Di Paolo Levi

È difficile leggere e decodificare nella loro completezza i dipinti di Alexander Kanevsky. Solitamente questa difficoltà sorge con le ricerche informali, ossia con sperimentazioni dove il magma cromatico si distribuisce e si sovrappone senza volutamente permettere alla nostra coscienza visiva un’interpretazione attendibile. Eguale imbarazzo può venire al primo approccio con queste sinfonie cromatiche di un maestro contemporaneo di attinenza surrealista.

Inoltre, nel linguaggio della critica d’arte, accade di utilizzare definizioni il cui significato originale è andato perso nel magma espressivo del parlare quotidiano; in special modo il termine surrealismo è stato persino troppo abusato fuori dal suo primitivo ambito artistico.

Ecco perché temo di imprigionare la ricerca del nostro maestro russo in un’etichetta scarsamente significativa; ed è questa quindi la problematica da affrontare di fronte ai suoi ampi e dilatati costrutti onirici. Di fatto, quando prenderà coscienza di questo inquietante mosaico di tasselli espressivi, l’osservatore attento dovrà astenersi da definizioni che ritiene improbabili o, quanto meno, non esaustive, e percepire la necessità di un maggiore approfondimento.

 

Va dunque detto che nelle modalità espressive di Alexander Kanevsky si riscontra una sorta di pluralità semantica, per cui ogni suo quadro sembra composto di altri quadri e diversi tra loro; o, per meglio dire, si colgono più domande nella stessa domanda; o più angosce nella stessa angoscia.

Vale quindi per Kanevsky la definizione che gli avrebbe fornito lo scrittore francese André Gide, quella cioè di avertisseur. Mentre il surrealista classico racconta il proprio sogno, buono per Bréton e per Freud, Kanevsky sembra esprimere annunci apocalittici, le cui radici affondano nei terribili messaggi dei profeti biblici Geremia e Osea.

Purtroppo, come accade a tutti gli interpreti degli avvertimenti che emergono da un inconoscibile altrove, anche questo maestro del colore e del pensiero arcano dovrà accettare il solitario destino di tutti i profeti, perché difficilmente troverà chi saprà veramente vedere il suono della sua vox clamans in deserto.

 

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