Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

BZ: C’è un’informazione sull’arte, tuttora archiviata nella sua memoria, che lei non ha mai divulgato?

PL: Ce ne sono più di una. Ma la più struggente riguarda un dipinto andato dissolto nel nulla di Amedeo Modigliani. Era il ritratto di una fanciulla donato ad Osvaldo Licini nel 1914, in occasione di una sua visita a Parigi. Il pittore marchigiano di Monte Vidon Corrado aveva l’infelicità di avere accanto una consorte gelosa e possessiva. Sapendola sospettosa aveva preferito liberarsi del dipinto, lasciandolo andare nel vuoto dal finestrino del treno in corsa. Era per lui impensabile che avrebbe rappresentato in un lontano futuro una fortuna per i figli e nipoti. A narrarmi la vicenda era stato Giuseppe Marchiori, studioso ed esegeta di Osvaldo Licini. Aveva contribuito a renderlo vincitore del Primo Premio Internazionale di Pittura alla Biennale di Venezia del 1958, proprio alla vigilia della sua scomparsa. L’unico tangibilmente fortunato fu l’accorto gallerista Pietro Lorenzelli di Bergamo. Avendo ricevuto la soffiata il giorno prima, che il vincitore era il povero Licini, si era tenuto per sé la notizia. All’istante si era precipitato nell’ufficio vendite della Biennale, gestito da Ettore Gian Ferrari, gallerista di Milano, comprando in blocco i dipinti esposti nel Padiglione Italia. I prezzi erano quelli assai bassi stabiliti dal pittore, secondo i soggetti e formati. Variavano tra le 50mila e le 300mila lire. Ma lui era un uomo semplice. Ignorava l’importanza del denaro, non il suo investitore. Tanto è vero che le quotazioni in asta salirono 20 volte tanto nei cinque anni dalla premiazione veneziana a cui aveva partecipato, malfermo sulle gambe, mentre il Presidente Gronchi gli consegnava il premio. Il figlio Paolo Licini rilasciò una dichiarazione per il Catalogo Bolaffi n.10, commovente: ”Nella sua semplicità, in mezzo ai contadini, era consapevole del suo valore di artista e della sua condizione di comunista.” Infatti, fra l’altro, era stato sindaco di Monte Vidon Corrado dal 1945 sino al giorno della sua morte, quella di un uomo giusto, lasciando a bocca asciutta gli investitori, soliti a non lasciare nemmeno una briciola agli altri.

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