Ottocento metri quadrati di galleria. Una storia quasi centenaria. Per capire lo stile dell’antiquario romano Cesare Lampronti bisogna ricordare quello del nonno Cesare, che nel 1914 decise di offrire alla nobiltà e alla borghesia italiana del tempo la cultura della reliquia antica, mobili e dipinti. Poi lo scettro passò al figlio Giulio. Oggi Cesare Lampronti è l’erede sapiente di questa dinastia. Distinto, elegante, dietro lo sguardo amichevole si avverte il professionista riservato, che mette a proprio agio qualsiasi interlocutore. Chi varca la soglia della galleria ai numeri 174 e 175 in via del Babuino, si trova immerso nell’atmosfera sospesa di un tempio dell’arte, da percorrere con attenzione e silenzio, come si usa in un museo, in un viaggio lento, lungo, esteso, che seduce il visitatore, e che lo porta fino alla vicina Via del Corso.

Si alternano sculture in marmo bianco a tutto tondo, mobili, cassettoni, scrivanie di illustre provenienza. Alle pareti giocano la loro parte pitture di scuola antica italiana e fiamminga, pezzi rari per un collezionismo colto, di cui Lampronti è il credibile suggeritore. Questo signore che, con rapido colpo d’occhio, sa distinguere un’opera giusta da una di errata attribuzione, è assolutamente sereno sulla qualità delle sue proposte, e non ha mai avuto, in vita sua, una contestazione. Per questo motivo la sua credibilità è apprezzata a livello

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internazionale, presso gli statisti europei, i grandi magnati americani e gli istituti bancari, che giustamente investono, in quanto l’arte dei maestri antichi non tradisce, e anzi si valorizza rimanendo ferma alle pareti. Ogni evento espositivo tematico che Lampronti organizza, nasce dalla sua paziente preparazione di rabdomante straordinario, dote che ha ereditato dal nonno e dal padre. Egli non cerca il pezzo, ma è il pezzo che gli viene incontro: è accaduto nel 1983, quando ha messo insieme un’esposizione di opere tutt’altro che facili da reperire. Era dedicata alla natura morta europea dal XVI al XVII secolo; in copertina c’era un dipinto raro di Louise Moillon, artista del Seicento, che è stato conteso da molti collezionisti; l’evento era curato da Ferdinando Bologna, della scuola critica di Roberto Longhi. È stato poi un catalogo da bibliofili quello del 1984, dedicato a una evento irripetibile per la preziosità dell’importate repertorio dei paesaggi italiani, italianizzanti e fiamminghi.

Il saggio critico era di Giuliano Briganti, studioso anch’egli longhiano. Da ricordare ancora, la coda di visitatori alla Tefaf di Maastricht del 2009, quando Cesare Lampronti ha esposto una reliquia museale come la Veduta di Roma con il Colosseo e l’arco di Costantino del maestro del Settecento veneziano Bernardo Bellotto, capolavoro di augusta provenienza e di ricca bibliografia. Altri suoi pezzi di livello museale saranno presentati alla 24ma TEFAF (The European Fine Art Fair) che si terrà a Maastricht tra il 18 e il 27 marzo prossimo. È un evento importantissimo per l’alto livello qualitativo e innovativo.

È un mondo di sollecitazioni infinite, di suggerimenti e di cultura che si incontrano e si confrontano, per continuare la lunga storia dell’arte e dell’armonia

dichiara a Effetto Arte il gallerista, che è anche presidente dell’Associazione per la Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma. Ma Lampronti non ama parlare di sé, e si sofferma invece sui giovani. Ha fiducia in loro:

Mi dispiace che non abbiano la possibilità di realizzare una parte almeno di quello che sognano.

Prosegue come se parlasse solo a se stesso:

Oltre alla mente c’è il cuore e l’anima. Mai tradirli.

Quello di cui oggi si avverte la mancanza, è una storia dei grandi antiquari italiani del Novecento. La dinastia dei Lampronti avrebbe la parte che si merita in quel gotha di personaggi da non dimenticare, che hanno contribuito, con sapienza e discrezione, ad arricchire le raccolte pubbliche e private nazionali e internazionali. Sono stati i benemeriti del collezionismo, e protagonisti dal grande fiuto, sensibili e capaci. Il loro nome sullo scenario mondiale dell’arte dovrebbe essere scritto sulla pietra, e Cesare Lampronti ne rappresenta il lascito culturale con silenziosa eleganza.

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