La prima donna nacque dal soffio del divino, l’uomo no. Lo storico del Movimento Surrealista non ha peli sulla lingua.

Spiega cosa è l’arte, avverte che la donna non è un oggetto e che l’etica non può essere merce di scambio.

Testimone del suo tempo, Arturo Schwarz è uno tra i più importanti storici d’arte moderna e contemporanea di livello internazionale. Vive e lavora a Milano. È un signore che, benché abbia superato gli ottant’anni, si muove agile tra la sua vasta biblioteca e la sua collezione d’arte. Il suo sguardo è vivace, scrutatore e spesso ironico. Quando sembra che alzi la voce in modo aggressivo, è solo apparenza. In effetti Arturo Schwarz è un passionale.
Porta dentro di sé i messaggi che gli sono stati trasmessi soprattutto dalla filosofia di Spinoza e dai pensatori anarchici che l’hanno portato ad essere interiormente un uomo libero.
Di sé dice, infatti: «Sono anarchico». E sono ebreo, anche, come recita il titolo di un suo libro del 2007.

D: Ormai è tutta la vita che lei si dedica alla storia del movimento surrealista. C’è, in questo momento, una pausa?

R: No. Sto ultimando un libro sul Surrealismo che sarà in due volumi: la prima parte del primo volume tratta della storia, dei principi filosofici e dell’azione politica del Surrealismo. A questa segue una documentazione totalmente inedita, e cioè tutte le mostre organizzate dai Surrealisti con i nomi dei partecipanti e tutti i periodici surrealisti con i nomi dei collaboratori. Ora queste due sezioni dimostrano la falsità del luogo comune che vede la fine del Surrealismo – a seconda degli autori – nel 1930, nel 1939, nel 1945, o nel 1966 quando è morto Breton. In realtà l’attività surrealista appare inalterata e inalterabile fino a oggi, perché non è stata capita una cosa fondamentale: il Surrealismo non è una scuola artistica, né un movimento estetico, ma una filosofia di vita che si esprime attraverso l’arte, la poesia, la cinematografia, attraverso ogni momento creativo dell’essere umano, e anche attraverso l’amore di cui, se vuole, parleremo dopo.

D: Secondo la sua esperienza di storico dell’arte e di poeta esistono ancora dei canoniche permettano di distinguere un’opera d’arte da una speculazione?

R: In questo campo, ritengo che siano tre gli elementi fondamentali che denotano un’opera d’arte. Il primo deve essere corrente in qualsiasi disciplina di carattere creativo, compreso quello scientifico, per aver valore – nel senso che Kant attribuisce a questa parola; consiste nel saper allargare, estendere il nostro orizzonte visivo e mentale, assumendo quindi una funzione iniziatica. Il secondo punto è che l’opera deve essere il frutto di una pulsione interiore insopprimibile, che ne garantisca l’autenticità e l’unicità – e qui mi riferisco al consiglio che Polonio dà a suo figlio quando sta per intraprendere quello che nel testo shakespeariano appare come un semplice viaggio, ma che in realtà, se ben si intende il pensiero dell’autore di Amleto, è sicuramente un viaggio iniziatico: «Questo innanzitutto: sii sincero con te stesso e ne conseguirà, così come al giorno segue la notte, che non potrai essere falso».
Ma a mio parere queste condizioni ancora non bastano. C’è un terzo elemento assolutamente imprescindibile dagli altri due, e determinante: l’opera d’arte, per essere veramente tale, deve portare in sé quella carica di trascendenza che chiamiamo poesia.
Oggi però, nella società dei consumi, le opere di Cattelan o di Damien Hirst raggiungono prezzi incredibili alle aste, mentre molto autentici artisti non arrivano neanche a un millesimo di quelle cifre. È un problema di mass media, di imbonimento, di mercanti.

D: È possibile individuare i responsabili di questa situazione tutt’altro che edificante?

R: Ritengo che la colpa di questo disastro sia il frutto dell’azione congiunta di tre protagonisti: l’artista, il mercante e il collezionista. Quando tra loro si stabilisce un’alleanza malefica si condiziona il mercato, e quanto più è lontana l’espressione artistica, così come ho cercato di definirla, tanto più si ha successo. In proposito le racconto una storiella molto significativa. Due compagni di scuola, uno sempre il primo della classe e l’altro sempre l’ultimo, dopo vent’anni s’incontrano, il primo della classe vestito poveramente, l’ultimo superlativamente. Il primo della classe dice: “Mi fa piacere vederti, vedo che sei riuscito nella vita.” “Sì, certo. Vedi quel grattacielo? È mio. Vieni su con me, ti voglio far vedere una cosa”. All’ultimo dei cento piani del grattacielo lo porta a una finestra e gli fa vedere la gente che sta passeggiando.
Gli chiede “Scegli dieci persone qualsiasi, quante secondo te sono preparate e colte, e quante sono ignoranti e massificate?”.
L’altro risponde: “Una su dieci.” “Giusto, io ho fatto i soldi con gli altri nove!”
Quindi il compito dello studioso è quello di guardare il mondo con gli occhi vergini di un bambino, per trovare gli artisti le cui opere rispondano ai requisiti che ho appena citato. È difficile oggi, ma, nonostante il
degrado, ne esistono molti in tutti i paesi del mondo.

D: Nel suo libro Sono Ebreo, anche, lei parla molto delle donne, e con grande ammirazione.

R: Non dimentichiamo che c’è stata un’epoca in cui vigeva il matriarcato. Ora, neanche a farlo apposta, tutti i reperti archeologici dimostrano che, in quel periodo aureo della storia dell’umanità, non c’è mai stata una
guerra, perché non è stato trovato nessuno scheletro con segni di morte violenta.
Quando è subentrato il patriarcato i ruoli si sono rovesciati, e da allora è tutta una storia di sangue e di guerra. Quindi faccio mie le parole di André Breton in Arcane 17, il suo ultimo grande capolavoro: «Vi auguro il momento in cui la donna riprenderà le redini del potere».
Proviamo ora a dimostrare, sia dal punto di vista religioso che biologico, la superiorità della donna. Ammettiamo che l’essere umano sia stato fatto a immagine e somiglianza di Dio; ma se leggiamo il primo capitolo di Genesi, scopriamo che la creazione, incredibilmente, segue lo schema darwiniano dell’evoluzione: prima sono stati creati gli animali acquatici, poi gli uccelli, i mammiferi, e infine l’essere umano: l’uomo a partire dalla terra, mentre la donna – che viene come finale e supremo atto creativo – da carne consacrata, nella quale la divinità ha soffiato il Ruah, cioè, in ebraico, il soffio della vita. Poi, dal punto di vista scientifico, la biologia ci insegna che più un organismo è complesso, più è in alto nella scala evolutiva. Se prendiamo l’ameba troviamo tutte le funzioni vitali in un solo organismo. Più si va avanti, più le funzioni si differenziano, fino ad arrivare all’uomo; e se si confronta l’apparato riproduttivo dell’uomo con quello della donna, che è molto più complesso, abbiamo la prova per dimostrare quale dei due è più in alto nella scala evolutiva. È da questo puro dato di fatto che si dimostra che la donna è superiore all’uomo, e non cambia nulla se uno è religioso o ateo come me.

D: Le sue riflessioni sull’amore mi sembrano di grande interesse, e credo sia un argomento di cui tutti avremmo un estremo bisogno di parlare.

R: Innumerevoli passi, nei testi sacri ebraici – sia nella Torah, sia nel Talmud, sia nella Kabbalah – ci insegnano che l’uomo e la donna da soli sono esseri dimezzati, e che l’essere completo è formato dalla coppia uomo-donna, oppure da due esseri che si completano. Possono anche essere due donne o due uomini, perché dal punto di vista psichico siamo tutti androgini, e può darsi che in una donna prevalga la pulsione maschile, mentre un’altra rimane fermamente ancorata alla sua femminilità. La stessa cosa si può dire di un uomo,
quindi il rapporto omosessuale tra due esseri umani è sacro come quello eterosessuale, dove il comune denominatore è uno solo, una parola di cinque lettere, amore.
Dal punto di vista laico infine, come ci insegna la psicanalisi di Jung, ogni uomo ha in sé l’elemento femminile che lui chiama anima, e che non ha niente a che vedere con l’anima dal punto di vista religioso.
Per altro, ogni donna porta in sé l’elemento maschile, che Jung chiama animus.
Sia per l’uomo che per la donna il processo che porta alla realizzazione completa della personalità Jung l’ha chiamato individuazione, che risale per etimologia al concetto di non divisione. Quando l’uomo riconoscerà
in sé l’elemento femminile che lo abita, e la donna riconoscerà in sé quello maschile, solo allora saranno esseri completi.
Ma non basta: il rapporto tra uomo e donna non deve mai essere né di carattere gerarchico, né di carattere conflittuale, ma solo ed esclusivamente complementare, perché l’uno non può vivere senza l’altra.
La coppia è il modo d’esistere dell’homo sapiens. Chi non lo capisce, rientra nella categoria, purtroppo oggi molto diffusa, di chi considera la donna solo come oggetto sessuale.
C’è comunque una cosa che mi rassicura: se guardiamo l’intera evoluzione dell’essere umano e la mettiamo su una riga di un metro, ci accorgeremo che l’homo sapiens occupa solo un centimetro, mentre gli altri 99 sono tutto quello che l’ha preceduto a partire dall’homo abilis.
Quindi abbiamo appena cominciato, e davanti a noi abbiamo un’infinità di tempo per diventare quello che dovremmo essere, per capire che lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo è pura ignominia, per capire che l’uomo e la donna hanno pari dignità, per capire che siamo in questo mondo non per sfruttare la natura e gli esseri viventi, ma per preservare la nicchia ecologica che è il nostro pianeta.
Ho 86 anni e sono felice che mi manchino pochi anni di vita, perché non vedo un futuro molto brillante per i nostri figli. Se le cose non cambiano, il mondo non sarà più una Terra con farfalle, uccelli, fiori e piante, ma un inferno dantesco, brullo, secco, arido.

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