Davis Ayer è un fotografo sorprendentemente poetico, che sa riempire i grandi spazi vuoti della natura selvaggia con storie di libertà femminile, giocando con colori, dissolvenze e sovrapposizioni che ci restituiscono l’immagine di uno spirito indipendente che non smette mai di  sperimentare.

Lo spirito del sogno americano, la libertà, i grandi spazi, la natura selvaggia o lo skyline iconico, uniti alla bellezza sofisticata di modelle sensuali e statuarie, l’analogico preso a ruvide pennellate e la magia di un ventaglio caleidoscopico riconoscibile: questo e altro fanno parte del mondo ritratto e ridipinto dal fotografo texano Davis Ayer. Polaroid consunte, negativi lasciati a deteriorarsi, colori infuocati, esperimenti e tentativi in una ricerca di miglioramento continua, raccontano la storia di un artista innamorato dei processi chimici e del mistero da cui nasce una fotografia.

E una modella, Lauryn, su tutte, ad accompagnarlo attraverso viaggi intorno al mondo, per inseguire un filo conduttore che di sessualmente esplicito però non ha proprio nulla. Il nudo delle foto di David Ayer, quando integrale, è un modo per esprimere sensazioni attraverso il corpo e gli elementi in cui è immerso, ma senza ammiccamenti, pur essendosi meritato una pubblicazione su Playboy.

Quando scatto con una modella sono interessato al corpo nudo inteso come opera d’arte, che per me è pura innocenza. Amo la levigatezza, la forma, ma non molto i vestiti; per questo non mi piace fare foto di moda (…) Allo stesso modo, dei brutti vestiti possono rovinare una foto, far uscire qualcosa che non mi piace. Fotografo quello da cui sono attratti i miei occhi, cioè le forme, lo spazio e lo spazio negativo con cui amo giocare. Mi piacciono le curve raffinate e la mia intenzione non è quella di ritrarre la modella in un certo modo ma ancora, di esprimere un’emozione attraverso di lei.*

Riguardo alle diverse tecniche con le quali ottiene i risultati che lo contraddistinguono, David Ayer conferma ciò che le sue foto rimandano subito al primo impatto. E’ uno sperimentatore che impara dai suoi innumerevoli tentativi di libertà espressiva:

Mi piace davvero provare a fare qualcosa che magari nessuno ha mai fatto prima. So che probabilmente è impossibile, ma so anche che non ci sono regole e credo che questo sia lo scoglio contro cui tutti vadano a sbattere, sentendosi in dovere di fare qualcosa in un certo modo, perché così hanno loro insegnato, o perché lo fanno gli altri, o gli amici, non so. Ma se lasci perdere tutto, non c’è niente per cui sentirsi obbligati. Le macchine fotografiche sono dei pazzi aggeggi: puoi congelare il tempo, puoi farci qualsiasi cosa (…) Questo strano aggeggio cattura la vita reale attraverso delle emulsioni, delle bruciature…è pazzesco! Penso al processo delle Polaroid, dozzine di reazioni chimiche che devono lavorare perfettamente ogni volta. E’ affascinante, è qualcosa che riesco a percepire anche se non posso vederlo.*

 

*tratto dall’intervista a Lou Noble per The Photographic Journal

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