Perché il messaggio della street art star non è più efficace. Banksy fa il piromane con l’estintore in mano ma vuole convincerci di essere ancora uno che combatte il sistema. Peccato che nel suo parco dell’anti-divertimento nessuno possa indicare che il re è nudo, dato che non è un posto per bambini, come si legge nel bugiardino del suo ultimo rimedio per lo stato di cecità in cui, secondo lui, versa il mondo.

Il parco a tema sulle sfighe dell’umanità inaugura oggi a Weston-super-Mare, nella stazione balneare abbandonata Tropicana, con vista sul classico spiaggione desolato all’inglese. Per cinque settimane, nel parco Dismaland Bemusement Park si potrà ammirare, testuali parole del sito ufficiale, “la migliore arte contemporanea mai riunita in un città di mare del North Somerset” con una sessantina di artisti tra i quali spicca il nome di Damien Hirst.

Sarà forse questo il motivo per cui si puntualizza di non entrare con bombolette spray, pennarelli e coltelli, ma nel frattempo il paladino star della street art si è imborghesito di brutto.

Già la visione del mondo o tutto bianco o tutto nero di Banksy si era inasprita di molto quando – passata la strizza delle bombe di Protective Edge – si era recato a Gaza via tunnel, nei panni del salvatore della causa palestinese recando messaggi profondi, a metà tra i contenuti di un tema delle elementari e di un Bacio Perugina:
«Se ci disinteressiamo del conflitto tra i forti e i deboli, ci mettiamo dalla parte dei forti, non siamo neutrali» – facendosi però cassa di risonanza di una “non neutralità di moda” tra i meno informati.

Esaurite le provocazioni che sapevano di novità, a Banksy è caduta finalmente la maschera, almeno quella intellettuale, e ha finito per occupare il posto lasciato libero dal baby pensionato Cattelan. Nel suo parco “deprimente e disorientante” trovano spazio una decina di sue opere, tra cui spicca per cattivo gusto una Cenerentola morta dentro la carrozza-zucca, ribaltatasi dopo un incidente stradale. Se l’installazione fosse tutta qui, il pensiero correrebbe, per similitudine di voluto scempio plastico, solo al papa atterrato da un meteorite. Avremmo potuto quindi attenerci alle associazioni semplicistiche a cui il writer ci ha abituato negli anni, vedendo nell’incidente un finale nefasto della fiaba, privato del coronamento del sogno d’amore di Cenerentola col principe. Invece, il suo concetto di avanguardia si spinge fino al lontano 1997, ripescando anche l’immagine della morte di Lady Diana, già abusata a suo tempo da troppi artisti della provocazione. Il macabro e il cattivo gusto fuori tempo massimo dei paparazzi motociclisti che fanno saettare i flash sul corpo della morta, casco ancora in testa e scooter parcheggiati di fianco, se li poteva risparmiare, più a se stesso che al pubblico.
“L’arte – diceva Longanesi – è in incidente dal quale non si esce mai illesi”. Povera Cenerentola.

Par condicio rispettata, comunque, con egual numero di artisti da fronti avversi, tre palestinesi e tre israeliani, tutti però uniti sotto la bandiera dell’antisionismo. Tra questi spicca il macabro ceramista israeliano Ronit Baranga, degno di menzione, quantomeno per sporadica originalità.

C’è poi la prima artista donna che rappresentò gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, Jenny Holzer, e un pensionato, Ed Hall, che da quarant’anni dipinge striscioni per i sindacati inglesi nel suo giardino di casa. Italiani non pervenuti, per fortuna.

Ma soffermiamoci sul depressivo e disorientante. Perché il nobile scopo di Banksy è di far riflettere il pubblico adulto su quanto siano deprimenti i parchi divertimento, riservandogliene uno apposito.
Ce lo doveva dire lui, noi non ce ne eravamo mai accorti prima, che bastava passare dal ruolo di pargolo a quello di genitore o di adulto, per non trovare più tanto divertenti questi parchi di divertimento.

Per il resto, le dieci opere di Banksy mostrano un repertorio populista da politico navigato, una solidarietà spicciola con i problemi e le paure della gente comune, che dimostra di non conoscere così bene. Tra un banco di prestiti per bambini – da ottenere in cambio di paghette – e la pozza con le miniature dei barconi di profughi e delle lance della polizia con le armi puntate contro, mentre qualche morto galleggia, ci si deve arrendere al cattivo gusto. Che è quello della pochezza intellettuale con cui Banksy liquida argomenti pesanti, cavalcandoli come luoghi comuni da bancone di Striscia la Notizia.

Col suo senso di giustizia – o da giustiziere privilegiato – Banksy mette in moto il baraccone dei sogni infranti che costellano l’esistenza attuale e che sono l’ansia e il vissuto quotidiano dell’uomo qualunque, audience che il writer vorrebbe far intendere essere la sua preferita.

“Spero che chiunque a Weston voglia cogliere l’occasione di stare in una pozza di acqua putrida, mangiando patatine fredde al suono di bambini che piangono” – dichiara Banksy.
Appunto, pozza putrida a parte, che differenza passi con gli altri parchi divertimenti non si capisce.

Ah già, pare che il personale del parco sia stato istruito per apparire depresso, arrabbiato e maleducato col pubblico.

La novità è che qui almeno la scortesia è recitata a soggetto. Altrove nel mondo è più spontanea. Negli anni ’80 invece era La Parolaccia, il ristorante dove Fracchia portava la signorina Corvino per farsi insultare tra una portata e l’altra, con la variante di Gigi il Troione per Fantozzi e Silvani, e del ristorante del Monnezza,  Alla Pernacchia.

Perché dunque recarsi in un posto che è l’insieme delle tristi destinazioni patite dal ragionier Fantozzi per mano dell’organizzazione made in Filini?

Qui è come farsi un capodanno in un gelido sottoscala con l’orchestra che mette avanti l’orologio e il cameriere che ti prende di mira, una settimana bianca ma d’estate, con Calboni capocordata, una partita a calcetto in un campo di pozzanghere o un campeggio in una discarica abusiva. O, per restare in tempi più recenti, è come trovarsi davanti Carol Beer, l’impiegata peggiore del mondo della serie Little Britain.

Niente di nuovo sotto al sole, dunque, ma qui manca anche la capacità di rappresentare con novità.

L’unica cosa che si salva, in tema con il parco stesso e ricordo della genialità perduta di Bansky – insieme all’animo ecologista che invece ben seppe esprimere ne La Grande Onda – sono i palloncini in poliestere non biodegradabile e con filiera non rintracciabile – so che lui un tempo ci teneva, quando era ora di bacchettare i gadget de I Simpson – con la scritta “I am an Imbecile”. Perché ce ne vuole per accorrere ancora al grido di “al lupo, al lupo!” quando il lupo è solo più un trofeo appeso al muro.

Del resto, la street art, persa da tempo la sua posizione di contro cultura, mette d’accordo tutti, soprattutto quando di mezzo ci sono la moda e qualsiasi cosa faccia tendenza. E ha quindi poco da lamentarsi quell’altro writer, Kidult, che con le sue scritte che imbrattano le vetrine dei brand – quelli da lui accusati di usare a sproposito il linguaggio street – ha regalato loro un assist fenomenale che l’ha neutralizzato sul suo stesso campo.
Quella dei writer nobilitati a icona dal sistema arte – sistema che combattono aspramente fin quando questo non li omologa – è la categoria di artisti più venduta sul mercato, e non solo perché è possibile comprarli anche agli angoli delle strade.

Diventato Banksy l’ennesimo disco rotto dell’arte – il genio che ripete se stesso all’infinito è noioso come il comune mortale – ormai ergastolano del tributo alla provocazione sì, ma del déjà-vu pour épater le bourgeois, non ci resta che guardare ancora alla buona arte: non quella che nasce dalle buone – o meglio, buoniste – intenzioni, ma dalle cattive, parafrasando Wilde.

Che poi, parlando di creatività, qui da noi non vantiamo mica solo il primato dell’insulto a pagamento per il divertimento un po’ masochista del cliente annoiato. Il nostro parco divertimenti più grande e più visitato, Gardaland, si trova a un tiro di schioppo dal Vittoriale degli Italiani, parco divertimenti personale di d’Annunzio, e per adulti, per eccellenza. Non c’è gita scolastica o famigliare che non preveda tappa obbligata in entrambi i luoghi: c’è solo da decidere se far divertire per primi i bambini o farli “annoiare”, forse, ma non deprimere, per ultimi.

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