Un amico colto e civile mi ha fatto dono di un volume appartenente alla biblioteca del padre, che l’aveva acquistato alla fine degli anni Cinquanta in una libreria antiquaria di Palermo. Si tratta di una reliquia per bibliofili di ottocento pagine, rilegata e con dorso in pelle che riporta inciso in oro il nome di A. M. Comanducci, e il titolo “Pittori Italiani dell’Ottocento”.

Leggo nella pagina di comando: “Di questa opera ne sono state stampate sei copie ad personam, numerate da I a VI – Duecentociquanta in edizione di lusso e numerate da 1 a 250, oltre le copie in edizione normale”. La mia copia è normale. Sottotitolo e sigla editoriale: “Dizionario critico e documentario. Casa Editrice Artisti d’Italia S. A. Milano-1934-XII”.
L’editore potrebbe essere lo stesso Agostino Mario Comanducci, e questo è stato forse il primo e l’ultimo volume d’arte che ha pubblicato. La prefazione è di Innocenzo Cappa, già fervente mazziniano, e senatore del Regno per meriti fascisti. Il Dizionario è stato da me sfogliato e analizzato con la dovuta attenzione, tenendo ben presente il periodo in cui è stato pubblicato, e prendendo atto che alcuni obiettivi della strana coppia formata da Cappa e Comanducci sono stati raggiunti, ossia di realizzare un prodotto nazional popolare senza pretese scientifiche, il cui fine è quello di visitare la pittura italiana del XIX secolo nella sua compattezza “nazionale”, escludendo qualsiasi riferimento a eventuali radici espressive regionali, per assecondare la politica del Partito Fascista.

A. M. Comanducci è stato sicuramente un Signor Nessuno, un monomane minuzioso, un archivista mal consigliato e guidato nella stesura delle schede (ben quattromila, e c’è da augurarsi che qualcuno sia andato in suo soccorso).
Nella nota di apertura del Dizionario egli avverte i lettori che i profili di ogni singolo pittore non pretendono di avere un valore critico ma solo divulgativo (sic!).
È plausibile che abbia voluto soprattutto compiacere alcuni alti papaveri del Regime con i sei volumi ad personam, sui quali mi azzarderei a pensare, come destinatari, a Benito Mussolini, a Roberto Farinacci, a Cesare Maria De Vecchi, al Ministro dell’Istruzione Ercole Francesco, più una copia a se stesso e un’altra al prefatore Innocenzo Cappa.
È presumibile che questa iniziativa editoriale, frutto di un lavoro iniziato a metà degni anni Venti, abbia avuto necessità di un supporto economico e di qualcuno che avesse rapporti con il Regime, come appunto il prefatore Innocenzo Cappa. Senatore del Regno, era un mussoliniano della prima ora, ma legato al pensiero di Mazzini, che distorceva in chiave prefascista, in quanto espressione dell’amor di patria e di lotta per l’unità nazionale. Per affinità, è probabile che egli abbia avuto rapporti col ministro Francesco Ercole, già docente universitario in storia del diritto, e autore di un volume dedicato a Giuseppe Mazzini, il cui messaggio travisava, con un’inedita forzatura, come voce antidemocratica e anticipatrice del fascismo.

Non è quindi difficile supporre un incontro ben motivato tra l’editore e i due intellettuali, e concludere che il finanziamento dell’opera sia stato merito del povero Mazzini, che si sarà rivoltato nella tomba.

Soprattutto sconcertante è il repertorio degli artisti, dove tra gli Appiani, Gigante, Morbelli, De Nittis, Pellizza da Volpedo e migliaia di altri pittori dell’Ottocento, si ritrovano cento e più pittori la cui unica colpa è stata quella di nascere un po’ prima del Novecento.

Leggiamo quindi ineffabili brevi schede senza immagini di Umberto Boccioni, di Amedeo Modigliani, per altro ormai defunti, e di artisti in piena maturità artistica, come Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis, Ardengo Soffici.
Ma dove esplode la pochezza dell’autore è nelle schede dei pittori che nel 1909 hanno firmato il Primo Manifesto Futurista, come Giacomo Balla, Carlo Carrà, Gino Severini, Luigi Russolo.

Divenuti ben presto fascisti, erano già rientrati pentiti all’ovile della classicità di ispirazione imperiale romana.

Ritrovandosi inaspettatamente in un repertorio di pittura dell’Ottocento avranno fatto spallucce, dato che certamente non sarebbero mai andati a protestare dal Duce. Piaggeria e servilismo sono anche presenti quando è possibile e opportuno, come nel caso di Felice Carena, pittore di modesta tavolozza e segno forzato, ma fascista arrogante di cui viene sottolineata l’entrata all’Accademia d’Italia nel 1933; o per Ottone Rosai, del quale si sottolinea il merito di essere stato fondatore del Fascio Fiorentino, (narrano le cronache che sia stato un acceso squadrista e che abbia usato con uguale entusiasmo sia l’olio per dipingere che l’olio di ricino); nella scheda di Mario Sironi si dà risalto alla sua collaborazione come critico d’arte sul Popolo d’Italia, diretto da Benito Mussolini, alla sua esposizione “La Rivoluzione Fascista”, e di essere l’organizzatore del Sindacato Nazionale Artisti Fascisti.

Disarmanti poi sono i profili di Leonardo Dudreville, Anselmo Bucci, Piero Marussig, Achille Funi, Ubaldo Oppi e Mario Sironi, dove non si dice affatto che nel 1922 sono stati i fondatori del Gruppo di Novecento, sotto l’egida di Margherita Sarfatti, amante del Duce, colta critica d’arte antica e moderna, caduta poi in disgrazia nel 1938, lei ebrea, a seguito delle Leggi Razziali.
Il Dizionario poco ha aggiunto alla ben radicata cultura del Regime, che comunque poteva vantare intellettuali di valore come appunto Sarfatti, Papini, Gentile, Ojetti, Bottai, e pittori come Carrà e Sironi. Comanducci invece è stato un produttore di sottocultura, molto ben introdotto in alto loco, e a spese dello Stato.

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Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.