A leggere certe notizie si cade in depressione. Il Giornale dell’Arte dello scorso maggio intitolava in prima pagina, a caratteri cubitali, 10 Milioni, da non confondere con il numero di baionette di mussoliniana memoria, promesse alla Francia come volgare schiaffo, in aggiunta alla dichiarazione di guerra. Comunque questa cifra si riferisce pure ai nostri cugini di oltralpe e al loro gettonatissimo Louvre che è passato, cifre alla mano, da sei milioni a sedici milioni di visitatori, in un anno. È probabilmente un record insuperabile, almeno in tempi brevi, per gli altri due giganti internazionali, la Tate Gallery di Londra e il MoMA di New York.

Ciò che più colpisce della notizia è quanto sia umiliante la posizione italiana

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nella graduatoria dei visitatori dei nostri luoghi pubblici d’arte antica: a livello di code, l’unico museo primario è quello degli Uffizi di Firenze, ma per il resto siamo un fanalino di coda. Al settimo posto in questa graduatoria c’è il Vaticano, ma non possiamo farci belli con le penne del pavone, dato che tecnicamente siamo fuori dal territorio italiano. Inutile negarlo, è un arduo problema quello delle nostre ricchezze museali, e di ciò che generalmente viene chiamato patrimonio artistico nazionale o Beni Culturali, con tanto di Ministero che ha appena i fondi per gli stipendi dei Sovrintendenti e degli anonimi guardiani che hanno il compito di far rispettare al pubblico l’ordine tassativo di guardare e non toccare. Il malinconico segnale della scarsa affluenza di pubblico viene proprio dagli

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addetti alla vendita dei biglietti; ma una cosa di cui non c’è carenza, e della quale quindi non si avverte la mancanza, sono le piangenti, ossia la categoria degli intellettuali che si lamentano costantemente, recitando il mantra di quanto siamo fortunati in fatto di qualità e di quantità di beni artistici, di quanti biglietti si potrebbero vendere se i nostri governanti aprissero gli occhi anziché guardare altrove, e scuotono il capo deplorando che con i nostri ricchi musei siamo rimasti dei poveri provinciali incapaci di offrire la nostra merce.

Ebbene, in questo caso desidero andare controcorrente: da qualche anno il Louvre ormai non è più solo un incredibile museo di capolavori, ma soprattutto un multiforme complesso spettacolare, dove code di visitatori entrano indifesi, con l’umiltà di chi pensa di acculturarsi, per poi uscirne storditi, dopo aver percorso a velocità da vecchia comica itinerari che sarebbero micidiali anche per un maratoneta, ma appagati e pronti a scendere nei sotterranei rinnovati (una sorta di città nella città) per ristorarsi in un bistrot e fare shopping. Non lo scrivo per capriccio o spirito di contraddizione, ma per un mio modo di considerare i capolavori di un maestro antico, allineati in una rigorosa sequenza filologica, come qualcosa di molto alto a livello di messaggio, e non come un insieme di opere esposte a una lettura di superficie con l’unico fine di moltiplicare la vendita dei biglietti. Un’esperienza così collettiva può anche andar bene in una piazza gremita di persone che ondeggiano in estasi davanti a un complesso rock.

Ma mi sembra impraticabile esaminare con l’attenzione che merita un gioiello di Rembrandt, se si è circondati da una massa di persone apatiche che ti stanno addosso, davanti, dietro e di fianco, che guardano la stessa opera in trenta secondi, dopo avere sorvolato con lo stesso ritmo e la stessa attenzione cento altri capolavori. Qual è l’alternativa? In verità non saprei. Ma non posso dimenticare un’emozionante esperienza negli spazi eleganti e sobri di Palazzo Abatellis a Palermo, quando ho potuto stazionare, non so per quanto tempo, in una saletta vuota dove era esposta, non sulla parete ma al centro, solo una piccola magica tavola protetta da una vetrina: la Madonna di Antonello da Messina. Ho solo avvertito la presenza lieve di una custode che si teneva a rispettosa distanza, poco più di un’ombra. Mi ha salutato e sorriso quando sono uscito, e mi è sembrata fiera e compiaciuta del suo lavoro.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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