Israele è un paese in cui tradizionalmente si bada più alla sostanza che alla forma. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: anche l’occhio comincia a volere la sua parte e gli effetti si vedono, tanto nel modo di vestire della gente quanto nell’aspetto delle città e delle case. Nella cittadina di Holon, pochi chilometri a sud di Tel Aviv, è sorta una delle strutture più innovative del paese, il primo museo d’Israele dedicato al design, nonché un autentico monumento all’estetica che sa anche essere sostanza. Il Design Museum Holon ha aperto i battenti all’inizio del 2010, con una mostra dedicata allo Stato delle cose: oltre cento oggetti di ogni provenienza per raccontare l’impatto del design nella vita di ogni giorno. In estate il DMH ha ospitato la seconda rassegna di Senseware Tokyo Fiber, presentando le straordinarie caratteristiche delle fibre artificiali prodotte in Giappone con tecnologie manifatturiere innovative.  Infine nell’autunno del 2010, il museo ha dato spazio alla Mechanical couture. Fashioning a new order, raccontando il nuovo rapporto tra i processi di meccanizzazione e alta moda, incentrato non più sulla contrapposizione tra bassa qualità sfornata in serie e unicità del processo creativo, ma sulla possibilità di impiegare macchine e tecnologia come una nuova forma di artigianato dalle immense potenzialità.

E tuttavia, l’opera che senza dubbio attrae maggiormente il visitatore è il museo stesso, non un semplice contenitore, ma uno straordinario edificio in cui l’estetica si fonde alla funzionalità, creando un habitat espositivo ideale. A firmare la struttura è stato Ron Arad, designer israeliano classe 1951,  già attivo nei più importanti musei e gallerie d’arte moderna nel mondo, dal MoMA di New York al Pompidou di Parigi.  Per il DMH ha immaginato una struttura in cui cinque nastri metallici si rincorrono avvolgendosi e sovrapponendosi in sinuose ellissi, creando una spirale in cui spazi interni ed esterni si fondono. Una struttura dall’anima italiana, visto che le fasce di metallo sono state realizzate e tagliate dalla comasca Marzorati-Ronchetti, che con il designer collabora dal 1994, e poi trasportate in Israele, dove i vari pezzi sono stati assemblati uno a uno, saldandoli dall’interno cavo, abbastanza ampio da permettere il passaggio di un uomo. Oltre alla peculiarità della forma, a catturare l’occhio del visitatore è il colore, che sembra fare propria l’abbacinante luce dei raggi del sole mediorientale riflessi sulla sabbia, (e hol in ebraico vuol dire proprio sabbia) avvolgendo il museo in un’atmosfera altrove irripetibile.

I nastri metallici sono stati trattati con la speciale tecnologia Cor Ten; si tratta di un acciaio vivo, rosso intenso grazie a un processo di ossidazione controllata, che non si stabilizza mai definitivamente.  Impossibile quindi prevederne le variazioni cromatiche per l’ azione degli agenti atmosferici negli anni a venire.  Uno spettacolo destinato non solo ai visitatori, ma anche ai passanti che possono ammirare questo edificio come un’autentica scultura a cielo aperto, approfittando delle panchine e degli spazi d’ombra offerti  dai dintorni del museo.  Il Design Museum Holon sorge in un vasto spiazzo nel centro della città, a due passi dagli altri centri di aggregazione, la Mediateca, l’Holon Institute of Tecnology, il Museo Nazionale del Cartone e del Fumetto, il centro commerciale.

Negli ultimi vent’anni Holon, sotto la guida del sindaco Motti Sasson, in carica dal 1993, ha puntato tutto sulla rigenerazione culturale della città, trasformandola in un punto di riferimento per i giovani con proposte particolarmente attraenti, di cui il museo del design rappresenta la punta di diamante. L’ingresso del DMH è progettato in modo che il visitatore abbia l’impressione di entrare in una caverna, uno spazio basso e riparato dal sole, che poi si apre in una terrazza inondata di luce. Solo a questo punto s’incontra la biglietteria, che permette l’accesso ai 750 metri quadrati di gallerie: due piani, collegati da un corridoio a cielo aperto che circonda il museo dal basso verso l’alto. Nei 500 metri quadrati della galleria superiore, la principale, entra in gioco una delle idee più innovative proposte da Ron Arad. Grazie a una particolare tecnologia di pannelli, capaci sia di far filtrare la piena luce del giorno, oppure di oscurarla fino all’80%, le esposizioni potranno giocare con l’illuminazione come parte integrante della struttura, in un mix unico di naturale e artificiale.

La galleria inferiore gioca anch’essa a ingannare la prospettiva del visitatore: l’impressione iniziale è quella di uno spazio quasi soffocante, schiacciato dal soffitto basso, ma scendendo i gradini che la separano dall’ingresso, ci si ritrova in una sala dal soffitto alto dove ancora una volta la luce e lo spazio trasmettono una sensazione di ariosa libertà. Dal 27 gennaio al 30 aprile 2011 il Design Museum Holon mette in mostra una tendenza del design di questi ultimissimi anni, il ritorno al primordiale, ai materiali semplici offerti dalla natura, come il legno e il cuoio. A curare la mostra, che porta il significativo titolo di Post Fossil. Excavating 21st Century Creation è l’olandese Lidewij Edelkoort, che nel 2003 è stata nominata dalla rivista Time una delle 25 most influential people in fashion del mondo. Ricercando le proprie radici, designer come Boaz Cohen, Sayaka Yamamoto, Niels Van Eijk, Peter Marigold, Max Lamb, Maarten Baas, Arik Levy, Tal Gur reagiscono così alla inesorabile fine di un periodo di espansione del benessere che sembrava destinato a durare in eterno, e che invece la peggiore crisi finanziaria dal 1929 ha bruscamente interrotto, ricreando utensili e oggetti di vita quotidiana ispirati alla preistoria.

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