Io vi insegno l’oltreuomo.
L’uomo è qualcosa che deve essere superato.
Che cosa avete fatto per superarlo?
Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé,
e voi volete essere il riflusso di questa grande marea
e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo?
Friedrich Nietzsche

Visionarietà e oggettività. Due termini in contraddizione? Apparentemente sì. Eppure, “visionarietà oggettiva” è stato l’incipit di invito all’unica mostra personale di Carl Grossberg in Italia, a oltre settant’anni dalla sua morte, nello splendido contesto della Galleria Milano, aperta nel 1928 dall’editore e critico d’arte Sandro Somarè. Dal 1955, la direzione della galleria passa a Carla Pellegrini Rocca – tutt’ora sua titolare: sono gli anni d’oro in cui le gallerie d’arte, oltre che luoghi privilegiati di esposizione, diventano circoli culturali, spazi concretamente vissuti, in cui gli artisti, i curatori, critici e collezionisti, si incontrano per discutere fino a tarda notte sorseggiando whisky o gin tonic, influenzandosi, intrecciando i propri destini con la storia contemporanea.
Sono oltre trecento gli artisti e movimenti dell’avanguardia storica e contemporanea internazionale che transitano dalla Galleria Milano in questi cinquant’anni di attività. Una particolare predilezione e cura vengono dedicate agli aspetti dell’arte contemporanea e moderna meno noti al contesto italiano.
Racconta Carla Pellegrini Rocca: «Per diverse ragioni, una mostra quasi impossibile da realizzare, quella su Carl Grossberg». Esponente della Nuova oggettività, le sue opere sono risultate di difficile reperibilità: in parte allocate in collezioni private sparse per il mondo, in parte gelosamente custodite dalle figlie novantenni di Grossberg, ancora molto legate alla figura del padre e piuttosto reticenti a concederle in prestito a uno spazio esterno alla casa di famiglia, dove ancora abitano oggi.

L’artista nasce a Ebensfeld – in Germania – nel 1894. Al termine degli studi liceali, si iscrive alla facoltà di architettura di Acquisgrana, passando poi all’università di Darmstadt. Scoppia la prima guerra mondiale: Grossberg viene chiamato al fronte nel 1915, riuscendo a rientrare a casa solo nel 1918, ferito e profondamente segnato dall’esperienza bellica. Nell’approssimarsi degli anni Venti, sembra possibile riprendere finalmente la vita bruscamente interrotta della guerra: nel 1919 rinizia gli studi iscrivendosi all’Accademia delle Belle Arti di Weimar e poi alla scuola Bauhaus, studiando con Lyonel Feininger. Si sposa e realizza le sue prime mostre personali: al Kunsthaus Schaller di Stoccarda, alla Galleria Nierendorf di Berlino, alla Kestnergesellshaft e a Essen, al Folkwang Museum.
La più sintetica chiave interpretativa della Nuova oggettività, all’interno della quale viene collocato Grossberg, viene individuata nell’espressione “della carne e del ferro”: la figura umana ritratta dal realistico al metaforico, all’allegorico, accanto ai giganti del progresso cavalcante.
Le macchine. La Tour Eiffel, il Titanic, le grandi industrie siderurgiche, le turbine, i centri urbani di provincia che si svuotano per le migrazioni dei lavoratori verso le città industriali.
È il momento della fiducia e dell’entusiasmo verso il progresso, il futuro. Le macchine possono tutto, con esse arriveremo ovunque. La prima guerra mondiale sembra essere stato un incidente di percorso nel cammino dell’umanità del Ventesimo Secolo. Un tragico banco di prova per alcune nuove tecnologie, che torneranno però a essere utilizzate – molti ne sono convinti – per migliorare la produttività e la vita dell’uomo.

Nel corso degli anni Venti le opere di Grossberg, prevalentemente a china e acquerello, esprimono l’influenza dei suoi studi architettonici, avvicinandosi a una forma di espressionismo, impregnato di sensibilità moderna. Linee ancora morbide su periferie di cittadine di provincia, vecchie case, officine, vicoli, angoli di Berlino. Progressivamente, ma decisamente, sposta poi il suo interesse su scenari industriali e architettonici, senza includere la figura umana, attratto maggiormente dalle linee, l’essenzialità e dalla possente prestanza dell’impiantistica industriale.
Ma, come ben sappiamo, nel corso degli anni Trenta in Germania emerge e viene a consolidarsi un movimento politico inquietante, il nazionalsocialismo di Adolf Hitler. Le linee della pittura di Grossberg si induriscono, diventando ancora più essenziali e pulite. Scompare progressivamente ogni traccia di romanticismo nei colori e nelle forme. L’artista pare aggrapparsi a queste linee certe, oggettive, quasi a dirsi: «Abbiamo costruito tutto questo. Stiamo andando avanti: l’uomo progredisce e queste sue opere industriali ne sono la prova tangibile».
Ma un’angoscia dentro cresce. L’opera Interieur del 1935 è forse l’ultimo – muto, perfetto, commovente – saluto al giovane architetto che aveva studiato la Bauhaus e condiviso i suoi ideali.

Nonostante ritragga macchinari, locomotive, turbine, Grossberg non riesce a trasmettere una completa freddezza. La sua pare essere piuttosto una muta, docile ma urlante denuncia della solitudine che egli stesso provava di fronte ai cambiamenti storici in corso; la messa a tacere del genere umano a favore di un’organizzazione perfetta.
Sente di non poter restare più in Germania, tenta di emigrare negli Stati Uniti e quando, finalmente, questa possibilità potrebbe concretizzarsi, nel 1939 viene di nuovo chiamato alle armi. Si deve occupare la Polonia. L’invasione polacca e le sue conseguenze sulla popolazione locale lo turbano profondamente: cerca di aiutare una famiglia evacuata, rischiando di finire giustiziato nel tribunale militare con l’accusa di “minare le forze militari tedesche”.
A un amico scrive: «Presto inizierà il nuovo anno, e tutti sappiamo a cosa ci porterà». Il suo stato d’animo è preda di una buia depressione: nel dicembre del 1939 viene ricoverato in ospedale.
Lo aspetta un altro anno di guerra, ma non sarà una pallottola nemica a porre fine alla sua breve ma intensissima esperienza umana e artistica. Durante un congedo, nell’ottobre del 1940, muore in un incidente d’auto nei pressi di Compiègne.

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