creatività: lei lo fotografava e lui la dipingeva. Soltanto a Dora fu permesso nel 1937 di riprenderlo mentre lavorava a Guernica, e dei suoi scatti, a centinaia, ne sono rimasti sessanta: dieci di essi sono esposti al Fortuny.

Il loro fu per sette anni un rapporto intenso ma tormentato, dominato dall’impulso di Picasso di sottomettere una donna tanto libera e misteriosa. La raffigurò in decine di tele con stravaganti cappelli in testa, deformandone le sembianze in scomposizioni cubiste. Allorché il loro legame si fece più inquieto, nonostante dicesse di lei che era la sola compagna con la quale riusciva a ridere e a conversare, la interpretò nella serie della Donna che piange col volto straziato e fazzoletti per asciugare le lacrime. In questi ritratti, i più avvincenti che egli abbia mai realizzato, anticipava inconsapevolmente un dolore che avrebbe portato Dora fuori di senno, logorata dall’essere sia adorata come una dea, sia umiliata da abbandoni, tradimenti e dalle critiche al suo lavoro di pittrice, che nel loro ambiente e nelle gallerie sarebbe invece stato apprezzato. La guerra portò a Dora molta angoscia, con l’invasione tedesca, la fuga del padre in Sud America per paura di essere scambiato per ebreo, l’arresto della madre nel 1942, che fu poi liberata ma morì poco dopo. Quando, nell’estate del 1943, Picasso si invaghì della pittrice ventunenne Françoise Gilot, per Dora Maar fu il crollo totale.

«Dopo Picasso può esserci solo Dio», andava dicendo; e trovò conforto nella religione, ma con eccessi di fervore. Preoccupati del suo stato, Picasso e l’amico Éluard la affidarono alle cure dello psicanalista Jaques Lacan, che non riuscì però a liberarla completamente da un profondo smarrimento. Stava rinchiusa nel suo appartamento parigino, in rue de Savoie, e passava lunghi periodi a Ménerbes, in Provenza, nella casa che il suo Pablo le aveva regalato. La si vedeva raramente a incontri mondani; continuò comunque a dipingere e a esporre fino al 1958: poi più nulla per oltre trent’anni.

Il ritorno di Dora

I dipinti di Dora Maar sono riapparsi nel 1990, in un’esposizione alla Galérie 1900-2000 di Parigi, dove l’anno seguente è stata presentata una serie di sue fotografie. Nel 1995 Victoria Combalia ha organizzato alla Fundación Bancaixa di Valencia, in Spagna, la prima grande retrospettiva di fotografie e dipinti. Due anni dopo, quasi novantenne, Dora Maar si spegneva; nell’appartamento di rue Savoie rimaneva un tesoro – che finì venduto all’asta con ogni suo bene – di documenti, venticinque foto di Picasso, scattate nei giorni in cui il loro amore era felice, e numerosi ritratti che lui le aveva fatto. In quest’ultimo decennio il lavoro di Dora Maar è stato portato in luce ancora dalla Combalia in una mostra itinerante per l’Europa, accendendo l’interesse di collezionisti, disposti a sborsare cifre sorprendenti per ogni sua fotografia.

Nei lunghi anni di silenzio, la sua complessa personalità venne ripetutamente evocata con ammirazione da Françoise Gilot nel libro di memorie Vivre avec Picasso, pubblicato nel 1964 e ristampato in seguito.
E fu la scrittrice americana Gertrude Stein – cara amica di Picasso, la sua prima mecenate e sostenitrice – a scrivere che per il genio catalano fu l’unica delle tante amanti capace di stargli alla pari in levatura mentale, se non addirittura a superarlo; e con un tale livello di intesa da fargliela amare – lo si sentì dire proprio da lui – come se lei fosse un uomo.

About The Author

Elsa Dezuanni
Storica dell'Arte

Vive e lavora a Treviso. Storica dell’arte, ha pubblicato vari studi su Lorenzo Lotto. Da diversi anni è curatrice di cataloghi e mostre d'arte contemporanea presso musei civici. Giornalista, scrive di critica d'arte in riviste di settore e quotidiani.