di Luigi Bonanate

Ottant’anni fa, la Guerra di Spagna; ma un anno prima (iniziando il 3 ottobre) la Guerra di Etiopia, e quattro anni dopo, la Seconda guerra mondiale. Si tratta dunque di un periodo storico di particolare eccezionalità, contraddistinto da una crescita continua nell’affermazione di sistemi e modelli politici spontaneamente affascinati dal tintinnio delle armi, dalle trombe delle adunate, dalla segretezza dei complotti. E se guardiamo a tutto ciò tenendo sotto gli occhi una carta geografica, l’ondata sembrava davvero progredire irrefrenabilmente…

Arte, politica e guerra vi ci si immergono. Ecco i fatti. Il Fronte popolare vince in Spagna le elezioni il 16 febbraio 1936; ma la consapevolezza dell’imminente rivolta anti-governativa si diffonde almeno dal giugno successivo e il viaggio di Francisco Franco inizia nella notte tra il 16 e il 17 luglio, sempre del 1936 (Garcia Lorca, tanto per avere un altro riferimento, è assassinato il 19 agosto 1936). La cultura dell’epoca – nel nostro caso, gli artisti – se ne accorse?

La risposta è affermativa, almeno per qualcuno, a incominciare da Salvador Dalí (1904-1989), che in una sua opera – Premonizione della guerra civile – aveva annunciato la guerra niente meno che sei mesi prima che iniziasse! Abituato a stupirci e sconcertarci, Dalí spiega il titolo dell’opera – Costruzione molle con fagioli bolliti – Premonizione della guerra civile – depistandoci e spingendoci su un lato culinario non senza aver aggiunto che egli non si riconosceva una tempra storiografica, che non aveva idee politiche e che, in fondo, la guerra civile non cambiava il corso delle sue idee. Difficile credergli, ovviamente, tanto più che dopo soltanto altri quattro anni (fuori dal nostro quadro cronologico, ma ben dentro lo spirito dei tempi e la prospettiva esistenziale dell’artista) sfornerà Il volto della guerra, costituito da un’immagine allucinata di teschi concentrici incastonati nelle orbite degli occhi e nella bocca vuote di un volto che si moltiplica dentro se stesso riproducendo la stessa “disgustosa” immagine (per capire Dalí, basti ricordare che diversi anni dopo ripeté un’iconografia analoga, ricorrendo a corpi nudi di donna…).

Ma insomma, Dalí – lo possiamo affermare senza tema di smentita – è il primo pittore a preannunciare non “la” guerra in astratto, non un clima preoccupante e funesto, non una situazione internazionale che non promette nulla di buono, no – ma “quella” guerra, da lui intravista, intuita fin da prima che scoppiasse. L’opera di Dalí è del ’36, ma subito dopo arrivano Picasso e Miró, che all’Esposizione universale di Parigi del 1937 (un po’ come l’Expo di Milano dell’anno scorso) presenta due opere di grande momento per quanto riguarda la lotta dell’anti-franchismo (non entro qui sull’importanza che hanno per la storia dell’arte).

Di Picasso si vedrà Guernica, pochissimo apprezzata, allora, sia dagli specialisti sia dai visitatori, e il famoso manifesto Aidez l’Espagne di Juan Miró, a cui aggiunge un’altra grandiosa e ancora più anomala opera di Miró: quel Contadino catalano che si ribella (o Il falciatore) dipinto sul posto in sei pannelli e purtroppo perduto nelle vicende successivo allo smontaggio dell’Esposizione, che è il vero e proprio grido di dolore della Catalogna combattente e resistente fino all’estremo (chi ha dimenticato l’Omaggio alla Catalogna, di G. Orwell?), ma in qualche modo già consapevole, nella drammaticità delle immagini, della sconfitta che verrà.

Ma era chiaro a Miró quanto importante fosse in quel momento la posta in gioco, quanto il messaggio potesse contribuire alla vittoria della democrazia? Picasso Miró Dalí (li ho ora enumerati secondo l’anzianità) non furono i soli a capire i tempi e a contribuire alla loro illustrazione con delle opere, né furono soltanto dei pittori a farlo: così Julio Gonzales espose a Parigi la statua de La Monserrat, imponente ritratto di donna (una di quelle straordinarie figure femminili che contraddistinsero la lotta contro il fascismo), che tiene in braccio il suo bambino, ma nell’altra mano impugna una falce, pronta alla lotta. All’ultimo momento arriverà anche la testimonianza di uno scultore destinato poi a grande notorietà, Alexander Calder, unico straniero nel padiglione spagnolo, che esporrà una fontana di mercurio, simbolo delle risorse naturali spagnole, i cui benefici sono sottratti alla popolazione spagnola e conferiti all’alleato nazista. Normalmente, la storia dell’arte si interessa più dell’arte che della storia.

Ma in questo drammatico incontro, che vede alcuni degli artisti più famosi del tempo e forse di ogni tempo discutere di guerra denunciandone lucidamente e precocemente i mali, non possiamo non riscontrare quanto importante sia il posto che l’arte ha nello sviluppo delle società. Piero della Francesca, Paolo Uccello o Rubens, un tempo; Picasso Miró Dalí negli anni ’30. Speriamo di non aver più bisogno di pittori di guerra.

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