di  Elsa Dezuanni

Per oltre sessant’anni Gabrielle Bonheur Chanel, in arte Coco Chanel, ha rivoluzionato dall’inizio del Novecento il mondo della moda con intramontabili invenzioni. Dal 2007 la Maison da lei creata la sta celebrando con singole mostre – a Mosca, Shanghai, Pechino, Canton, Parigi, Seul – ideate e curate dal critico d’arte Jean-Louis Froment, analizzando secondo prospettive diverse l’“universo di Mademoiselle Coco”. È aperta ora a Venezia quella intitolata La donna che legge, allestita a Ca’ Pesaro-Galleria Internazionale d’Arte Moderna, realizzata con la collaborazione di Gabriella Belli, direttore dei Musei Civici veneziani (visitabile fino al prossimo 8 gennaio).

All’amico letterato Paul Morand la stilista confidò «I libri sono stati i miei migliori amici». In un articolo del 1967, Roland Barthes scrisse: «Se apriste oggi una storia della nostra letteratura dovreste trovarvi il nome di un nuovo autore classico: Coco Chanel. Chanel non scrive con carta e inchiostro (salvo nel suo tempo libero) ma con tessuti, forme e colori…». Il linguaggio estetico di Chanel, in cui convergevano la predilezione per la linearità, la propensione al classico pur con accenti barocchi, non solo è derivato anche dalla letteratura, ma per Barthes addirittura ne fa parte. LA COUTURIERE RIVOLUZIONARIA Nata il 19 agosto del 1883 a Saumur, nel sud della Francia, secondogenita di un venditore ambulante, a dodici anni, appena morta la madre, fu affidata alle suore dell’orfanatrofio di Aubazine che le fecero apprendere il cucito in una scuola di arti domestiche.

Uscita diciottenne dal convento, fu assunta in qualità di sarta in un negozio di tessuti e confezioni a Moulins, la Maison Grampayre. Al Grand Café cittadino conobbe il suo primo amante, Étienne Balsan, benestante allevatore di cavalli, che la favorì a intraprendere l’attività di modista offrendole un locale al piano terra di un proprio palazzo a Parigi, in una zona frequentata dall’élite. Nel 1908 le fu presentato Boy Capel, un imprenditore di Newcastle, e tra i due fu grande amore. Capel intuì il potenziale estro di Coco e la finanziò per l’apertura della prima boutique al 21 di Rue Cambon, davanti all’Hotel Ritz, e poi di quelle a Deauville e a Biarritz.

Chanel sovvertì il look femminile ispirandosi all’abbigliamento maschile, che reiventava in modelli adatti a una donna dinamica, non più imbalsamata in abiti e bustini Belle Époque, senza nulla togliere alla femminilità. Creò morbide maglie in stile marinaresco, blazer di jersey e comodi pantaloni, capi che avvolgevano il corpo con grazia lasciando libertà di movimento: fu un trionfo, consacrato dalla rivista Harper’s Bazaar. I tocchi di gusto – le cravattine a maglia, il cappello-cloche, le lunghe collane a più giri di perle e di maglia dorata e la camelia bianca, geometricamente perfetta – hanno cadenzato una rapida carriera, pur nel dolore della tragica morte di Capel nel 1919, cui reagì dedicandosi senza sosta al lavoro.

FREQUENTAZIONI E FORTUNA Introdotta dai suoi amanti nella Parigi altolocata, Chanel intensificò i rapporti con aristocratici, artisti e letterati, conquistati dalla sua avvenenza ed eleganza. La sua amica del cuore era Misia Sert: famosa pianista, modella, musa e mecenate di pittori e musicisti, il cui salotto era frequentato dai personaggi più influenti delle nuove tendenze culturali.

Una profonda amicizia la legò dal 1917 al poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista e attore Jean Cocteau, per il quale avrebbe disegnato i costumi delle pièce portate in scena, in particolare di quell’Antigone le cui scenografie furono affidate a Picasso e il ruolo di Tiresia al versatile Antonin Artaud. Di fatto Chanel era entrata nel clima intellettuale delle avanguardie. Inesauribile fonte di idee, quando a Cannes conobbe Ernest Beaux, famoso creatore di profumi, gli commissionò una fragranza da produrre con il marchio della sua Maison e nel 1921 nacque il bouquet del mitico Chanel n° 5. E fu grazie alla continuità delle sue affermazioni che, ricca e animata da spirito imprenditoriale, decise di spostare la boutique al numero 31 di rue de Cambon, in un palazzo di tre piani, stabilendo in uno degli appartamenti la propria residenza. Nel 1926 lanciava sul mercato il tubino nero e la giacca di taglio maschile su pantaloni flessuosi o gonna diritta accorciata sotto il ginocchio, in un crescendo creativo interrotto nel 1939 dallo scoppio della guerra, che la costrinse a chiudere gli atelier.

IL RITIRO E IL RITORNO A guerra finita fu accusata di collaborazionismo con la Gestapo, forse per la sua relazione quinquennale con il secondo duca di Westminster, convinto antisemita (che acquistò una casa, per lei, nel prestigioso quartiere londinese di Mayfair), e poi con un ufficiale nazista. È credibile che preoccupata solo della sorte dei suoi affari si sia barcamenata, poiché aveva avuto contatti con esponenti della finanza ebraica e conosceva bene uomini della Resistenza, che non tradì mai, come il poeta Pierre Reverdy, con il quale ebbe una burrascosa love-story sfociata in un legame intenso, con scambio di lettere fino alla dipartita di lui nel 1960. Per un po’ d’anni si ritirò in Svizzera, cedendo temporaneamente al socio Pierre Wertheimer diritti e marchio, che riprese nel 1953, a settant’anni, riportando la Maison ai vertici dell’haute couture.

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Audace e d’inesauribile talento ritornò a stupire proponendo il tailleur in tweed (fino allora tessuto per abiti maschili), la borsetta matelassé con il manico a catena regolabile, l’inconfondibile giacchino morbido senza collo, bordato di passamaneria, con quattro tasche e bottoni gioiello, diventato un classico del guardaroba femminile per signore del jet set internazionale, celebrities e first ladies.

Era la trasformazione geniale della giacca tirolese che aveva visto addosso ai camerieri di un centro termale a Salisburgo: ancora una volta un capo maschile convertito in indumento iperfemminile! I suoi erano abiti raffinati, ma altresì dei pratici passepartout concepiti per essere indossati da tutte le donne; creazioni che hanno fatto scuola e imitate senza però uguagliarne la singolarità.

Il 10 gennaio del 1971, a ottantasette anni, la determinata, ambiziosa, tenace Mademoiselle Chanel, bisessuale e morfinomane quel tanto per stare sul filo della mondanità, che dei suoi svariati amanti ebbe a dire «la bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini», si spense in una stanza dell’Hotel Ritz.

E la griffe delle due “C” abbracciate iniziò a passare di mano in mano. LA MOSTRA Ancora affranta per la perdita di Boy Capel, Coco giunse a Venezia per la prima volta nell’agosto del 1920, con Misia Sert e suo marito. Della città dogale la incantarono le chiese e i musei, gli ori bizantini, i negozi di antichità, i rendez-vous al Caffè Florian o all’Harry’s Bar e gli spettacoli alla Fenice, dove Incontrò Serge Diaghilev, fondatore dei Balletti Russi, con cui avrebbe stabilito una stretta collaborazione.

Le si aprì un nuovo universo estetico che riversò nella propria abitazione con tappezzerie color oro antico, specchi e sontuosità degli arredi. Indicativa in mostra la statuetta di un leone in bronzo dorato, emblema della Serenissima ma soprattutto il suo segno zodiacale, che compariva impresso sui bottoni delle sue mise e in creazioni di bijoux. Suddivisa in sezioni, l’esposizione presenta trecentocinquanta pezzi, molti dei quali escono per la prima volta dall’appartamento dell’avventurosa couturière, diventato patrimonio della Maison. Un’ampia selezione di libri rilegati in cuoio lustrato, tratti dalla sua biblioteca: dall’antichità (Omero, Virgilio, Paltone, Dante, Shakespeare, Cervantes. …) al contemporaneo (Baudelaire, Rilke, Proust, Apollinaire, Mallarmé, …), accanto a quelli di diversa provenienza di autori che l’hanno emotivamente coinvolta (il manoscritto della Emma Bovary di Flaubert) e opere di artisti con cui ha condiviso il cammino verso la modernità, e non di rado amato.

Un ventaglio d’interessi su più versanti: filosofia, poemi epici, poesia, saggi, drammaturgia, romanzi ma anche testi sacri (nella sua biblioteca la Bibbia stava accanto alle Confessioni di Sant’Agostino), e questo spiega la presenza degli ex-voto esposti, da lei collezionati. In un articolo pubblicato su La revue des Sport e du Monde Matford, Chanel raccontava di essere affascinata dal ritratto di Cranach di una dama in atteggiamento regale, lussuosamente adornata di monili, la stessa che Picasso interpretò sfarzosamente in un d’après nel 1958, qui esibito con altre quattro opere del pittore, in particolare la grande tela con Donna sdraiata che legge del 1952.

Il Ritratto a mezzo busto di Caterina de’ Medici, di anonimo del XVI secolo, qui ricorda la sua dichiarata passione per le ieratiche figure muliebri di François Clouet (1510-1572), vestite di nero il cui volto emergeva da bianchi colletti, come quello delle suore dell’orfanotrofio di Aubazine, accostamento ricorrente nelle sue produzioni. Nel percorso espositivo anche lettere, fotografie e documenti, disegni, suppellettili e oggetti personali, vestiti e gioielli da lei indossati, o ancor oggi da lei ispirati, per un ritratto interiore di una donna la cui vita è diventata leggenda.

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