di Pier Paolo Piciucco

Non è detto che tutti (ri)conoscano il nome di Anton Corbjin, ma è improbabile che chi ha amato la musica pop, rock e jazz, il cinema e le sue star non sia stato conquistato dai ritratti (per lo più) in bianco e nero del celebre fotografo olandese. Anton nasce nel 1955 sull’isola di Strijen, nei Paesi Bassi, un luogo che il fotografo ricorda come caratterizzato dall’assenza e che, sin da giovane, stimola una forte pulsione ad abbandonare il paese natale. Neanche ventenne, una sera va a un concerto con la macchina fotografica del padre e scatta alcune foto ai Solution. Quelle foto gli piacciono a tal punto che ne manda alcune a una rivista locale, che le pubblica: «E vai, ce l’ho fatta!» esclama il ragazzo.

Qualche anno dopo, il fotografo maturo commenterà che quelle immagini non erano un granchè, ma tanto basta ad aprirgli la strada: così accade che si trasferisce a Londra. Ed è qui che, una volta iniziata la carriera, conosce un giornalista della rivista NME amico di David Bowie che segue la rock star in tour negli Usa. Si sa che Bowie non ha voluto anche un fotografo al seguito, ma Corbjin usa i soldi che i genitori gli hanno appena mandato per comprare un fornello e compra invece un biglietto aereo per Chicago.

Incontra Bowie, riesce a fargli qualche scatto e le foto finiscono sulla copertina della rivista NME. Da allora Anton Corbjin ha ritratto tutto il gotha della musica pop e rock degli ultimi quattro decenni, con significative incursioni nella élite del jazz, del cinema, dell’arte e della moda. Tra i suoi più celebrati modelli si ricordano, tanto per scomodare qualche nome, Joy Division, Depeche Mode, U2, Miles Davis, Björk, Christy Turlington, Naomi Campbell, Sean Penn, Robert de Niro, Isabella Rossellini, Nirvana, Metallica, R.E.M, Bruce Springsteen, Morrissey, Rolling Stones, Clint Eastwood, Nick Cave, Johann Cruiff, Tom Waits e molti, molti altri.

I ritratti di Corbjin sono immagini iconiche, di forte impatto emotivo e spesso costruite con una linearità (quasi) disarmante: la realtà è che Corbjin conosce intuitivamente il linguaggio delle immagini – lui che sostiene di non cavarsela bene a parole – e colpisce sempre nel segno. I suoi ritratti hanno aiutato grandi autori, in primis gli U2, a “costruirsi” un’immagine nella storia della musica e a presentarsi all’immaginario comune. Come detto, il fotografo olandese è noto in larga misura per i suoi bianco e nero e in un’intervista recente dichiara candidamente che quando usa questa pellicola – fotografa ancora e sempre a pellicola – “vede” già la foto, mentre quando scatta con pellicola a colori non ha bene in testa che ne verrà fuori. Per enfatizzare il contenuto emozionale dei suoi ritratti, inoltre, Corbjin tende a realizzare stampe dal forte contrasto con bianchi bruciati, neri profondi e poche (o nessuna) tonalità di grigio.

Inoltre, «ci sono molti fotografi in giro che sono dei maghi della tecnica, mentre io mi colloco tra coloro che hanno bisogno di esprimere qualcosa nelle loro foto» spiega di sè. Una conferma di questa semplice teoria può venire dal confronto di fotografie sulle mani dei jazzisti che Corbjin probabilmente porta avanti ispirandosi alle “mani” di Miles Davis, nelle celebri immagini di Irving Penn. Malgrado non ci sia un (altrettanto) raffinato studio sulle luci, la foto di Corbjin alla mano di John Lee Hooker è una di quelle che lasciano il segno e che raccontano molto del bluesman. Allo stesso modo, il suo ritratto di Miles Davis con le mani poggiate sul volto è una tra quelle che è difficile dimenticare per espressività, impatto emotivo e resa di stampa.

Non sarà stato certo Anton Corbjin a scoprire che Clint Eastwood fosse un soggetto fotogenico, ma basta vedere che tipo di energia emana il suo celebre ritratto – virato seppia – della star di Hollywood e ci si renderà subito conto di cosa significa saper maneggiare il linguaggio delle immagini. La grande capacità di “visione fotografica” di Corbjin si accompagna a una altrettanto notevole e istintiva capacità di “lettura” del soggetto. Il fotografo olandese spiega che nel passato ha imparato a crearsi la situazione giusta per il ritratto della pop-star che aveva difronte quando aveva solo un paio di minuti a disposizione, e questo approccio gli ha affinato l’occhio.

Lui spiega che le sue foto «sono sempre state pure intuizioni», e si è sempre appoggiato a questa formula, anche quando in seguito – per esempio quando ha curato l’immagine degli U2 – ha avuto molto più tempo per il proprio lavoro. Tanto per passare al concreto, sue sono le idee di fotografare i quattro dublinesi nel deserto per la copertina di The Joshua Tree, o di usare le vecchie Trabant in Achtung Baby!. È anche molto intrigante sentirlo raccontare la sua arte in questo modo: «Nelle mie foto c’è sempre stato un grande equilibrio tra assurdo e realtà.

La foto deve ritrarre delle persone e non deve diventare ridicola, ma deve al tempo stesso mantenere un elemento drammatico. Anche la gente che non conosce gli artisti ritratti deve rimanere incuriosita. Un’emozione è sempre universale». Anton Corbjin è un artista che ha apportato un notevole sviluppo alla fotografia di ritratto nel XX secolo e, alla ricerca di nuovi stimoli, è diventato anche un regista cinematografico, attività alla quale lui ha molto da offrire in termini di ricerca dell’immagine e dalla quale ha comunque già saputo recepire qualcosa di nuovo nella sua incessante attività fotografica. Forse, il suo autoritratto più toccante, e per certi versi naif, rivela una inclinazione visionaria di struggente poeticità: «L’immagine che ho di me è di uno che esce rompendo il guscio e si gira intorno a guardare con la stessa curiosità e desiderio senza meta di un pulcino».

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