ART BONUS: Al MiBACT conviene più il mecenate che il fondo UE, perché alle somme elargite dal primo può adattare i suoi tempi biblici. Non può fare lo stesso con i fondi europei, che sono vincolati a scadenze che vanno rispettate sulla carta, ma non nei nostri cantieri, che ci costano, oltre alla perdita di cifre altissime che un privato difficilmente potrebbe raggiungere, anche delle pessime figure internazionali.

Da una parte ci sono loro, i mecenati. Dall’altra c’è il MiBACT, che con l’art bonus – l’incentivo fiscale ai privati con credito d’imposta al 65% su tre anni – chiude il suo primo “anno di prova” con un totale di 34 milioni donati, 792 mecenati e 225 soggetti beneficiari, tra cui comuni, teatri, fondazioni liriche e musei, ma che, per stessa ammissione del ministro Franceschini, riesce a raggiungere il risultato soprattutto grazie a piccole e medie donazioni, senza che ci sia stata la ressa di grandi aziende italiane per accaparrarsi il titolo di benefattore dell’anno.

Lodevole eccezione è quella di Unicredit, con 14 milioni di euro per l’Arena di Verona, che si aggiunge al precedente intervento di Fendi, 2 milioni e 180 mila euro per la fontana di Trevi – cui seguiranno le altre quattro fontane del Gianicolo, del Mosè, del Ninfeo al Pincio e del Peschiera – inaugurata il 3 novembre scorso dopo 17 mesi di restauri, senza dimenticare i grandi sforzi di Tod’s, Diesel e Luxottica.

Grazie all’art bonus le donazioni sono salite, ma solo di un 20% perché al MiBACT, una volta deciso il bonus epocale che l’Italia aspettava da tempo immemorabile, si sono dimenticati della comunicazione. E’ un po’ come se un’azienda decidesse di applicare un forte sconto ai suoi prodotti dimenticandosi però di renderlo noto ai suoi clienti. La differenza è che qui si tratta di pubblica amministrazione, e quindi lo spreco di soldi e di energie è una garanzia di continuità nell’incapacità conclamata.
Al MiBACT si sono quindi accorti solo un anno dopo, al momento dei conti, di aver completamente tralasciato la parte di comunicazione del loro “prodotto” migliore, carpito così solo dagli addetti ai lavori e da quelli, tra imprenditori e privati, già predisposti a donare.

Ora, nell’attesa che il decreto diventi legge, finalmente dal ministero si sono decisi a lanciare una massiccia campagna stampa, radio e tv – partita pochi giorni fa dal canale YouTube di Palazzo Chigi – che, forte dello slogan “Art Bonus Siamo tutti mecenati” punta a far sentire tutti dei benvenuti benefattori del nostro patrimonio artistico. Mentre una voce maschile tra la televendita e il documentario ci ricorda che siamo fatti d’arte, “che dobbiamo andarne fieri e che questa bellezza salverà il mondo”, scorrono paesaggi e architetture sui corpi di professionisti, ma anche di una ricca signora in fase di shopping, di un salumiere e di due che hanno tutta l’aria di essere studenti universitari, quelli che insomma il mecenate ce l’avrebbero bisogno loro, di solito.

L’immagine che il promo ci restituisce è simile a certa propaganda usata dai regimi ormai alla frutta. E probabilmente è pure un ritratto fedele, perché senza mecenati dovremmo accontentarci dei ben più lauti fondi UE che però – maledizione! – arrivano sempre corredati da un bagaglio di scadenze da rispettare che il MiBACT vive con la sindrome di ansia da prestazione.
Perché il privato paga, segue i lavori delle imprese classate sotto le direttive delle soprintendenze, aspettando tempi e contrattempi dei rimpalli burocratici, fin quando si chiude il cantiere e finalmente si accendono le luci sul monumento, restaurato grazie alla sua magnanimità.

Tutto ciò è possibile perché l’art bonus, dice il MiBACT, “rivoluziona il rapporto tra pubblico e privato nella cultura.” Così si scrive. Ma si dovrebbe leggere invece che “l’art bonus permette di restaurare i monumenti coi soldi dei privati ma coi tempi del pubblico.”
Perché quando i fondi ce li mette l’Europa, questi sono vincolati a precisi tempi di consegna dei lavori, che in troppi casi sono tempi impossibili da adattare ai ritmi della nostra lentissima macchina burocratica ministeriale. Per questa nostra disfunzione fisiologica, finiamo per perdere quegli ingenti contributi che nessuna azienda italiana, da sola, potrebbe mai rimpiazzare. E questo succede in ogni regione d’Italia, anche con cifre e progetti contenuti: i lavori mai conclusi, perennemente transennati o lasciati alle intemperie sono l’immagine della rassegnazione nella vergogna.

Purtroppo, l’esempio di questa incapacità cronica lo fornisce ancora una volta il sito archeologico di Pompei.

E il problema tragico non sono i soldi che mancano ma i soldi che non si riescono, e che purtroppo non si riusciranno a spendere, entro la scadenza del prossimo 31 dicembre. Su 105 milioni stanziati per il Grande Progetto Pompei, finora ne sono stati spesi solo 26, a causa dei progetti incompleti, dei tempi biblici delle gare di assegnazione lavori, della mancanza di personale tecnico, tra cui gli ingegneri, fondamentali per i lavori di copertura del sito.

Si va quindi inesorabilmente verso l’impossibilità di chiedere un rinnovo del finanziamento di 105 milioni sul 2016, mentre permangono le criticità della sicurezza e delle routine di restauro, oltre al solito problema delle acque stagnanti, aggravato dalle forti piogge dello scorso ottobre.
Se è vero che con l’arrivo del generale Nistri e del soprintendente speciale per Pompei, Ercolano e Stabia Massimo Osanna, almeno 76 dei progetti europei dell’area sono stati portati a termine, l’aver dovuto ricorrere in extremis a due professionisti efficienti per metterci una pezza significa che all’interno del Ministero non esistono dirigenti all’altezza.

Nonostante il nuovo corso voluto da Franceschini, permane l’insormontabile male annidato nella struttura interna del Ministero, nel disgraziato connubio tra ingranaggi rotti: da una parte i dipendenti che girano a vuoto per l’inefficienza, a monte, dei loro dirigenti, senza dimenticare il sotto dimensionamento del personale e l’assenteismo, e dall’altra un coacervo di complesse leggi farlocche e di sviste madornali che inceppano ogni buona iniziativa.

Come quella del mecenatismo “popolare” alla portata di tutti, che è il 5 per mille da destinare al patrimonio artistico e culturale, strumento a disposizione del MIBACT ma gestito malissimo, tanto che ha finanziato progetti di basso valore a soggetti non specializzati nel campo del restauro e della conservazione. Il tutto perché il contribuente italiano non poteva scegliere a chi del settore devolvere il contributo, che finiva così a chiunque tranne che agli enti pubblici preposti alla tutela, alla promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, peraltro già penalizzati dai pesantissimi tagli di bilancio degli ultimi anni.
Scoperta la magagna dai magistrati contabili della Corte dei Conti, da oggi le cose cambieranno e il MiBACT sarà l’unico destinatario del 5 per mille per il patrimonio artistico, ma soprattutto i contribuenti potranno scegliere a quale istituto del ministero elargire il contributo.
Resta la speranza, senza voler fare i gufi – ci mancherebbe! – che questi fondi vengano utilizzati per qualcosa che non sia il solito compitino svolto, nella migliore delle ipotesi, senza lode e senza infamia.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.