Dice un antico detto: «Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume». Alcuni artisti sanno riversare la vita in corso nella tela, come lava colorata e vibrante dei propri giorni. Se le loro opere potessero parlare, narrerebbero storie: quella di chi lo ha creato, quella di chi lo guarda, rivivendo scene della propria vita legate a note sagome e luci metropolitane. Domenico Marranchino è un concentrato vivente di energia, entusiasmo, passione. Dalle sue opere emerge quel tipo di vibrazione sincera che riesce a raggiungere chi osserva quando un artista decide di mettersi completamente in gioco, abbracciando una vocazione antica.

Racconta l’artista:

L’arte è in grado di darti tutto, ma altrettanto ti chiede tutto. Fino a quando non ti metti davanti a una tela bianca senza più nessuna rete di protezione, non sei in grado di percorrere sino in fondo i tuoi sentieri interiori, ognuno dei quali ti porterà a nuove espressioni, nuove scoperte, stanze da abitare e vivere pienamente, prima di muoversi di nuovo per scoprirne altre.

E il nuovo giunge senza cercarlo, solo quando si riesce a vivere pienamente il presente, anche quando è drammatico, doloroso. Abitare in un vicolo, in una stanza, anche quando sembra senza via d’uscita, esplorarli completamente. Ma quanta strada per giungere sino a qui: molti dicono di aver vissuto più di una vita, ma solo qualcuno lo ha fatto veramente. Marranchino è originario di un piccolo paese della Basilicata, che lascerà stabilendosi a Milano solo al termine degli studi superiori, per intraprendere un’attività di piccolo imprenditore nel campo dell’edilizia. Vivrà inizialmente nel quartiere Isola, in via Pepe, scoprendo in una soffitta la possibilità e il desiderio di potersi dedicare alla pittura. Ma alcune passioni sono troppo pervasive e totalizzanti per poter convivere con obblighi di vita quotidiana: un lavoro, dei bimbi da crescere. Domenico decide di chiudere quella porta. La sua azienda va molto bene, e il tenore di vita decisamente alto gli permette di viaggiare, inseguendo molti sogni e conquiste: viaggi, belle auto, incontri interessanti. Vive in Russia per due anni, si risposa, torna in Italia. Poi, improvvisamente, una grave malattia, e tutto cambia.

Una serie di conseguenze legate a essa gli impongono un brusco cambiamento di vita:

La malattia ha spazzato via tutto, tutto quanto di futile avevo attorno a me. Ero un uomo ricco; ora conduco una vita più modesta, ma molto più autentica e vicina a ciò che sento davvero mio. Mi ha riportato, anche se in maniera traumatica e dolorosa, a quanto ho sempre sentito essere la mia più profonda e autentica ragione di vita: la pittura.

Quando esce dall’ospedale, ha perso completamente la voce. Trascorre lunghi mesi in casa per affrontare una lunga convalescenza:

Stavo in piedi anche grazie a tre bustine di carbonato di calcio. Ero quasi sempre a casa solo, molto sofferente e circondato da decine di scatole di medicinali vuote. Un giorno, prendo una di queste scatole e inizio a dipingerci sopra. Un bel risultato! Passai poi a dipingere sopra i contenitori di colori della Maimeri.

La prossima primavera molte di queste scatole, ma non solo, verranno esposte presso la Fondazione Maimeri in occasione di una mostra dedicata all’artista. Quando le condizioni di salute glielo permettono, Marranchino inizia a dedicarsi a tempo pieno alla pittura, affittando un piccolo studio proprio sul retro di una galleria d’arte di Milano, nei pressi di Corso Garibaldi. Un giorno, dopo alcuni mesi di sperimentazione, prende il coraggio a due mani e si presenta alla gallerista:

Vuoi vedere dei quadri orribili? Vieni, seguimi.

Le sue prime opere sono piene di rabbia, aggressività, dolore. Si intravedono corpi di donne sotto a una coperta cromatica di schizzi, graffi, tagli: opere di sfogo e liberazione. Una possibile armonia di forme, ma talmente nascosta sotto stratificazioni da rendersi decisamente più simile a una melodia sconnessa che a un componimento ascoltabile. Accanto ad esse, alcune delle sue prime opere colorate ed energiche, iniziano a ritrarre il profilo di una Milano in cambiamento: i cantieri aperti dei grattacieli di Porta Nuova. I quadri non censurano nulla: sono ritratte anche le gru, in prima linea o a un raggiungibile orizzonte, accanto ai profili di un nuovo skyline. I tratti sono catramosi, imperfetti, l’artista lavora solo con la spatola. Il risultato è di grande impatto. Le auto sembrano schizzare sull’asfalto, proiettando assieme alla luce dei fari anche il loro dinamismo, frettoloso e incalzante. Fotogrammi di scene metropolitane, Milano come una piccola New York: chi osserva i quadri si sente catturato dentro a questa auto veloce, forse al termine di una frenetica giornata di lavoro, forse in corsa per raggiungere qualche locale dove veder trascorrere la notte. Oppure, è semplicemente la vita che passa, in questa città che cambia assieme a noi.

Penso che ogni artista abbia senz’altro bisogno anche di un pizzico di fortuna, oltre che di tre elementi: un talento, una storia da raccontare e qualcuno che creda in te.

La gallerista decide di investire sul suo talento, viene organizzata qualche mese dopo una mostra molto originale: le sue opere in uno spazio espositivo allestito a cantiere. Cartelli stradali, martello pneumatico, qualche ponteggio, transenne, attrezzi da lavoro: ricevono i visitatori con gli elmetti da muratore. Marranchino inizia a esporre, riceve diversi inviti e riconoscimenti, reinterpretando anche un’icona del design di Arne Jacobsen del 1955, la sedia Serie 7. Viene considerato uno degli artisti milanesi maggiormente in grado di catturare le forme della città in trasformazione, attendendo l’Expo 2015. Nelle ultime opere, decide di abbandonare la spatola a favore del pennello. I suoi tratti si sono fatti più delicati, eleganti, i colori più tenui. Ma non abbandona il senso di dinamismo, l’energia, il movimento. Anche se in ricerca di uno stile pittorico più raffinato, dentro alle tinte grigio perla rimane comunque il suo mondo.

Anche dopo tutto ciò che ho vissuto – una vita molto intensa e ricca di colpi di scena – nessun dono e pochi altri ricordi riescono suscitare in me l’emozione che provai da bimbo, tanti anni fa, nel mio paesino, quando ricevetti in regalo una scatola di sei colori: li ricordo ancora tutti, nel loro ordine, in fila davanti ai miei occhi.

 

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