Angiolo D’Andrea 1880-1942. La riscoperta di un maestro tra Simbolismo e Novecento è il titolo della retrospettiva che il Comune di Pordenone, con l’Assessorato alla Cultura, ospita fino al 21 settembre nella civica Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Armando Pizzinato. Il protagonista è un pittore nato e morto a Rauscedo, un paesino agricolo tra Pordenone e Spilimbergo, che però visse per tutti i suoi anni produttivi, dal 1906 in poi, a Milano, salvo il periodo di leva trascorso a Napoli, un po’ di tempo in Sicilia e un biennio da militare al fronte, in Valsugana. Posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, patrocinata dalla Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia e realizzata con la collaborazione di Villaggio Globale International, la mostra è curata dallo storico e critico d’arte Luciano Caramel e documentata nel catalogo Skira, in edizione riveduta della prima, pubblicata per la mostra di Angiolo D’Andrea a Milano nell’inverno 2012-2013 (Palazzo Morando – Costume Moda Immagine).

Testi del curatore, di Kevin McManus, docente di Storia dell’Arte allo IES Abroad Center di Milano, e di Stefano Aloisi, autore, nel 2002, della pionieristica monografia su Angiolo D’Andrea, in occasione della personale da lui organizzata nella Biblioteca civica di San Giorgio della Richinvelda, capoluogo del comune cui appartiene Rauscedo.

ANGIOLO D’ANDREA IN BREVE

In tutte queste occasioni emergono la versatilità e le qualità coloristiche di un artista che fu illustratore di libri e periodici (la rivista Arte italiana decorativa e industriale, diretta da Camillo Boito, e dal 1907 al 1910 per il periodico Modelli d’arte decorativa); disegnatore per l’industria tessile; maestro nel disegno, nell’acquerello e nell’incisione; pittore di architetture, scene di guerra, paesaggi (in cui è percepibile l’interesse per un certo vedutismo lombardo) e di Madonne, belle donne, fiori, che mai risentono dei rivolgimenti in corso nell’arte coeva.

Il successo – confermato, nei suoi anni maturi, dalla nomina a Consigliere Onorario dell’Accademia di Brera – gli arriva con i lavori di decorazione d’interni: un negozio di lusso del centro di Milano (“Vera American Shoe”, filiale di una catena statunitense; di tale intervento però non rimangono nemmeno le fotografie), la villa Erba a Cernobbio (lago di Como) e, ancora a Milano, la casa Berri-Meregalli in via Cappuccini (opera dell’amico architetto Giulio Ulisse Arata), la sede della Società Umanitaria (con una serie di affreschi), il frequentatissimo bar Camparino in Galleria (con i cartoni per un mosaico parietale che occupa per intero l’ambiente), l’Ospedale Nuovo di Niguarda (nel 1938, con i due cartoni per le vetrate della “Sala dei Benefattori” e i quattro per la chiesa, non utilizzati a causa di un mutato progetto iconografico). Il suo esordio in pubblico avviene nel 1907, all’Esposizione di Primavera della Permanente, ed è seguito dalle Esposizioni Nazionali a Brera, la Biennale Internazionale di Venezia del 1922, la Quadriennale di Torino del ’23, una doppia personale e varie collettive nella Galleria Pesaro (al piano terra di Palazzo Poldi-Pezzoli in via Manzoni) e altre mostre, fino al 1933.
Poi le mutate condizioni della scena artistica milanese, con la forte influenza di Novecento, un mercato divenuto troppo competitivo per la sua indole e – pare – il suo appartarsi dalle manifestazioni d’impronta fascista, gli tolgono inaspettatamente lo sprint. Si ammala e decide di lasciare Milano: siamo nel dicembre del 1941. Ritorna a Rauscedo, dove muore l’anno dopo.

UN PO’ DI STORIA

Partendo per sempre da Milano, Angiolo D’Andrea lascia i suoi lavori nello studio in cui aveva lavorato per tanti anni, affidandoli per la vendita all’amico Riccardo Fontana, scultore e titolare di un’impresa di rappresentanza e lavorazione di pietre e graniti, che nel 1943 gli scolpirà il monumento funebre. Fontana paga l’affitto dello studio, compila l’inventario delle opere residue e s’interessa della vendita dei quadri trovando l’acquirente di tutto il blocco nella persona dell’industriale farmaceutico Elio Bracco, poco più giovane dell’artista e già in buoni rapporti con lui. L’importo pattuito è di centocinquantacinquemila Lire (oggi potrebbero equivalere almeno a due volte tanti Euro), come precisato nella lettera datata 9 novembre 1942, con cui il compratore conferma il suo impegno per l’acquisto.

Angiolo D’Andrea non arriva a saperlo: sta passando le ultime ore di vita. Meno di cinque anni dopo, nell’immediato dopoguerra, Bracco confida a un familiare del pittore il suo proposito di produrre il catalogo generale delle opere, con l’idea di organizzare poi a Milano una retrospettiva, poiché, dice, «… è mio vivo desiderio che rifulga l’opera di questo grande maestro». Non riuscirà a farlo, impegnato com’è a ridare fiato all’azienda e a promuovere iniziative di carattere sociale. Una parentesi: Eliodoro (chiamato Elio) Bracco era nato nel 1884 a Neresine, sull’isola di Lussinpiccolo, quindi sotto il dominio austriaco. Crebbe con l’appassionata convinzione, instillatagli dal padre, dell’italianità dell’Istria (di cui l’isola era parte) e della Dalmazia, diventando il leader della comunità irredenta locale. Come tale, durante la Guerra Mondiale fu imprigionato nel carcere di Graz, mentre la moglie e i tre figli, ancora bambini, finivano internati successivamente in due campi di concentramento, nel primo dei quali moriva il figlio minore.

Commissario governativo nella Lussinpiccolo passata all’Italia, poi sottoprefetto a Trieste, nel 1927 si trasferì a Milano, fondò l’azienda Bracco – dapprima licenziataria del Gruppo tedesco chimico-farmaceutico Merck, quindi produttrice autonoma di specialità medicinali – che, finita l’ultima guerra, affidò al figlio Fulvio per occuparsi dell’assistenza ai profughi istriani e dalmati. Si trasferì con tale scopo a Roma, dove stava nascendo l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ne divenne il presidente nazionale e morì nel 1961.

Quanto è stato fatto finora per Angiolo D’Andrea è indirettamente legato a lui, poiché ne è promotrice e organizzatrice la nipote Gianna, presidente della Fondazione Bracco e presidente-amministratore delegato dell’omonimo Gruppo industriale, che presiede inoltre la Expo 2015 Spa di Milano, nel cui ambito è anche Commissario Generale per la realizzazione del Padiglione Italia.

LA MOSTRA

La rassegna si sviluppa in un ambiente allestito con sobrietà secondo il progetto degli architetti Luca Rolla e Alberto Bertini: un bel grigio alle pareti, le opere dovunque ben visibili, chiare le scritte del curatore. La sequenza è cronologica all’interno di ciascuna delle dieci sezioni tematiche: una scelta che fa comprendere il modo di operare di Angiolo D’Andrea su soggetti simili o analoghi anche distanti nel tempo. Dei lavori esposti, novantatré appartengono alla famiglia Bracco, ventidue agli eredi D’Andrea, diciannove a istituti museali (il citato Palazzo Morando, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria Ricci Oddi di Piacenza e il Mart di Rovereto), uno alla galleria d’arte Recta di Roma e un altro alla chiesa parrocchiale di Rauscedo; a ciò si aggiungono varie tavole di grafica editoriale, proiezioni, fotografie, lettere.
Rispetto all’esposizione milanese ci sono le novità di due nature morte della Galleria d’Arte Moderna di Feltre, intitolata a Carlo Rizzarda, maestro del ferro battuto e stretto amico di D’Andrea a Milano, e di quattro dipinti e due disegni degli eredi di Riccardo Fontana.

Di altri collezionisti non c’è traccia, a causa della mancanza di dati registrati dal pittore e della sua scelta di marcare molte opere con l’acronimo “ADA” (per Angiolo D’Andrea) che ne ostacola l’individuazione.

Le sezioni iniziali sono dedicate agli interventi nell’architettura, ovviamente attraverso immagini riprodotte, e ai dipinti di soggetti architettonici, cominciando da Milano, con particolari di interni (due versioni dei Pulpiti del Duomo) e panoramiche (una Veduta) ai quali le dimensioni ridotte non impediscono di esprimere monumentalità grandiose.
Vengono poi le immagini che ricordano il viaggio in Sicilia (la Zisa, le cattedrali di Palermo e Cefalù, altri edifici monumentali non precisati), e infine, con un balzo a Nord, quelle della chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma e la Cattedrale di Castell’Arquato, nel Piacentino.

Si prosegue con Tra Simbolismo e Divisionismo, 1910-1925, che fa pensare a un Angiolo D’Andrea simbolista e divisionista, ma di fatto esiste solo marginalmente: sarebbe più giusto dire, quindi, che il pittore, dai suoi trenta ai quarantacinque anni, “annusa” quel che dell’aria di Vienna passa oltre le Alpi, forse mescolato con quanto, grazie a Segantini, è già alitato dalla Svizzera. Non si fa coinvolgere nel clima social-umanitario dei divisionisti e prova soltanto a rompere la pennellata in piccoli tratti di colori puri, con indovinati effetti di luminosità e di chiaroscuri. Gli esiti sono felici: si veda, in particolare, Campidoglio (Il Vittoriano) degli anni dieci, unico approccio non tanto alla linea futurista, quanto a un’inquadratura vagamente boccioniana.

Quest’esperienza non è duratura: basta constatare quanto le stia lontano il Paese di mare, anni dieci-venti, quadro nordico in cui trionfa la natura nei toni aspri di una distesa di rocce frastagliate, sovrastanti il violaceo di un mare ondoso e privo di cielo. Un ambiente ostico, però, che non è il suo, e lui lo ingentilisce valendosi di presenze umane: minime nelle dimensioni e tuttavia dominanti per il contrasto generato dalle loro forme aggraziate e dai colori vivi.
Nella sezione successiva, La tensione al sacro, anni ’10-’30, il pittore obbedisce alla sua pulsione religiosa: Gratia plena (esposta alla Biennale di Venezia del 1922) offre la visione di Maria al centro del terrazzo di un castello, seduta sul muricciolo di un’aiuola dominata da un albero rinsecchito, su cui rami contorti stanno appollaiati come passeri angeli eterei. La simbologia è perfetta: umiltà e santità, premonizione del dolore e promessa di gloria, in un tempo senza fine.
In Natività (chiesa parrocchiale di Rauscedo) ritorna l’artificio delle figure minute, rese significanti, nell’immensa teatralità dello scenario, con un fascio di luce celeste che proietta le loro ombre lunghe sull’ocra del terreno. Con la statica solennità così ottenuta, però, Angiolo D’Andrea ritiene di non aver espresso il significato grandioso di quell’evento, e contrappone l’effetto dinamico di due gruppi di angeli in volo e di un terzo che, ritto su uno spuntone di millenarie rovine, fa macchia di colore con i bianchi e il rosso delle vesti; e tutto il quadro risuona di tale sapiente “inezia” cromatica.

In questo e in altri dipinti a confronto si possono trovare analogie con certe atmosfere angeliche di Gaetano Previati: come la Fuga in Egitto (prima metà anni Venti) dove la monotonia del deserto sabbioso è rotta non tanto dalle presenze dei protagonisti – Maria con il Bambino sull’asinello, tirato da Giuseppe per le briglie – quanto dalla luminosa schiera di angeli protettori con le ali spiegate ai lati del sentiero.
La spiritualità del versante religioso si trasferisce pari pari sul naturale nel gruppo di opere datate 1905 – inizio anni Venti ed è evidente negli Ulivi in Sicilia in cui compaiono raccoglitori di olive che potrebbero essere figurine di un presepe.
E da qui dilaga fino a includere certe vedute di montagna (Valsugana), di rupi (Sicilia), di laghi (Nemi, Como), di notturni (il Porto di Palermo), facendo diventare via via più importanti i puri effetti pittorici, trionfanti nella luminosità diffusa della Neve a Rauscedo (anni Venti).

In tale poesia figurativa s’incunea il conflitto mondiale 1915-1918, di cui l’artista evidenzia gli aspetti più vari: incoscientemente gaio e pittoresco a Milano, nel giorno della dichiarazione di guerra, crudele nelle inutili fiamme che soffocano Telve, un paese di campagna nel Trentino diventato forse chiave di volta di un’azione di offensiva o di difesa, paradossalmente sereno in una serie di scene agresti eseguite in altri istanti. Il tratto, il tocco, il colore non cambiano, come se un pennello in una mano e la tavolozza nell’altra bastassero al pittore per vedere con distacco la tragedia.

Le ultime sezioni sono legate in un unico omaggio a due tipi di bellezza: quella femminile, con

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lo charme del Ritratto di nobildonna, la disinvoltura della Modella, la spirituale dolcezza di quattro Maternità e un erotismo delicato, quasi ammantato di pudicizia, nell’inestricabile gruppo delle Bagnanti. E quella delle nature morte con fiori e vasi di cristallo.

A completare la visita c’è una mostra nella mostra, voluta dai Bracco e intitolata Memorie di famiglia, valori d’impresa -Storie e ricordi di imprenditori innamorati della cultura. Consta di fotografie, alcune grandi al naturale, e scritte murali che ricordano il nonno Elio, con quelli che l’hanno preceduto: «naviganti, marinai o proprietari di velieri che facevano la spola tra Venezia e il Veneto», di cui era parte la loro isola di Lussino.
Contemporanea della retrospettiva di Pordenone è la rassegna che presenta l’Angiolo D’Andrea illustratore di copertine di libri, allestita nella Sala Consiliare del Municipio di San Giorgio della Richinvelda, ideata e curata da Stefano Aloisi: una chicca per i bibliofili, perché fatta di esemplari rari e in buona parte introvabili, editi per lo più dai Fratelli Bocca, una delle case librarie influenti del primo Novecento in Italia. Per il nostro artista il rapporto con l’arte tipografica, che in quegli anni conosce innovazioni tecnologiche senza precedenti, rappresenta il primo episodio saliente della sua attenzione per la realtà in sviluppo.
Angiolo D’Andrea ha assorbito la poetica Liberty e riesce a farne uso con ammirevole padronanza.

About The Author

Ennio Pouchard
Critico d'Arte

Vive e lavora a Treviso. Critico d’arte, collabora a giornali e periodici, ed è curatore di esposizioni d’arte contemporanea. È autore di grafica d’arte e si è anche affermato con lavori di poesia visiva, esposti in Italia e all’estero.