Avrei potuto farmi presentare da altri; ma parlare di me mi piace e mi diverte. Sono nato a S. Casciano Val di Pesa dove vivo e lavoro. Dipingo da sempre e sotto il patrocinio del Centro Culturale G. Sarchiani ho esposto alcune volte fra i quindici ed i venti anni. Dopo il diploma di Liceo Scientifico ho frequentato I’Università di Architettura di Firenze fino quasi alla laurea che non rimpiango di non aver conseguito. Mi sono invece laureato in farmacia per tradizione familiare. Sposato con due figli ho fatto per troppi anni il bravo farmacista. A questo punto della mia vita, libero, voglio fare I’artista seriamente.Gli altri diranno del mio lavoro. Mi firmo con il codice fiscale e talvolta anche con la partita iva per essere così meglio identificato. La polemica è cominciata nel momento in cui sono stato “obliterato” con questi codici dal meccanismo burocratico. Mi ribello all’idea di dover mettere CLM FNC 41M27H791L sulla pietra tombale per poter essere riconosciuto e ricordato… ma forse dovrò farlo. F. Calamandrei 27/08/1941 – 01/05/2012

Gli anni delle inchieste e delle paure sono tutti lì, in quei fogli di catrame nero che si accartocciano e si lacerano, dando vita a una “Crocifissione” trafitta da sei enormi chiodi che lasciano intravedere sotto una leggera trama slabbrata uno screzio di azzurro:”E’ il simbolo della speranza –spiega – che non mi ha mai lasciato. A volte guardo questi lavori e mi domando chi li ha fatti. Questa crocifissione è il mio autoritratto. C’è la sofferenza di Cristo, come c’è in tutti gli uomini.”
Dalla mostra “Ombra e Luce” Personale di Francesco Calamandrei a Palazzo Coveri, Firenze.

Il 1° Maggio di due anni fa moriva Francesco Calamandrei.

A molti questo nome non dirà molto, ma a tanti altri ricorderà le vicende del famigerato Mostro di Firenze, poiché dal 1988 il nome di Calamandrei è stato associato a quello del presunto mandante dei delitti.

Oggi, nel secondo anniversario della sua scomparsa, vorrei ricordare Francesco Calamandrei artista, e non il perenne imputato o colpevole sui giornali, per il quale il diritto all’oblio sembra non arrivare mai, nemmeno dopo la morte, nonostante l’assoluzione piena nel 2008 per non aver commesso il fatto, con sentenza passata in giudicato.
Il ritratto dell’uomo che state per leggere non è quindi quello cui i giornali ci hanno abituato, con tanto di annessi kafkiani che hanno aleggiato sull’intera vicenda fin dal suo inizio. Calamandrei è stato un padre molto amato, un farmacista stimato e un artista contrastato, nella piena realizzazione della sua passione e talento, da una serie di fattori che hanno pesato sul suo destino: prima i doveri e i drammi famigliari, nel mezzo la depressione e, successivamente, i meccanismi della macchina giudiziaria.

Quella di oggi è anche la storia dell’amore di una figlia, Francesca, per suo papà, un affetto vissuto e combattuto senza mai mollare un attimo nelle aule di tribunale insieme all’Avv.to Gabriele Zanobini, e costretta ad assistere a dolorosi sillogismi processuali che sono poi crollati udienza dopo udienza fino alla sentenza definitiva, in un percorso che ancora oggi presenta degli strascichi velenosi sulla figura di un cittadino innocente:ancora nelle ultime ore, mentre sto scrivendo, è tornata alla ribalta sui giornali e nei motori di ricerca la faccenda del Mostro di Firenze, a causa della notizia del nuovo film con George Clooney basato sul libro Dolci colline di sangue scritto da Mario Spezi e Douglas Preston. E in molti di questi articoli si torna a parlare di Calamandrei.

Ci sono invece pochissime notizie su di lui in quanto artista, poiché l’arte l’ha vissuta per lunga parte della sua vita come un lusso che non poteva permettersi interamente. Ma del Calamandrei artista ci resta, per fortuna, la testimonianza di un uomo del suo tempo, in pieno fermento anni Sessanta:nelle sue opere è palpabile il pensiero condiviso con quelli che l’artista considerava essere i suoi maestri, Burri su tutti e Manzoni, Fontana, Rotella tra gli altri.

Si definiva un espressionista informale, salvato dall’arte, vissuta come sfogo terapeutico e solitario, per sopravvivere. Sverniciatori, fiamma ossidrica, lamine forate, chiodi, filo spinato, siringhe, materiali organici, l’objet trouvé e la completa assenza della figura umana erano la sua personale cifra stilistica;la sua firma stessa si fondeva nella campitura dell’opera sotto forma di numeri e lettere a stencil, a comporre la sua Partita Iva o il suo Codice Fiscale, ironico segnale di un naufragio dentro l’indifferenziato, tra i primordi della concettualità e la poesia visiva.
Architetto mancato per poco, la sua estrazione scientifica si fonde tra le plastiche bruciate e le formule chimiche impresse nelle sue opere, e nulla meglio delle sue parole riesce a descrivere con maggior efficacia il tema del disagio psicologico:

Ai tempi dell’università quando studiavo chimica, fisica, fisiologia e farmacologia, vedendo gli schemi grafici con i quali si rappresentano le molecole ero affascinato da questo mondo reale ma sconosciuto e invisibile. Nei miei ultimi lavori, trattando il tema della violenza mi sono tornati in mente questi paesaggi costituiti di sostanze psicoattive che in qualche modo sono causa o induzione alla violenza.
Nella trasposizione sulla tela rappresento l’eroina I’alcol, la cocaina e gli psicofarmaci in un immaginario paesaggio organico.

Una ricerca introspettiva quella di Calamandrei, concepita per se stesso e non per inseguire un pubblico, e sempre ispirata al messaggio di denuncia e solidarietà sul tema della violenza subita.
Ma chi era davvero Francesco Calamandrei? L’ho chiesto a sua figlia Francesca, che ha gentilmente acconsentito a rilasciare l’intervista che segue.

D: Vorrei cominciare, solo se te la senti, con una domanda che lambisce anche la vicenda processuale subita da tuo padre circa i delitti del Mostro di Firenze. Prima mi dicevi che, nonostante questa situazione, la sua arte rispecchiava un altro tipo di drammi, quelli più esistenziali che il destino gli aveva riservato. Vuoi parlarne?

R: Assolutamente non mi scoccia parlare della vicenda del Mostro di Firenze, è un’ingiustizia subita della quale nessuno dei miei familiari deve vergognarsi e io non sopporto l’indifferenza…perché certe cose non debbano mai più accadere dobbiamo parlarne e farle conoscere.
Ma oggi, visto che facciamo un’intervista a pochi giorni dalla data della sua morte, vorrei ricordarlo solo per le sue opere, la vicenda del mostro è una cronaca della sua vita, che ha di sicuro influenzato la sua esistenza, ma non la sua arte.
Io non trovo riferimenti alla vicenda in nessuno dei suo quadri, anzi quelli che più mi piacciono e che trovo meno angoscianti sono proprio quelli in cui usava i metalli e che ha realizzato durante il processo, mentre subito dopo sono venute le nature morte.
Quindi vorrei che oggi si parlasse solo di Francesco Calamandrei artista, cosa che a lui avrebbe davvero fatto piacere e, come un grande giornalista (Angelo Panebianco, ndr) ha detto, il suo nome prima di tutti gli altri mai più dovrebbe essere associato alla vicenda del Mostro di Firenze per cui lo hanno assolto per non aver commesso il fatto.
Vorrei con questa intervista tentare di fargli un po’ di giustizia, ricordandolo per chi era davvero tramite i suoi quadri.
E’ ovvio che aveva una personalità complicata, era intelligente e sensibile e, soprattutto a causa della sua malattia, non riusciva ad affrontare i problemi della sua vita, ma non era assolutamente la persona che è stata descritta su tutti i giornali, non era né violento né amorale. Purtroppo soffriva della sindrome depressiva bipolare:se si somma una malattia del genere a una separazione con la moglie, che soffriva di gravi squilibri mentali, alla tossicodipendenza di mio fratello (la notizia della sua morte per overdose arrivò a padre e figlia mentre era in corso una delle udienze, ndr) a una ex che lo ha derubato… ecco, credo che chiunque possa capire i suoi quadri e leggerci queste storie dentro. Se penso alle tante volte che mi sono arrabbiata con lui perché non pensava che alla sua pittura, a nuovi materiali da sperimentare…parlava di organizzare mostre, del materiale da comprare per i nuovi quadri…beh, confesso che spesso non lo capivo e mi infastidiva. Ma ora, passati tutti questi anni, posso dire davvero che nei suoi lavori si percepiscono tutti i drammi della sua esistenza. Era il suo modo di esorcizzare i suoi problemi… ci sono i quadri dove fondeva la plastica e all’ interno inglobava formule chimiche, in alcuni ci sono siringhe e medicinali, ne ricordo uno anche con dei soldi…altri sembrano lapidi con fiori…alcuni erano enormi, altri sono fatti con tubi, pezzi d’auto…ne ho uno di cemento armato per cui ci vogliono quattro persone per muoverlo…Spesso usava chiodi che si faceva fabbricare appositamente e che sembrano quelli usati per le crocifissioni… anche il quadro che ha fatto sulla giustizia in fin dei conti non c’entra niente con la sua vicenda, poiché è del 1992. In questi giorni ho ritrovato anche svariati acquerelli che sembrano dei Test di Rorschach…. Insomma, fondamentalmente, riguardando adesso i suoi quadri che spesso criticavo proprio perché inquietanti, o come li definivo all’epoca “poco commerciali”, posso dire che un artista è bravo quando riesce a trasmettere le sue emozioni attraverso le sue opere, e lui ci è riuscito.

D: Dopo la morte di tuo padre ti stai impegnando a compilare l’inventario delle sue opere. La catalogazione dell’intero lavoro di un artista è già un’impresa quando si tratta di “professionisti”:hai già un’idea per una sua possibile collocazione, visto che di materiale ce n’è parecchio?

R: Mi sono ritrovata con una casa piena di suoi quadri, blocchi di schizzi e appunti personali, alcune opere molto ingombranti come dimensioni e molto forti come contenuto, e in questo momento mi sto ancora chiedendo quale debba essere il loro destino. Anzi, mettendo mano a tutti i suoi appunti ho ritrovato una sua intervista e mi spiace di non essermelo ricordato, perché diceva che avrebbe dovuto mettere il codice fiscale anche sulla sua tomba.
Mio padre mi ha insegnato a rispettare qualsiasi forma d’arte e a cercare di apprezzarla. Nella sua casa ho ancora un quantitativo di libri d’arte non indifferente, era una persona a cui piaceva molto leggere.
Ho vissuto comunque in una famiglia che ha sempre frequentato in qualche modo il mondo dell’arte, da Giuliano Ghelli che era un grande amico di famiglia e col quale ho collaborato per molti anni, a mio zio Fabrizio Riccardi, che è un noto pittore di Torino.
Ma mio padre non era un artista professionista, dopo 20 anni dedicati a fare il farmacista come gli era stato imposto decise che voleva occuparsi solo della sua grande passione, e ricominciò a dipingere.
Da allora ha fatto delle mostre, ha venduto qualche quadro e di sicuro ne ha regalati tanti, ma comunque non è mai riuscito a dedicarsi completamente alla sua passione e quindi ora è difficile pensare come possa collocare tutti i suoi lavori. Solo i quadri sono più di una cinquantina, almeno quelli che aveva tenuto lui, di molti se ne sono perse le tracce…

D: Quali sono i tuoi ricordi di tuo padre come artista?

R: Di quando ero piccola ricordo soprattutto la sua grande passione per la fotografia, io e mio fratello eravamo i suoi soggetti preferiti. Ha sempre cercato di coinvolgerci nel mondo dell’arte, ci portava sempre in giro per musei, alle mostre, al giardino di Boboli o semplicemente a giro per fare fotografie, che sviluppava da solo nella sua camera oscura. Poi, solo dopo la separazione con mia mamma nel 86, iniziò ad allestire uno studio dove dipingeva o, come gli dicevo io, ad appiccicare cose sulle tele. Nel suo tempo libero stava ore davanti ai suoi blocchi, a scrivere o fare disegni. Detto così sembra una cosa semplice, in realtà dietro c’era una grande sofferenza, quella di un uomo che dopo tanti anni vissuti come una costrizione decise di dedicarsi alla sua passione, ma nella realtà la sua svolta arrivò col progredire della depressione in un momento di grosse problematiche familiari. La sua scelta di studi era stata Architettura. Oltretutto era molto studioso, ma fu costretto a interrompere quel percorso a causa dell’infarto di mio nonno, per cui passò a Farmacia, per prenderne il posto come da antica tradizione familiare. I suoi quadri sono l’insieme di questi due differenti corsi di studio. Anche la scelta del codice fiscale come firma, o di parte di esso, era una sua forma di protesta contro la società che t’impone tante cose… lui ha sempre detto che si è sempre sentito “costretto”, nel senso che gli è sempre stato imposto come vivere.

D: Tuo padre scriveva molto. Hai trovato qualcosa tra i suoi appunti che ti ha maggiormente emozionata?

R: Proprio qualche giorno fa, mentre cercavo di ordinare le sue agende ho scoperto alcuni suoi pensieri sulla condizione dell’artista nei quali ho ritrovato il vero spirito che muoveva mia padre verso l’arte. Quelli che mi hanno commossa di più sono questi tre:

“ Se una grande opera d’arte di un altro può generare disperazione in un artista minore, un grande artista la userà come punto di partenza.”
“L’artista è un uomo solo che opera di fronte ad una linea di confine con l’oscuro, l’ignoto, il non confortabile, spesso circondato da incomprensioni, gelosie, mistificazione e fraintendimenti.”
“L’artista è molto fragile in quanto non sa fino a che punto gli altri riescono a capire fino in fondo il suo lavoro.”

D: In questi giorni è stata data la notizia del prossimo film sui delitti del Mostro di Firenze basato sul libro di Preston e Spezi, con protagonista George Clooney. Il nome di tuo padre è stato fatto di nuovo. Cosa ti aspetti da questo ennesimo tentativo di spettacolarizzazione di un caso irrisolto?

R: Ti posso rispondere che in realtà il libro di Preston e Spezi “The Monster of Florence” non è mai uscito in Italia, e che “Dolci colline di sangue” era come una prima parte…e che aspetto di vederlo per dire che penso… poi ti dico che invece con Sky, per via della miniserie “Il Mostro di Firenze”, ho una causa in corso perché nello sceneggiato hanno raccontato atti mai compiuti da mio padre, attribuendogli circostanze non vere, instillando così nel pubblico l’idea che, diversamente dalla verità processuale, fosse colpevole e mandante di alcuni duplici delitti…e la cosa non mi da pace…soprattutto per i miei figli…Mi conforta solo il fatto di avere ancora al mio fianco in questa battaglia l’Avv.to Gabriele Zanobini…a lui e alla sua meravigliosa famiglia sarò grata in eterno…

D: Quale sarebbe il tuo desiderio più grande per ricordare al meglio tuo padre?

R: Per restituirgli la pace e l’onore, l’abbiamo purtroppo provato sulla nostra pelle, non è bastata nemmeno la sentenza di assoluzione piena, quindi il mio desiderio per rendergli giustizia sarebbe di realizzare il suo sogno più grande, perché il suo chiodo fisso era di poter fare tante mostre e vivere della sua arte. Se questo non è più possibile, vorrei comunque impegnarmi per realizzare una grande antologica con i suoi pezzi. Mio padre ne sarà felice, perché per una volta, come ogni artista, sarà giudicato per le sue opere…finalmente…

 

Per chiudere questo articolo, più delle parole può questa immagine dell’abbraccio tra padre e figlia, scattata al momento della lettura della sentenza d’assoluzione, il 21 maggio 2008.

About The Author

Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.