#TArt: i nuovi adolescenti autistici alle prese con inaspettate incursioni nel mondo dell’arte contemporanea.

Diciamo la verità: spesso l’arte contemporanea è un arcano che non sappiamo spiegare.

Che ci sarà mai da contemplare nell’orinatoio di Marcel Duchamp, nella “merda d’artista” di Piero Manzoni o nelle tele bianche di Robert Ryman?
Eppure, queste opere sono entrate nella storia dell’arte, perché hanno espresso emozioni e idee universali affrontate pure dai grandi del passato.
Anche perché le tradizionali categorie bello/brutto non valgono più. Certo, è cambiato il linguaggio: l’armonia di Raffaello ha ceduto il posto a provocazioni, performance, disarmonie… che sono poi lo specchio della nostra epoca. Quindi meglio imparare a conoscere i nuovi linguaggi dell’arte per apprezzare le intuizioni degli artisti di oggi. Del resto, anche il realismo senza fronzoli di Caravaggio fece scandolo nel 1600.

Un fatto è certo: i tempi dei ritratti di Raffaello sono finiti. Merito o colpa della fotografia, che nel 1800 si sostituì, con più efficacia, alla capacità della pittura di riprodurre la realtà. Così le arti visive assunsero un nuovo ruolo: cominciarono a rappresentare non solo immagini, ma anche concetti. Una vera rivoluzione.
Oggi più che mai non basta più saper dipingere realisticamente un’opera, ma occorre saper rendere quel che di invisibile ha dentro, per esprimere emozioni. L’arte insomma, ci hanno abbondantemente spiegato i critici, non è più solo tecnica, ma è idea, provocazione.

Così rifiuti, scarabocchi e oggetti comuni sono diventati il nuovo modo di esprimere idee, ma può accadere anche che dei profani scambino l’arte per spazzatura. Non è la prima volta che accade. Era successo un anno fa a Bari, durante una mostra di arte contemporanea nella Sala Murat, dove una donna delle pulizie aveva cestinato un’opera realizzata con fogli di giornale; era successo anche al Museo d’Arte di Ravenna, sempre un annetto fa, dove un addetto alla manutenzione aveva stuccato un foro dipinto dallo street artist Eron. Ma è successo anche al Museo di Dortmund, dove un’inserviente aveva gettato, scambiandolo per rifiuti, il contenuto in gesso di una bacinella di gomma nera opera dello scomparso scultore austriaco Martin Kippenberger.

E come dimenticare la porta di Marcel Duchamp, esposta in Biennale di Venezia, gentilmente ritinteggiata dagli addetti alla manutenzione?

In questi giorni è accaduto lo stesso al Museion di Bolzano. La sera prima del misfatto, all’interno del museo, c’era stata una festa. L’indomani, all’alba, il gruppetto di donne addette alla pulizie si è ritrovata per terra di tutto: bottiglie vuote, mozziconi di sigarette, coriandoli, cartacce varie, e persino scarpe e vestiti. Non avendo altra alternativa, si sono rimboccate le maniche e, scope in mano, hanno ramazzato via tutto. Puff, tutto gettato nei sacconi neri. Peccato, però, che tutto quello “sporco”, non era, in realtà, il lascito disonesto del party della sera prima, bensì l’opera d’arte contemporanea del duo Goldschmied & Chiari, inaugurata pochi giorni prima.

E mentre di fronte alle provocazione dell’arte contemporanea, sulle panche dei grandi musei ai visitatori spesso ciondola la testa – come nella leggendaria scena delle “Vacanze intelligenti” di Alberto Sordi in cui Augusta (Anna Longhi) franava bollita sulla sedia di un’opera ambientale alla Biennale di Venezia, fotografata dai turisti come fosse un pezzo “iperrealista” dell’installazione – c’è anche chi inaspettatamente, in tempi recenti, improvvisa una nuova forma di avanguardia artistica: è la #TArt, che ci insegna forse a guardare con occhi diversi queste nuove enigmatiche forme di arte contemporanea.

Infatti dinanzi agli stimoli dell’arte contemporanea, c’è chi fa finta di niente, chi si disgusta e chi, come la mitica Augusta, si imbarazza per il comune senso del pudore.

E chi con un saggio di memorabile comicità, e vera trasgressione, in vena di gesti provocatori (non per esprimere lo stesso disagio di Augusta ma perché sollecitato da troppa tentazione) ci dona una nuovo modo di vivere l’arte contemporanea: sono i #TeppArtAutistici, adolescenti autistici alle prese con inaspettate incursioni nel mondo dell’arte contemporanea, che non solo ci propongono una nuova forma di arte concettuale ma ci fanno riflettere sul fatto che forse solo gli autistici hanno gli strumenti per capire la vera arte e le sue mistificazioni.

È dallo scorso anno, infatti, che un gruppo di ragazzi autistici, sta prendendo dimestichezza con i linguaggi della fotografia e dell’arte contemporanea. In un liceo artistico romano frequentato da vari adolescenti, tra cui Tommy – geniale ragazzo autistico figlio del giornalista Gianluca Nicoletti – gli alunni hanno lavorato sulla storia dell’arte contemporanea anche in preparazione alla recente visita alla Biennale di Venezia. A tale scopo, l’ardimentosa insegnante di storia dell’arte del liceo artistico Ripetta, la prof.ssa Anna Maria Piemonte, in collaborazione con un’equipe di psicologi e con i compagni di classe, ha aiutato questi ragazzi “normo-atipici” a prendere confidenza con l’arte contemporanea, affinando la loro già portentosa memoria visiva per familiarizzarli con l’Arte povera, la Transavanguardia e con i linguaggi espressivi manifestatisi dopo il 2000, attraverso la proposta di immagini e di docuvideo.

Un primo esempio dei risultati di questa contaminazione fu l’irruzione della lavatrice rossa nell’opera chiave dell’arte povera “La venere degli stracci” di Pistoletto e a seguire, l’intervento collettivo all’OutDoor di Roma. Una nuova e ancor più fulgida illuminazione l’abbiamo recentemente avuta al British Pavilion della Biennale di Venezia dove i #TeppArtAutistici hanno contaminato alcune opere riuscendo a realizzare una prima performance di #TArt.

La Biennale è un luogo centrifugo, ci si perde, ci si annulla in infinite stanze, luoghi, angoli che ti attirano o respingono, suoni, colori ma anche profumi, odori, sensazioni forti, deja-vu. Un autistico, di per sé, non ha gli strumenti culturali (e forse non è il solo) per comprendere e interpretare il significato e le recondite sfumature provocatorie che si nascondono, o si svelano prorompenti, dalle opere esposte alla Biennale. Però l’autistico è munito di una particolare sensibilità sensoriale primordiale che non si fa corrompere da sovrastrutture intellettuali, che gli permette di guardare oltre il nostro sguardo disattento e troppo contaminato; e a volte, le reazioni degli autistici di fronte all’arte sono più provocatorie, sorprendenti e “di rottura” delle opere stesse.

Quando i ragazzi della #TArt sono entrati nel padiglione inglese della Biennale, dove troneggiavano giganteschi falli dai testicoli orrendamente “ammosciati”, ma soprattutto sederi in fuori con corredo di sigarette infilate proprio lì, è successo quello che solo gli autistici avrebbero potuto fare. Qui, il #TeppArtAutistico Bobone, con l’assistenza del #TeppArtAutistico Tommy, ha contaminato alcune opere gettando il necessario “détournement” tra le maestranze dei custodi. Dall’estrazione della sigaretta dalle natiche del manichino di donna pecorimorfa di Sarah Lucas, all’irrisione del gigantesco fallo-mantide-palle mosce della medesima, si è prospettata l’ esplosione di una nuova forma d’ arte concettuale: la “#TeppAutisticArt” – come dice la prof. Anna Maria Piemonte – “ovvero il ripetersi di quegli interventi di disordinazione dei nostri adolescenti autistici che, nei confronti dell’opera d’arte, hanno deciso di attivare un processo di contestazione e sospensione dell’autorialità per dar vita ad un rinnovato circuito comunicativo, negando quello che, da sempre, identifica l’artista quale Emittente del Messaggio/Opera ed inchioda il Destinatario al ruolo di passivo fruitore.”

Il processo artistico messo in atto dai #TeppArtAutistici ci mostra come l’arte accenda desideri, fino ad assolvere con urgenza necessità interiori, attivi multisensorialità e costringa davvero tutti ad un obbligo interpretativo nei confronti degli oggetti a reazione poetica che produce, o ai processi cui da vita. E da queste esperienze i ragazzi sembra abbiano abbracciato proprio quei procedimenti situazionisti  e  quella auspicata deriva psicocogeografica di cui trattò Guy Debord. La deriva psicogeografica situazionista alla quale il TeppArtAutistico da vita è fatta di singolari ed imprevedibili performance, ispirate dalla stessa natura dell’opera, verso la quale è spinto da irrefrenabili istinti.

E’ proprio in questa dimensione ludico-combinatoria che i nostri #TeppArtAutistici si sono riconosciuti dando vita al movimento concettuale della #TArt, di cui si fregiano di firmare il Manifesto, mentre a tutti noi, spenti, impassibili e troppo composti spettatori, regalano una lectio magistralis su come ci si debba porre al cospetto dell’opera d’arte.

Il Manifesto del Movimento Performativo-Concettuale della #TArt lo trovate qui.

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