di Isabella Cairoli

«Accade spesso che una cattiva sorte si traduca all’istante nel più formidabile colpo di fortuna. A me, grazie al teatro, è successo proprio così. Entrai nel mondo del teatro come un disperato, uno che aveva sbagliato tutto: e lì…incontrai una ragazza». [Dario Fo, a proposito del suo incontro con Franca Rame] Negli scorsi mesi, Milano ha ospitato – presso una storica galleria d’arte in Brera – una mostra personale di un notissimo attore, drammaturgo, scrittore, illustratore e Premio Nobel per la letteratura: Dario Fo. Ma di cosa si tratta? Potrebbe chiedersi qualcuno poco informato sulle sue note biografiche: forse di una passione senile intervenuta ad allietare le ore di svago di un attore già così noto? E perché occuparsene? La storia comincia, a dire il vero, molto tempo fa, nei primi anni ’30.

È al quartiere di Brera che Fo ricollega i suoi primi ricordi di bambino: ha cinque anni, quando i genitori lo portano per la prima volta nella grande città. La vivacità dei giovani studenti dell’Accademia, indaffarati con le loro cartelle sottobraccio, la magnificenza del quadriportico e la visione di quadri da cui rimane stregato, lo spingono già ad esclamare: «è qui che voglio venire! Studierò in questo posto». E ci verrà davvero – a quattordici anni – rimanendovi a lungo non solo per gli studi superiori, ma anche per una parte di praticantato e produzione artistica – incisioni, scenografie – legate anche ad una breve carriera accademica.

Ma poi, il giovane Dario, affascinato dalla dinamicità del cinema e dai mezzi fotografici, decide di dedicarsi totalmente a quella che diverrà la sua strada maestra: il teatro. La sua formazione però, continuerà ad arricchire il percorso di attore e drammaturgo, intrecciandosi ad esso molto strettamente: «Dipingevo sempre. Ogni lavoro che mettevo in scena, prima ancora di scriverlo, lo disegnavo. Lo dipingevo; e poi facevo le scenografie ed i costumi. La pittura non l’ho mai lasciata». Fo conserva in ogni passaggio della sua brillante carriera la potenza narrativa della pittura, sia come supporto tecnico che come vera e propria modalità espressiva dotata di una propria autonomia.

Le opere presentate a Milano – una quarantina – si occupano di un soggetto ancora più specifico, intrecciato storicamente a quella parte del secolo scorso di cui Fo rimane uno dei sempre più scarsi, preziosi, testimoni: la seconda guerra mondiale, le discriminazioni razziali, il nazismo. I lavori ispirati al suo testo “Razza di zingaro”, in cui Fo racconta la storia del pugile sinti Johann Trollmann, offrono già ad un primo sguardo un coloratissimo canovaccio narrativo, con titoli dall’insolita lunghezza, esplicativi, quasi come spezzoni di una poesia, cocci caleidoscopici di un vaso prezioso caduto a terra in mille frantumi, da cui si originano fotogrammi pittorici di una storia intensa e dolorosa.

Una storia di coraggio e denuncia. Johann Trollmann è un pugile dal talento eccezionale: la sua unica sfortuna, nascere sotto il regime nazista. Fo narra la sua storia tragica nel libro, senza lacrime e lamentazioni ma con risentimento, indignazione. Nel corso delle ricerche per la sua stesura, Fo rimane colpito dalla capacità del pugile di aver inventato un suo vero e proprio linguaggio: «Può risultare bizzarro parlare di linguaggio, riferendosi ad un pugile! Ma il linguaggio è dappertutto: è il ritmo, il tempo, il vuoto, il pieno, la gestualità, la dinamica, la forza, l’eleganza. Egli si inventò una forma dinamica di attacco-difesa insieme: danzando».

Trollmann entra nel mondo del pugilato di quel tempo, portando la sua cultura, quella degli zingari, dei rom. Le persecuzioni razziali nella Germania nazista umiliarono la sua vita sportiva e professionale sotto tutti gli aspetti: sottrazione di titoli conquistati sul ring, costrizioni imposte nel combattimento e persino la sterilizzazione, per poter evitare il campo di concentramento. Solo nel 2003 la federazione pugilistica tedesca si decide a riconsegnare ai familiari di Trollmann la corona vinta settant’anni prima come campione dei pesi medio-massimi.

Quanto valore può avere oggi, la storia di questo pugile e la sua poesia, questa pittura che vuol esprimere il suo modo di essere? «La cultura dell’altro è qualcosa di importante, da conoscere: molte volte – e qui nasce il razzismo – preferiamo l’ignoranza. Il razzista non accetta a priori l’altro, perché non fa parte della loro incultura». Nelle opere pittoriche sulla storia di Trollmann, Fo si è preoccupato innanzitutto di narrarne la gestualità, il loro modo di respirare, i tempi, i ritmi, l’armonia, l’eleganza, la poesia. I proventi delle vendite di queste opere andranno a sostegno della Onlus fondata con Franca Rame e Jacopo Fo “Il Nobel per i disabili”.

Sono passati quasi sessant’anni, prima che Dario Fo prendesse in considerazione la vendita dei suoi quadri: «Non accettavo il discorso del mercato, così come veniva impostato. Un giorno, incontrai un gallerista molto importante che mi disse: sono molto più belli di quanto lei possa pensare! Ma hanno un solo difetto, sono privi di valore di mercato. E questo determina il loro non-valore». L’artista, ad un certo punto, nonostante le ovvie resistenze suscitate da questa logica puramente economica, decide di forzarsi a farlo: ciò che prima pareva non potesse avere uno spazio nel mondo dell’arte, si guadagna invece dell’attenzione, un suo spazio. Esce allo scoperto il Dario Fo pittore.

Paradossalmente, si conferma il teorema iniziale: è il mercato, la vendita, a determinare il peso, il valore delle sue opere. Diversamente da quanto accade nel teatro. Tra tutte le opere presentate nella mostra “Razza di zingaro”, l’artista confida di aver una preferenza per alcune di esse e sperare che passino piuttosto inosservate: «Ma non vi rivelerò mai di quali di esse si tratti, perché probabilmente sarebbero le prime ad essere vendute!»

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