Ci sono diversi modi per far fuori degli artisti. Il più efficace è affidarsi ad un critico d’arte. E’ quello che accade ai malcapitati Calusca (presumo sia il nome d’arte) e Alessandro Finocchiaro, pittori siciliani, che il prossimo 12 giugno inaugurano a Roma, alla Galleria Lombardi (via di Monte Giordano 40) la mostra dal titolo «Corrispondenze». Il loro «cecchino» è Marco di Capua, secondo cui i due condannati a morte sembra «non desiderino altro che estrarre un che di essenziale dal gran corpo della pittura, mostrare certe sue scure cicatrici, feconde perché ancora aperte, non rimarginabili, raccogliendone infine, concisamente, l’energia fondamentale». Insomma, siamo nel campo dell’anatomia patologica. E’ chiaro che le «cicatrici» purulente, sordidamente immaginate dal di Capua, sono quelle dei due moribondi artisti.

Il terzo omicidio (Eliot direbbe oggi che giugno, e non aprile, è il mese più crudele…) lo compie (si potrebbe contestare, a questo punto, il reato associativo), un collega di Di Capua, Giacomo Maria Prati, il quale per presentare la personale di Alessandro Bulgarini dal titolo «Ierofani» (inaugurazione il 4 luglio, alle 18,00, alla Galleria petrartedizioni in via del Marzocco 27 a Pietrasanta, in provincia di Lucca) ci rivela che l’artista «non cita né assorbe ma riedifica, fluidifica». Insomma, lavora di cazzuola. In quella che appare una sfida titanica, ovvero «il superamento del muro d’ostilità del nichilismo contemporaneo che impone il dogma dell’iper-razionalità a tutti i costi, escludendo a priori tutte le potenzialità dell’anima e spianando in tal modo il terreno all’avanzata del Nulla». Qui, diciamolo pure, c’è l’aggravante della crudeltà: non si uccide un artista così brutalmente…

Quando il critico non uccide, tuttavia, si accontenta di contemplare i cadaveri. Lo scorso 4 giugno a Bari si è svolta la seconda edizione di «Art & Science», «evento» (il vocabolo, va da sé, non è mio) organizzato da Matteo Gelardi, otorinolaringoiatra presso il Policlinico Universitario di Bari, Presidente della Accademia Italiana di Citologia Nasale e dell’Italian Academy of Rhinology, «con la partecipazione dello storico dell’arte Philippe Daverio», qui nelle vesti di critico-necroforo.
L’intrepido Gelardi, leggo in un surreale comunicato stampa, ha presentato «alcune immagini di microscopia ottica di mucosa nasale normale e patologica, stampate su tela e rese così opere d’arte. Philippe Daverio le commenterà sul piano artistico, collegandole a opere di Maestri della pittura; Valfrido Ferrari si ispirerà a esse eseguendo brani musicali al pianoforte. L’evento si chiuderà con una sfilata ispirata alle opere di microscopia, con vestiti disegnati dalla stilista Giovanna Gelardi». Semplicemente strepitoso.
Pensate un po’ cosa potrebbe fare un gastroenterologo se riuscisse ad «acchiappare» le scoregge dei suoi pazienti e tradurle in solide forme pittoriche… Dopo la merda d’artista, le scoregge dei luminari della medicina?

Nino Ippolito
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