Alina Ditot. La Giovanna d’Arco dell’Arte Contemporanea.

Da anni si combatte la più atroce delle guerre, quella che vede l’arte figurativa, scontrarsi contro quella informale. Da anni gli eserciti dell’informale, indossano lo scudo, impugnano la loro spada, e tracciano linee e forme dai contorni non definiti. Da anni gli iperrealisti del segno si nascondono in trincea per poi lanciarsi all’attacco del fortino “sine forma”. Una guerra, questa, che non finirà né ora né mai. L’arte informale nasce tanti anni fa, e precisamente intorno agli anni 50. La parola informale venne utilizzata per la prima volta in uno scritto indirizzato dal critico francese Tapié a George Mathieu.

Tale pittura nasce come rifiuto alla forma. Ad oggi distinguiamo due tipi di informale: l’informale gestuale e l’informale materico. È proprio in questo secondo tipo, che voglio ricondurre la ricerca su tela dell’artista Alina Ditot. Una ricerca che parte dal taglio, per poi intraprendere nuove strade che la portano a bruciare la tela, per creare quei non luoghi in cui porre la sua nuova cittadinanza. Il taglio, nella ricerca Ditottiana, è l’emblema del malessere sociale. Un malessere ormai diffuso, che vive nell’oltretomba della psiche e si manifesta attraverso il super io umano. Un malessere, soggetto alla società dei consumi. A quella società ormai stereotipata e inquinata concettualmente e culturalmente dagli uomini di potere. Per il suo grande coraggio e la sua forte determinazione voglio definire Alina Ditot, la nuova “Sacerdotessa eretica”.

Colei che brucia la tela per opporsi al perbenismo e alla purezza del segno. Seguo ormai da anni la ricerca pittorica di Alina Ditot. Una ricerca che è partita dal taglio e dallo spago, che in principio, serviva a riparare questo taglio. Ma come sappiamo non tutte le cicatrici si rimarginano, così che la sua ricerca trova altre strade. Strade che la conducono verso quei nuovi orizzonti di significato che vedono nelle bruciature l’origine di una nuova vita. Sarebbe inesatto affiancare l’analisi visiva di Alina Ditot, alle ricerche di Fontana e Burri. Inesatto perché Fontana attraverso i suoi monocromi tagliati era alla ricerca di un’altra dimensione; uno spazio che andava oltre il supporto rappresentativo. Burri, mediante le sue combustioni, era invece alla ricerca di una nuova vita, da dare alla materia. Alina Ditot ha il coraggio di voler cambiare le cose. In un mondo dell’arte, da ormai troppi anni intrappolato nelle sabbie mobili, la pittura di Alina Ditot rappresenta una via diversa. Una via da intraprendere se si vuole realmente questo cambiamento.

“Nessun alibi, nella pittura di Alina Ditot. Nessun luogo comune a cui appellarsi per poi essere smentito. Nessun inganno cognitivo. Una pittura che diventa un urlo straziante contro la Società dell’ingiustizia; contro quei meccanismi che vedono nella figurazione la dea perfetta. Una pittura dal sapore atavico, che ha negli antenati del segno la sua origine. Veri e propri graffi dell’anima, malesseri della psiche, deliri dell’intelletto, ombre di misteri celati, notti del regno degli inferi. Ditot, ci conduce a fare il viaggio del non ritorno, all’interno della spiritualità del segno. Un segno che si aliena dal bigottismo religioso e viene tacciato di eresia. Un segno che la porta a ferire la tela con colpi mortali. La Sacerdotessa ci conduce nella terra degli inferi; terra in cui Caronte traghetta le anime nello Stige infuocato. Nella pittura di Alina Ditot il segno si fa lancia e viene ad uccidere la bellezza eterna. L’Artista crea dei veri e propri “walls of uneasiness social”; zone in cui il minotauro colloquia con Teseo, nel carcere di Minosse, in un dialogo che li condurrà a svelare l’enigma. Sulla tela la Sacerdotessa eretica professa il suo credo. Un credo che colloca il segno in quelle nuove cappelle sconsacrate in cui sugli altari non troviamo la sacra ostia bensì il sangue di cristo, vittima sacrificale di un mondo contemporaneo che ogni giorno crocifigge i suoi figli”.

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