“Fanciullo, io già non ero

come gli altri erano, né vedevo

come gli altri vedevano. Mai

derivai da una comune fonte

le mie passioni, né mai

da quella stessa, i miei aspri affanni.”

“Alone” E.A.Poe

Davide Minetti è uno di quei pittori di cui si

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può davvero dire che dipinge da sempre, e non ci si sbaglia.
Di Alessandria, 41 anni, fin dall’inizio il percorso introspettivo della sua ricerca colta e raffinata risulta chiara allo spettatore che si trova di fronte, fin dalla prima esibizione dell’artista, una raffigurazione consapevole e incredibilmente matura per un ragazzo autodidatta che alla sua prima collettiva aveva diciotto anni.
La sua pittura è la sintesi di molte passioni, soprattutto la musica jazz, la cultura afroamericana e la poesia ermetica italiana, coltivate fin dall’adolescenza.
Sono

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andato a trovarlo nel suo studio alessandrino e ho voluto cominciare l’intervista proprio dalle passioni che muovono la sua ricerca.

D: Il tuo lavoro, fin da giovanissimo, è stato ispirato dalla passione per la musica jazz ma anche dalla negritudine, il movimento per l’emancipazione delle popolazioni africane dalla condizione d’inferiorità imposta dai colonizzatori e dagli schiavisti. Queste due passioni sono correlate nella tua ricerca, che a volte sfocia in un figurativo a cavallo tra l’Espressionismo, il fumetto di Enrique Breccia e a volte l’Art Brut, e più spesso traduce in pennellate informali le vibrazioni della musica che ascolti.

R: Quando da bambino cercavo di comprendere il motivo per cui ciò che mi circondava non mi entusiasmasse granché – le passioni comuni tra i miei coetanei come calcio, automobili, così la musica che ascoltavano – intuivo che ci sarei arrivato solo attraverso il disegno. Quando mi mettevo a scarabocchiare ciò che mi piaceva, tutto mi sembrava più semplice. Nessuno condivideva con me questa passione, quindi lentamente creavo un universo di personaggi solo miei, sbucavano dal mio mondo così poco convenzionale e rassicurante. Il flusso di questo lavoro mi ha portato poi, man mano, alla storia afroamericana: divoravo le parole di LeRoi Jones, Langhston Hugues, imparai ad ascoltare il blues ed il jazz, perché ben presto mi accorsi che era già tutto dentro di me, quasi fosse una condizione spontanea. Sentivo attraverso quelle letture e quella musica il legame con i primi interrogativi sulla non appartenenza ai consueti entusiasmi giovanili. Sento tuttora una predisposizione verso i contenuti di quella cultura: la sofferenza, il disagio, l’emarginazione, il riscatto sociale mi sembrano a volte ancora l’unico vero problema del nostro tempo. Per anni non ho dipinto altro che musicisti jazz, volti e strumenti di gente che era riuscita a trovare la propria strada partendo dagli scantinati…!

D: Non solo jazz: c’è un tuo pezzo che già dal titolo Sonata al chiaro di luna, è un evidente omaggio a Ludwig Van Beethoven, se vogliamo, un altro emarginato del suo tempo…

R: Beethoven come altri grandi maestri a me particolarmente simpatici, ad un certo punto ha perso il più importante dei sensi per un musicista. Già era poco propenso alla dimensione sociale, figuriamoci dopo…eppure ha continuato a seguire il suo percorso. Il mio dipinto è un omaggio all’identità di artista incondizionata, ineluttabile.

D: Hai esposto i tuoi lavori in Germania, Austria, Francia e Svizzera, anche ultimamente, con la tua personale alla TOX’n’CO Galerie di Ginevra fino al 25 febbraio 2014. Cosa puoi dirmi di queste esperienze, che differenze hai notato rispetto al nostro modo di comunicare l’artista, per esempio nel tipo di attenzione del pubblico che visita le tue mostre…

R: È tutto diverso. Tutto. Almeno per la mia esperienza. Il pittore è un pittore, gli appassionati d’arte giudicano ciò che hanno di fronte, nessuna infioritura li distrae. Riescono ad amare il grande artista affermato ed il minore allo stesso modo, ed ugualmente sono indifferenti ad entrambi se non ritengono buono il loro lavoro.

D: Allo stesso modo, i tuoi estimatori e collezionisti sono soprattutto in paesi come la Norvegia, gli Stati Uniti, la Russia, o addirittura l’Australia. A cosa pensi sia dovuta questa

situazione che definirei atipica per un pittore di 41 anni che vive e lavora in Alessandria?

R: Ah, non so proprio cosa dire. Non ho mai fatto progetti a tavolino di visibilità per la mia pittura, quindi credo che siano stati i rapporti intrapresi nel corso della mia vita e la curiosità alla vita fuori da qui a dare questa connotazione. Il buon confronto che ho da anni con una piccola galleria di Venezia ha influito parecchio, ed ha creato col tempo una ” flotta ” di estimatori un po’ fuori dagli schemi. Non nego che mi piace come situazione…

D:La tua pittura esprime una cultura raffinata, che oltre alla musica contempla anche la letteratura e la poesia, specie quella ermetica italiana, che tu sintetizzi nei tuoi oli su tela.

R: Forse esprime ciò che dici, ma ogni giorno è un conflitto con l’arte: sono consapevole che gli elementi su cui ricerco risultano obsoleti – l’astrazione in pittura è una questione storicizzata, il dialogo tra musica, poesia e gesto è superato come concetto – e mi domando continuamente se sia la via giusta per raccontare il mio tempo, soprattutto vedendo quanti pittori si attengano alla soluzione estetica. Tanti sostituiscono questo dialogo con una carrellata di messaggi New Age che poco comunicano se non la propria incapacità di elaborazione critica. Tuttavia, potrebbe essere più sincero il mio lavoro se non attingessi dal mio bagaglio culturale? Sarebbe, come scrive Caproni, “…dissipato -la mente incenerita come, giù da basso, il torrente – nella trita ombra del niente. “

D: In merito, ci sono due titoli che mi destano curiosità. Uno è Fondamenta degli Incurabili, che è anche il titolo dello splendido libro del poeta russo Iosif Brodskij, che probabilmente ha influenzato anche la tua serie di dipinti sulla città di Venezia e non solo, vista la tua attrazione per la rappresentazione dell’acqua e della luce, che potrebbe essere sintetizzata da una delle frasi del libro “questo ottimismo deriva dalla nebbiolina”.

R:Potresti collegare subito l’atmosfera lagunare a quella alessandrina, tra nebbie e scarnebbie, in realtà Venezia, la sua storia e la stimolante schiera di letterati che ne hanno narrato le corti e le calli (per non parlare dei giganti dell’arte che l’hanno ritratta), sono tra i maggiori ispiratori della mia pittura. Sempre per la galleria di cui ti parlavo prima, ho visitato Venezia talmente tante volte, che ho sviluppato un’ossessione per una particolare luce scovata solo in laguna. In alcuni luoghi della città, come appunto le Fondamenta degli Incurabili a Dorsoduro sento la tanto cercata appartenenza ed allo stesso tempo, parafrasando Brodskij, il presagio che non possederò mai questa città.

D:L’altro titolo riprende il motto araldico dell’antica famiglia dei Beaumanoir, “Bois ton sang, Beaumanoir”, che hai dipinto nel 2013. Perché questo riferimento?

R:Nei mesi scorsi i dubbi sul significato del mio operato si sono fatti sentire con una certa insistenza, tradurre in astrazione ciò che provo, rinnovando il segno ed il gesto, mantenere la vibrante energia che cerco di trasmettere con la pittura sempre e che solo in pochi miei lavori ritengo io sia riuscito a trovare, mi ha fatto pensare al discorso che Gottfried Benn pronunciò per Klabund, sintetizzando il valore del duro compito del pittore, citando il motto dei Beaumanoir per affermare che forse ognuno di noi è la propria sofferenza e la propria redenzione.

D: Nella natura intimista dei tuoi dipinti emerge un altro interesse in comune con Brodskij, che è la natura del tempo e di che cosa può fare il tempo a un uomo. Anche se spesso la figura umana non compare nei tuoi dipinti, è più facile notarne l’assenza e rispecchiarsi nell’acqua come i cieli che raffiguri, e ritrovarsi in quei bagliori di luce come dei Narcisi che si guardano dentro, perché quello specchio d’acqua sembra essere stato dipinto per chi l’osserva.

R: Dici bene perché Narciso è una figura assai contemporanea, ci relazioniamo con gli altri quasi esclusivamente per i nostri interessi e vediamo solo noi stessi in mezzo ad una miriade di comunicazioni perse nel vuoto, o più correttamente, nel pieno di prodotti e consumi. Sì, l’idea è di porre una visione soggettiva, dove però intendo che ogni soggetto può riflettersi e quindi riflettere. Continuando con Brodskij: “ripeto: acqua è uguale a tempo e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in gran parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. (…) ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama. “

D: Che progetti hai in cantiere adesso?

R: Dopo una personale di solito mi fermo, ma avevo in cantiere un percorso espositivo itinerante già da tempo con un gruppo di artisti del Monferrato. È partito ed ora ci lavorerò su. Si tratta di descrivere con gli svariati mezzi dell’arte il ruolo del silenzio in noi e nella nostra società. Vediamo come si svilupperà…

D: Ultimamente è scoppiata sul web, in ritardo di tre anni, la polemica sulla sparizione delle ore d’insegnamento della storia dell’arte e relativa soppressione degli Istituti d’Arte, anche se la legge è quella solita del 2010 voluta dal ministro Gelmini. Quello che è chiaro, è che la situazione, da 3 anni a questa parte, resta gravissima, soprattutto perché siamo in Italia.Te la senti di commentare?

R: Pochi giorni prima che tu venissi qui, discutevo con mia moglie Francesca proprio di un’istanza rivolta da parte dell’Icom al Ministro Bray di modifica di bozza della riorganizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, riorganizzazione ben passibile di commento. La politica è lo specchio del tempo in cui viviamo, delle opinioni più rozze, quasi del disprezzo e del rancore che la maggior parte delle persone ha verso chi veramente vorrebbe fare cultura, dell’idea dilagante che invece non serva a nulla e che sia stato per decenni e decenni uno spreco di denaro… allora ti sale uno sconforto indescrivibile. L’Italia…che potrebbe risorgere per economia e dignità dal proprio patrimonio artistico e culturale. E peggio, neanche vogliono che venga insegnato! Figurati valorizzarlo! Ma noi siamo così, pronti a peggiorare sempre nella coscienza collettiva. Dato che in questa chiacchierata qualche citazione ci è scappata, ora aggiungerei -speranzoso, ma non troppo…- alcuni versi di Derek Walcott:
“Tra le canne, alabarde di begonia ardono nel loro accento botanico, una punta piegata sull’altra, grazie al nome creolo divampano.
Questo, una volta, stupiva.”

Per chi volesse approfondire la ricerca di Davide Minetti, questo è il suo sito personale.

About The Author

Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

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