La Milano da bere, la Milano dei cinema e delle mostre, delle gallerie d’arte storiche e degli scorci in trasformazione che ispirano nuove forme da ritrarre. La Milano sempre di fretta e satura di iniziative, a volte crudele con i suoi artisti, la città italiana oggi forse più ricca di iniziative artistico-culturali, ma ancora lontana dall’avere un reale respiro internazionale. Tra i suoni dei clacson, lo sferragliare dei tram e i suoni tintinnanti di un vernissage, incontrare una voce fresca e originale, con un piede oltreoceano, un’occhiata a quanto accade oltremanica e nel cuore un grande amore per gli artisti italiani, è una bella scoperta per chi va a caccia di arte. Camilla Bertuzzi, giovane direttore della galleria BAG Milano, viene da un’esperienza in precedenti gallerie milanesi dove la ricerca dell’innovazione nella modalità espositiva ha sempre rappresentato un must.

Prima con l’intuizione di occupare spazi di passaggio strategici, attraverso la modalità temporary – ovvero: mi affitti il tuo spazio e lo trasformo in una galleria d’arte per un paio di mesi – poi con il tentativo di attirare clienti e visitatori attraverso eventi più complessi della classica offerta di un cocktail d’inaugurazione, avvicendando le opere di artisti emergenti con una certa frequenza. Come in una piccola boutique.

Un esempio? Un evento con Porsche e Perrier Jouet: due brand di grandissimo lusso. La nuova Boxter da ammirare e sfiorare, bottiglie e bicchieri con fiori di Gallet, un punto bar dentro la galleria con tutti i ragazzi Perrier Jouet.
Alle pareti le opere di Dago, artista senegalese che ritrae donne africane ricoperte di colore.
L’esperienza funziona, ha successo, permette di attirare un pubblico anche differente. Le gallerie a Milano sono numerose, e molta la concorrenza. Con alcuni collaboratori, Camilla decide di dar vita ad una nuova storia: si apre BAG.

Perché posizionarci in un posto fisso? Abbiamo scelto una soluzione in continuità con le nostre passate esperienze: un ufficio in centro, ma una sede espositiva non fissa, più viva …».
E perché non un hotel?
Viaggiando nel resto del mondo abbiamo visto come le cose possano funzionare diversamente. Per gli americani ad esempio, gli alberghi sono dei grandi punti di incontro (matrimoni, ci si va a cena, convention, eventi, negozi stupendi, parrucchieri famosi). Abbiamo tentato di ricreare a Milano questa situazione, anche per prendere i clienti stranieri, abituati alla vita che si conduce all’interno di un grande albergo, in cui ti aspetti di trovare altri servizi. Perché non trovare una galleria d’arte? Una galleria d’arte vera, che ha solo uno spazio espositivo decentrato rispetto all’albergo. Permette a tutti di andare a vedere le opere a qualsiasi ora.
È in centro, molto comodo da raggiungere anche con la Metro, vicino ai bar che fanno i caffè più buoni…

Accanto all’esperienza espositiva presso il Boscolo Exedra – a pochi passi da via Manzoni e via Montenapoleone – BAG sceglie di continuare a percorrere la filosofia temporary, sfruttando spazi che avrebbero difficilmente la destinazione di galleria d’arte.

Abbiamo fatto un paio di eventi in piazza San Marco, uno con gli artisti di Cracking Art: erba finta e tutti i loro animali colorati (rane, lupi, chiocciole, conigli, etc.). Durata: un mesetto. C’erano i bambini che si divertivano moltissimo… solo le loro espressioni erano appaganti. I cani tentavano di mangiare le rane! Così si ha la possibilità di coinvolgere anche un pubblico più ampio trasferendo, assieme all’amore per l’arte, anche dei messaggi come il rispetto per l’ambiente e il riciclo. Tutti gli animali di Cracking Art sono realizzati in plastica di recupero.

Dal punto di vista organizzativo, eventi del genere comportano una sinergia di collaborazioni, ma non sempre si riscontra questa attitudine in chi si occupa di arte:

Credo molto nella collaborazione, nella messa in comune delle competenze. Unire le forze con altre gallerie che magari stanno proponendo lo stesso artista e fare un evento assieme.
Ma quasi nessuno è disposto a farlo, anche in assenza di un contratto di esclusiva sugli artisti. Perché non si riesce a fare un evento insieme? Lo trovo un approccio controproducente: unendo le forze, si potrebbero creare eventi ancora migliori, attirando l’attenzione sull’artista. Ne trarrebbero tutti beneficio.

Voglia di reinterpretare la città con uno spirito più ampio, poliedrico, spingendo per la valorizzazione dei talenti italiani:

Milano è una città internazionale….no! Lo è forse solo per la moda. Gli americani non hanno nulla, se confrontato al nostro patrimonio artistico e culturale, ma sanno vendersi molto bene. Pompei crolla! È una follia. Non riusciamo a promuoverci. A Sotheby’s e Chistie’s vengono battuti ottimamente degli artisti italiani che da noi sono magari poco conosciuti.

Qualche esempio? Il giovane scultore Matteo Negri, noto per le inedite riletture plasmate dei mattoncini Lego, Paola Foppiani, ironica interprete di una bellezza femminile dalle forme tonde, allegre e irriverenti, Marcello Lo Giudice, pittore e scultore esponente dell’informale, tra gli artisti italiani viventi attualmente più quotati.
L’opera Dalla primavera del Botticelli, acquistata da Alberto Di Monaco è collocata permanentemente nell’Hotel Hermitage del Principato. L’unica mostra organizzata in Italia è stata a cura di BAG.

La crisi c’è e si sente, anche nel mondo dell’arte, bene non primario.
Chi rischia oggi di scomparire dal mercato dei collezionisti sono i piccoli investitori: gli amanti dell’arte che non dispongono di grandi capitali, i giovani.
Soffocati da spese più urgenti e necessarie, schiacciati da una realtà che non dà la possibilità di sognare.
Per venire incontro a queste caratteristiche del nostro tempo, BAG sceglie di offrire anche il servizio di vendita rateale, per non spegnere definitivamente la speranza: l’acquistare un’opera d’arte ti arricchisce, ti eleva, dandoti la possibilità di entrare nel mondo di un’altra persona.
Chi acquista, compra l’emozione che l’artista ha saputo trasmettergli.
E questo è cultura.
Anche se viene considerata nel pensiero comune come qualcosa di più difficile da capire, l’arte pop e contemporanea spinge l’osservatore ad andare oltre l’opera stessa. Unico requisito richiesto: provare a rinunciare per qualche istante alle categorie classiche del mi piace-non mi piace, è bello-è brutto.
Un piccolo sforzo di sospensione del giudizio, permetterà pian piano ad altre suggestioni di farsi spazio in noi, aprendo la porta verso quelle dimensioni emotive di ricordo, nostalgia, fascinazione e sogno forse dai confini indistinti, ma che costituiscono l’ancora verso quanto ci fa desiderare di possedere un’opera, per accedere a tutto questo in un solo sguardo, da casa.

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