Quando si decide di scrivere sulle opere di un pittore, troppo spesso si pensa che sia sufficiente soffermarsi sulle tele, osservare i loro contenuti e poi esprimere un commento sugli aspetti artistici rilevati. Secondo me non basta, perchè anche soltanto un sintetico scambio di idee con l’artista, che ci racconti quello che per lui o per lei significa dipingere e dipingere in quella data maniera, molte volte può fornire un significativo valore aggiunto, che meglio farà comprendere il perchè di certe atmosfere, il valore di una pennellata e di un colore, il senso di una composizione che cattura le nostre emozioni. Questo è successo con Claudia Giraudo, dopo aver ammirato i suoi quadri.

La pittrice ha affermato di essere affettivamente legata al mondo dei cantastorie e dei teatranti, per il ricordo molto nitido del giorno in cui le furono regalati da una zia un teatrino, con burattini e marionette, divenuti – col tempo – i suoi fedeli compagni di gioco in un’infanzia un po’ solitaria… Che coincidenza!… anch’io da bambino frequentavo molto la mia nonna paterna, che amava portarmi al teatro dei burattini. Mi regalò poi un quadretto nel quale erano illustrate le maschere della Commedia dell’arte italiana. È come se lo avessi sempre davanti agli occhi, quel quadretto, perchè ha segnato moltissime scelte da me effettuate nel campo dell’arte, facendomi privilegiare, anzitutto, personaggi, scene e atmosfere di gusto surreale-fantastico. L’amore per il grottesco e il caricaturale deriva senza dubbio dalle maschere nere e gibbose dei vari Arlecchino, Trivellino, Pantalone e Pulcinella.

Ecco quindi che le opere di Claudia Giraudo, intrise di teatro, di personaggi circensi, di teatranti multicolori, di paradossi surreali, dovevano “fisiologicamente” colpire la mia fantasia, nel ricordo di un tempo tanto lontano. Credo che Claudia Giraudo, prima di toccare col pennello la tela, chiuda gli occhi e riveda le sue giornate e i suoi giochi da bambina; un ritorno al passato che ha lasciato impronte indelebili, che ritroviamo immancabilmente nei suoi quadri, attraverso una serie di elementi ricorrenti:in molte opere il motivo dei quadrati o dei rombi “arlecchino” viene utilizzato non soltanto per gli abiti dei personaggi umani ma anche, ad esempio, nella gualdrappa di un rinoceronte volante o sulla proboscide di un elefante che barrisce. Le farfalle, colorate come arlecchini, compaiono spesso, a conferire leggerezza (se ce ne fosse bisogno) alle situazioni rappresentate; ad aggiungere sensazioni gioiose ad atmosfere talvolta stravaganti.

I cappelli, che a mio avviso, debbono affascinare l’artista, sono quasi co-protagonisti delle scene dipinte, e contribuiscono alla costruzione di personaggi che vivono soltanto sul palcoscenico teatrale. Il cappello a cilindro è il preferito, ma ne appaiono molti altri di diverse fogge e dimensioni. C’è poi un ristretto mondo animale che accompagna, quando non è padrone della scena, quasi tutte le opere giraudiane.

Rettili, in prevalenza: camaleonti (multicolori come Arlecchino), rospi blu verdi o gialli, rane arancioni, sembrano davvero arrivare da un altro pianeta o meglio da un’epoca più archeologica che contemporanea. Sono attori in primo piano nei quadri di Claudia Giraudo, a testimoniare che l’archeologia misteriosa (o Fantarcheologia) esiste davvero, di certo nella mente, negli occhi e nel cuore di chi la sente e la dipinge.

Non posso dimenticare poi altri animali a me cari, come il rinoceronte che vola nel cosmo, o l’elefante che saluta un pallone lontano nel cielo. Ma l’elemento ricorrente per eccellenza è rappresentato dai “fili”, fili rossi o colorati o comunissimi spaghi che tengono legati fra loro i personaggi, stando a significare la metafora dei legami invisibili che si creano tra gli esseri. Un filo può essere lieve o forte, sottile o grosso, fragile o solido; un filo tende a tenerci uniti ma può spezzarsi.

Per Claudia Giraudo i fili sono i valori che ci fanno stare insieme, che consolidano i nostri rapporti, che ci aiutano a far fronte ai problemi della vita quotidiana. Tengono insieme i personaggi dei suoi quadri, e così li fanno vivere dentro le tele, dentro i paradossi dipinti con raffinata maestrìa in un mondo surreale e fantastico. Fra le sue opere recenti, quella che mi ha particolarmente colpito è l’autoritratto “alla Pinocchio”: una Claudia Giraudo fuori dagli schemi, fuori dalle metafore dettate da ricordi antichi, fuori dai sogni legati ai giochi da bambini, una Claudia Giraudo vera, realista, che indaga su se stessa nascondendo in parte il volto, dove un lungo naso di carta fa accomodare un grillo parlante che dialoga con l’artista. Una Claudia Giraudo che scopre se stessa all’osservatore, che dimostra di poter uscire dal fantastico mondo del teatro, che si concentra sulla propria persona mettendone a nudo emozioni e sensazioni. Un quadro di grande sostanza, con pochi colori, con un sapiente dosaggio delle ombre e delle luci, con una pennellata dolce e “dolorosa”, e uno sguardo triste, consapevole di una raggiunta maturità artistica e di una capacità interpretativa al di sopra dei sogni.

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