di Stefania Bison

Nel corso degli anni ho capito che esistono due diverse tipologie di mostre: quelle che offrono alla vista del pubblico – si spera sempre il più ampio possibile – una raccolta di opere (a volte legate da un tema comune, altre volte in accostamenti puramente liberi), e quelle che invece spalancano una porta su un mondo fatto di ricerche, di studi, di notti passate a riflettere, di emozioni che si celano tra una pennellata e una velatura. Sono, queste ultime, mostre che necessitano di uno sguardo attento, di richiami alla memoria e, perché no, di ulteriori approfondimenti da parte del visitatore attento. Le esposizioni di Ciro Palumbo si sono, per me, da sempre collocate in questa seconda categoria: vuoi perché parte delle sue mostre le ho viste nascere, svilupparsi ed evolversi attraverso ricerche e spunti continui. Nel suo atelier torinese (e non nella sala espositiva) ogni punto di arrivo altro non è che un nuovo punto di partenza. “Il volo del poeta visionario” – visitabile dal 7 al 23 ottobre al Palazzo della Città Metropolitana di Bari – rappresenta la summa delle ricerche dei suoi ultimi anni.

La mostra, curata da Alessandra Redaelli e accompagnata dai versi del poeta e scrittore Aldo Nove, assai vicino nel suo percorso letterario alle arti visive, nasce in collaborazione con FMR ART’È nell’ambito di un progetto di largo respiro iniziato con la personale di Ciro Palumbo Homo viator, al Museo Piaggio nella primavera di quest’anno. L’esposizione si snoda attraverso ventiquattro opere che raccontano i percorsi più recenti di un artista che ci ha abituati, negli anni, a una narrazione pulita, pittoricamente potente, intrinsecamente simbolica, ricca di suggestioni dal passato e tuttavia saldamente contemporanea. La mostra è costruita su quattro nuclei espressivi che, pur restando intrinsecamente autonomi nella loro essenza, si uniscono sulla tela, dando vita a un sottile gioco di rimandi tra passato e presente, a cui nessuno può sottrarsi.

Il mito, il viaggio, il sacro e l’eterno conflitto tra il cuore e la ragione sono dunque i temi che danno vita ai dipinti in mostra, il poeta visionario è Ciro Palumbo «che si innamora di un’idea e poi la insegue fino a trovarne il bandolo e a farla completamente sua, e inevitabilmente, quando da quella idea se ne scatena un’altra, in un gioco di sinapsi e libere associazioni, fare sua anche quella, senza fine». Le opere di tematica sacra, che ci portano in una dimensione al tempo stesso più sublime e intima, appartengono alla serie dei Mulini di Dio, nati per la mostra omonima dell’autunno 2014 al Convento di Santo Spirito di Nola, sotto la curatela di Alberto Agazzani.

L’esposizione è stata poi allestita con il titolo I Mulini di Dio – è stato scritto a Matera all’ex Ospedale San Rocco, curata da Alessandra Frosini e Stefano Gagliardi. L’opera Salita al Calvario di Pieter Brueghel il Vecchio, analizzata e approfondita poi dal regista Lech Majewski nel film “I colori della Passione”, è stata il punto di partenza per una riflessione sul sacro, e ha dato vita, come ben racconta Alessandra Redaelli «a immagini scarne, giocate su una gamma di colori per lo più ridotta ai bruni e ai grigi, immagini di solitudine, di meditazione e di fatica ma che vanno armoniosamente collegandosi a tutto il discorso pittorico dell’artista attraverso una serie di simboli ricorrenti che oramai, per Palumbo, sono diventati un codice, un alfabeto».

ar-16-129_stampa

Accanto a queste immagini intensamente introspettive e delicate nello stesso tempo, si stagliano le figure carnali dei personaggi mitologici, protagonisti di quei miti tanto amati e frequentati dal pittore torinese. Sono i suoi personaggi ibridi tra la figura umana e la statuaria classica, tesi, nella loro carnalità, a espandersi in gesti imperiosi. Le parole del testo della curatrice Alessandra Redaelli ben spiegano il senso ultimo del mito per il nostro artista: «In un paesaggio emotivo, che si fa portatore lui stesso (attraverso i mari in tempesta o i cieli carichi di nubi) dei sentimenti, gli eroi e i guerrieri del mito diventano interpreti dei nostri turbamenti, creando un ponte virtuale tra un tempo altro, lontanissimo, e la nostra quotidianità.

Tagliati in inquadrature che prendono ispirazione dal cinema o dalla fotografia, rinunciano per certi versi all’immortalità, parlandoci di noi, mentre sulla tela la straordinaria versatilità pittorica di Ciro Palumbo mescola in perfetta armonia l’altissima definizione del dettaglio alla resa espressionista di un cielo in tempesta». E poi c’è il viaggio, che diventa qui vera e propria metafora della vita ma anche del cambiamento interiore, della scoperta del mondo e di sé.

Condotto dall’artista su piccole imbarcazioni fenicie o su arche capienti, capaci di farsi casa, isola e microcosmo. Infine – nella nuova serie delle tavole di legno – la battaglia tra spirito e carne diventa il pretesto per un racconto dove il cuore (organo pulsante e sanguinante) è imprigionato e ferito o libero di volare, si fa terra feconda in cui gli alberi affondano le radici o cielo stellato. Nelle opere più recenti in mostra – realizzate negli ultimi mesi – i colori si fanno più accesi e contrastati e la figura centrale, il cuore emotivo della narrazione, tende a isolarsi, evidenziandosi rispetto a sfondi sempre più indefiniti. In mostra anche le sculture, terrecotte dalle cromie calde in cui tornano i temi più cari a Ciro Palumbo. Nato a Zurigo nel 1965.

Il suo percorso artistico prende l’avvio dalla poetica della scuola Metafisica di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, per reinventarne tuttavia i fondamenti secondo un’interpretazione personale del tutto originale. Nella sua ricerca procede attraverso momenti di contemplazione e silenzi metafisici, a cui si contrappongono espressività notturne e intimamente travagliate, dove si respira netto il distacco dall’immobilità silente che abita le tele del Pictor Optimus. Le sue opere si presentano dunque come palcoscenici in cui gli oggetti presenti sono portatori di simbologie oniriche.

Ciro Palumbo non è solo un pittore, ma di fatto un poeta che riflette, agisce e compone per coniugare metafore sull’inafferrabilità del tempo e l’incommensurabilità dello spazio, mostrando quindi la sua capacità di approfondire l’osservazione non tanto della natura, quanto delle impressioni immaginifiche che provengono dalla memoria. Curioso ricercatore e studioso, lavora da qualche anno anche sul tema del Mito, interpretando la mitologia classica in chiave squisitamente moderna, e dandone una lettura profondamente colta e suggestiva.

ar-16-131a-131b_stampa ar-16-130a-130b_stampa

L’artista riesce dunque a sublimare e contestualizzare i miti antichi in spazi al di fuori del tempo, dimostrando la loro contemporaneità. La sua formazione di grafico pubblicitario lo porta ad esercitare per anni la professione di Art Director in Agenzie pubblicitarie di Torino. È durante questo percorso che scopre ed amplia le sue capacità visive e compositive. Successivamente, l’esperienza in una moderna bottega d’arte e la conoscenza di alcuni Maestri contemporanei, lo conducono ad approfondire la tecnica della pittura ad olio con velatura.

L’artista inizia la sua attività espositiva nel 1994, e ha al proprio attivo un centinaio di mostre personali in tutta Italia. Nel 2011 ha partecipato alla 54a Biennale di Venezia, padiglione Piemonte. Tra le esposizioni internazionali sono da segnalare la presenza all’Artexpo di New York, al Context Art Miami, le mostre personali a Providence (USA) e in Svizzera a Bellinzona. Alcune opere di Palumbo sono presenti all’interno della collezione della “Fondazione Credito Bergamasco”, presso la “Civica Galleria d’Arte Moderna G. Sciortino” di Monreale (Palermo), al Museo MACIST di Biella e al MACS di Catania.

Hanno scritto della sua produzione artistica Paolo Levi, Vittorio Sgarbi, Alberto Agazzani, Angelo Mistrangelo, Tommaso Paloscia, Alberto D’Atanasio, Stefania Bison, Francesca Bogliolo. Le sue opere sono pubblicate su importanti annuari e riviste di settore, inoltre alcuni dipinti si trovano all’interno di collezioni istituzionali e private in Italia e all’estero. Attualmente vive e lavora a Torino.

About The Author