Ci sono dei Mondi Ammaccati in cui nichilismo e poesia convivono per mano del suo giovane creatore, lo scultore Christian Costa.

Per un uomo che avvelena la Terra che lo ospita, noncurante di lasciarla peggiore di come l’ha ricevuta, ce n’è un altro desideroso di tramandare ai posteri l’incanto della natura, attraverso quei versi immortali che sono la bellezza capace di salvare il mondo.

Con i suoi World’s Words e World’s Words Burned, Costa passa la parola alla Terra abusata e lo fa letteralmente, incidendo sulla sua superficie i versi immortali di Montale, Pavese, Kafka, Pascal e Einstein:sono parole che traducono l’urlo di dolore dietro il cambiamento climatico negato dalle multinazionali, come se milioni di tonnellate di rifiuti tossici e di alberi abbattuti si potessero nascondere sotto al tappeto.

Stare innanzi a uno di questi Mondi Ammaccati significa spogliarsi dalle vesti di semplice spettatore per realizzare all’istante chi siamo davvero.

Noi siamo i consumatori finali, e sulle multinazionali avremmo il potere dell’ultima parola, tramite le scelte che facciamo ogni giorno. Continuare a prendere la decisione sbagliata non ci assolve, e abbatte la differenza tra inquinatore attivo e passivo:non si può dire che sono loro, bisogna ricordarsi che siamo noi.

I mondi di Costa sono ribaltati: siamo noi a tenere in mano la Terra e ad abbracciarla tutta con uno sguardo solo, ma ciò non ha niente a che fare col mappamondo di scolastica memoria.

Lo scultore sposta la nostra prospettiva nel momento stesso in cui ci mette in mano uno dei suoi globi in scala, pestati, bruciati e schiacciati, quale risultato della nostra stessa esistenza sul pianeta. C’invita, quali figli di questa Madre Terra, ad evolverci allo stadio di suoi genitori e custodi, prima che le sue

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visioni artistiche si facciano reali.

Del resto, come diceva anche Vasilij Kandinskij, alcune opere sono in grado di profetizzare il mondo.

Sono sfere di legno, naturali o smaltate, in foglia d’oro o d’argento, che riproducono la geografia terrestre:ma sono schiacciate e alcune addirittura così tanto da ridursi a tavole, appiattite da una mano senza più controllo.

Eppure Costa li plasma, li accarezza con una manualità da artigiano, ne ammorbidisce le forme, lasciando che sia la luce a definirne i contorni, a mettere in evidenza le venature del legno.

C’è uno studio approfondito dietro ognuno di questi cosmi, ci sono sperimentazioni sui materiali e c’è la cultura, capace di sopravvivere ai secoli ed unica via di salvezza per l’umanità e per il pianeta.

Costa, da colto ricercatore qual è, trascrive sulle sue opere frammenti dei capolavori della letteratura con minuziosità certosina.

E poi ci sono le bruciature, l’elemento che forse più di ogni altro riesce a trasmettere il senso inquietante del punto di non ritorno. D’intensa e drammatica bellezza sono le due opere – una sfera e una tavola – su cui Costa riporta brani dell’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”.

Il colore rosso vivido del sangue sul legno e le bruciature accompagnano parole ancora oggi pesantissime. Nella prefazione al suo libro, Primo Levi scriveva

Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

About The Author

Stefania Bison
Storica dell'Arte

Laureata in storia dell'arte, lavora come è responsabile della redazione di Torino di EFFETTO ARTE. Collabora con l’Elede, casa editrice specializzata in arte. Cura e organizza eventi espositivi.

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