Spente le sirene, spariti gli operai e crollate le ciminiere delle fabbriche, quel che resta prende il nome di archeologia industriale. Palcoscenici sfondati, quinte ammuffite e platee depredate, sono quello che rimane di un teatro e della nostra cultura smantellata. Un palazzo senza più inquilini paganti e una chiesa senza più fedeli, tornano di proprietà della natura che si fa breccia con paziente prepotenza tra infissi divelti, crepe nei muri e i materassi di fortuna di chi casa non ne ha. Considerati come ferite nel tessuto urbano che avanza, sono luoghi dell’utopos, perché privati della loro funzione originaria in favore del nuovo, nella perenne attesa delle ruspe e nella speranza disillusa di un restauro. Come pazienti lasciati ammalare di proposito prima, e vittime di un accanimento terapeutico che li fa poi morire un mattone per volta, sono il ricco patrimonio di un milionario che non si cura dei centesimi, anche se sono a migliaia, perché perderebbe tempo a contarli. Il milionario è lo Stato Italiano:ovunque, in Europa, con un patrimonio decisamente più modesto, questi luoghi riprendono vita e diventano sale da concerti, musei, scuole e spazi restituiti alla collettività.

Ma qui, decaduti insieme ai nomi che portavano prima dell’abbandono, di loro resta il termine definitivo: rovine.

Nella caparbia ostinazione delle cose inanimate che continuano a esistere, c. reger fotografa il presente precario del  rudere, rivelandoci la bellezza che fu e che ancora sarebbe, se solo qualcuno se ne fosse preso cura. L’artista ha scelto di documentare con la fotografia, mezzo più diretto rispetto alla scrittura o alla pittura, che pur gli sono familiari.

Sono scatti solo a prima vista statici, nei quali si percepisce “un movimento precipite, una inarrestabile caduta”.

Il disastro – spiega ancora c.reger – mette a nudo l’essenza del reale, e la pone davanti ai nostri occhi senza finzioni. Mentre  puntiamo l’obiettivo,  mettiamo a fuoco quello che abbiamo dentro.

Da qui nasce il progetto Soul Ruins – Tracce per una mappa dell’invisibile, che nel 2011 è stato esposto al Manege Expo di San Pietroburgo e al MIAF di Milano (con Photo LTD). Nel 2013, Lift to Atlantis – Sulla rotta dell’invisibile, ha costituito la svolta più recente di questa ricerca. Entrambi i lavori propongono una selezione di circa trenta scatti, accompagnati da brevi testi indipendenti che lambiscono, senza svelarlo, il mistero dei luoghi.

C. Reger, prendendo a prestito le parole di Montale, cerca le proprie verità «là dove solo morde l’arsura e la desolazione». In una ricerca che ha scardinato ogni alibi, dalla fragilità del falso alla vertigine del vero, il suo è un racconto dinamico.

L’artista non crede che la fotografia fermi il tempo per sempre.

 Scambiare la fissità di un fotogramma con una forma di eternità mi pare un errore di prospettiva. Ogni singola immagine dovrebbe racchiudere in sé tutto quanto il tempo, in un racconto fatto di un oggi e di un perduto ieri.

Il suo filo conduttore sta in ciò che il tempo e l’uomo hanno guastato, luoghi e cose in caduta libera. Fatiscenza, disuso, archeologia industriale abdicata, teatri e saloni abbandonati, strumenti musicali putrescenti quali pianoforti ridotti, se non al silenzio, a clangori e dissonanze: ogni cosa ha una data di scadenza, ma tutto scorre. Se è vero infatti che la fotografia di c.reger guarda alle cose che sono state , non si può non notare che lì ogni cosa è illuminata da un raggio di sole. Non è quindi la fine della vita la chiave di lettura, ma la vita che prosegue.

Piace a c. reger citare Calvino:

Alla fine ho smesso di inseguire il miraggio della perfezione, che si manifesta solo per caso, ed è incapace di durare: è nello sfacelo che si palesa la verità delle cose.

Nel suo background culturale si sovrappongono le riflessioni di Calvino e di Montale, di Kierkegaard, di Bergson e di Freud, sull’immaginario di Hitchcock e di Dalí, fino alle lande sonore di Arvo Pärt.

Quanto al suo modus operandi, l’artista ci tiene a dare alla tecnica il giusto peso: è significativa nello sforzo d’indagine e comprensione, ma non quando ammicca a una moda espressiva.

Scatto a mano libera, spesso inginocchiato per terra o abbarbicato su un cumulo di macerie, smettendo di respirare, pur di tenere ferma l’esposizione a 1/8 di secondo.

L’artista considera la luce naturale uno strumento già molto sofisticato, che osserva e che scava, perché « niente è mai soltanto quello che sembra».

Fotografare per c. reger è dunque un modo per catturare – e restituire-  ciò che non si vede, per cui la sostanza, i contorni e i volumi delle cose rimandano a significati ben più riposti, fluttuando in una realtà che si rifiuta di restare confinata nei limiti dell’apparente.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

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