di  Emilio Gargioni

Max Ferrigno pittore è nato in una cameretta, nel 2005, piena zeppa di giochi e fumetti, con il televisore sempre sintonizzato sui cartoni animati giapponesi. Lì ha deciso di cancellare ciò che era stato fino allora dopo aver incontrato le opere di Murakami. In quella cameretta – mi dice Max Ferrigno – è nato l’artista che oggi conosciamo”.

È in quelle quattro mura di memoria che nasce ogni sua singola opera. Max si sente, a ragione, un artista surrealmente pop e, a suo dire, anche se spesso i suoi quadri vengono catalogati come “New pop“, la vena surreale sarà sempre determinante per la sua creatività. Ho scoperto casualmente Max Ferrigno in una tarda mattinata di alcuni anni fa, quando mi sono fermato, in Via San Francesco da Paola a Torino, a guardare le vetrine di un negozietto specializzato in oggettistica per ragazzi, il CRIME SHOP, dove avevo intenzione di acquistare un regalino per i miei nipoti più piccoli.

Sono entrato e, sulle pareti di questo negozio lungo e stretto, erano appesi piccoli quadri raffiguranti dolci, pasticcini e merendine rivisitati come personaggi “gotici”, dall’occhio languido ed acquoso, decisamente intriganti, perlopiù incorniciati in stile barocco, dipinti con colori forti, quasi tutti tendenti al lilla, al viola ed alla gamma dei rossi. Ho chiesto chi fosse l’autore e mi è stato risposto: un tale Max Ferrigno.

Ho pregato la gentile titolare di mettermi in contatto con l’artista e, qualche tempo dopo, si è presentato nella mia galleria un giovanotto che sprizzava energia e brillantezza, con occhi talmente vividi e in contrasto con gli occhioni “opachi” dei suoi personaggi, da creare intorno a sè un alone di immediata simpatia.

Sensazione confermata dai fatti: Max era felice di essere stato contattato dalla Davico, era successa una cosa per lui inaspettata, magari era soltanto una curiosità. Chi mi conosce però sa che, se decido di entrare in contatto con un artista, è perchè ho già stabilito di farlo esporre in galleria. C’era comunque un nodo da sciogliere. A mio avviso il suo stile era troppo “pop” e troppo poco grottesco/fantastico. Gli chiesi allora quasi un “passaggio di stile”: dallo squisitamente pop a quanto invece deve essere più decisamente surreale, abbandonando tutti i riferimenti concettuali e pittorici alla società di massa e provando ad “inventare” dei personaggi nuovi, trasferendo la sua immaginazione sugli umani.

La risposta non si è fatta attendere. Max ha realizzato una serie di opere dedicate al circo. In tal modo ha potuto coniugare la fantasia e la bizzarria delle tematiche “pop” con una componente grottesca, ottenendo un risultato eccellente, che sposava l’onirico con il fantastico, non dimenticando mai una fonte di luce pop. Molte le curiosità su questo artista giovane e di grande talento: anzitutto, quanto abbiano inciso nella sua mente i giochi ed i ricordi dell’infanzia.

La sua risposta è stata immediata: «Moltissimo, se non addirittura totalmente». Altra domanda: «Preferisce le favole o la simbologia? Oppure nessuno dei due elementi? Anche in questo caso, ho ottenuto una risposta molto precisa: «Reputo estremamente importanti entrambi gli elementi, che credo siano visibili osservando attentamente i miei lavori. Fra le favole faccio delle scelte non convenzionali, come già accadeva da ragazzino. La mitologia classica è stato per me un amore formativo».

Ho voluto provare a scavare nelle intenzioni future di Max Ferrigno, chiedendo dove ritenesse di orientare la sua ricerca negli anni a venire e, da un personaggio così brillante, non poteva che derivare la risposta che segue: «è difficile saperlo! Ho così tanti stimoli ed idee che dovrei vivere cento vite per trasformarle tutte in pittura. Può bastare l’ascolto di una vecchia sigla di un anime, per pensare ad un’intera collezione… Sicuramente l’aver aperto il mio secondo studio a Palermo (trasferimento effettuato di recente) porterà qualche cambiamento, come già si può intravedere dalla collezione Up Docking Transformation.

La ricerca delle mie radici in una terra fondamentale per la mia spiritualità pagana ma con lo sguardo sempre rivolto al Sol Nascente…». Non penso che Ferrigno abbia intenzione di staccarsi dallo stereotipo dei Manga e, di fronte a tale domanda, la sua risposta è stata molto precisa: «Pur volendo, tale stereotipo fa ormai parte del mio linguaggio. Anche quando ho accettato la scommessa di avventurarmi nel mondo del surreale/fantastico, la mia “nippocentricità” è rimasta evidente.

Mi piace definirmi un artista “nipposuggestionato” e per quanto io sia, per forza di cose, un artista italiano, le mie radici artistiche sono ben salde nei paesaggi e nelle atmosfere viste per tanti anni nei miei anime preferiti e coltivate fino ad oggi nei film di Miyazaki». Avevo inoltre una grande curiosità: perchè Max aggrega al proprio nome quello doppio di Ataru Moroboshi? La risposta è di tipo affettivo.

Ferrigno ha molto amato Ataru, protagonista maschile di uno degli anime da lui preferiti, tanto da scegliere quel nome come nickname su Facebook, anche per sfuggire ai controlli di una fidanzata gelosa!…. E poi non ha voluto più cancellarlo nè cambiarlo, convivendo egregiamente (dice lui) con il suo alter ego! È mia convinzione che Max Ferrigno non abbandonerà mai il suo mondo fatto di eroi ninja, di trofei di animali, di arcigni e bellicosi clown, di tazze di cioccolato che ti guardano storto, di pseudo-ninfette asiatiche pronte a sfidarti a braccio di ferro.

Questo è il suo unico mondo, che lo appaga e lo rende felice e che lui ricambia con tavole dipinte con morbida mano, con colori sgargianti e gioiosi, con un talento nei pennelli che esprime la sua incontenibile vivacità. Questa è la sua forza, la sua energia, che ne fa un artista convinto e convincente, capace – con la sua fantasia – di far innamorare il pubblico.

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