Se di un artista occorre far parlare l’opera, nel caso di Kanevsky è il dibbuk imprigionato nell’opera a parlare con noi.

I dipinti di Alexander Kanevsky non sono inquietanti: sono dipinti della liberazione. Dentro c’è tutto, c’è il demonismo, c’è Satana ma Satana non c’è. Sembra che un dibbuk si sia inserito nella sua pittura.
Paolo Levi

Ha appena vinto la 2° Biennale di Palermo, vittoria ampiamente decretata dalle votazioni del pubblico che ha apprezzato lo stile imponente e trionfale della sua pittura. Ma tra le pennellate dei dipinti di Alexander Kanevsky si nasconde davvero un dibbuk?

Cè un altro da sé a guidare la mente dell’Alexander pittore, quando è intento a plasmare quei volti antichi, evocati dal tempo capriccioso degli Dei e da quello cupissimo della Bibbia?

Non lo sappiamo con certezza, ma osservare le opere di Alexander Kanevsky non può che farci percepire un mistero più potente e primordiale, capace di richiamare la stessa sensazione di quel destino già scritto, nascosto tra le nebbie insieme agli Antichi, del racconto Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft.

Per il Prof. Paolo Levi, questo mistero affonda le radici nella tradizione ebraica del dibbuk, un’anima alla quale è stato vietato l’ingresso nel regno dei morti e che si attacca, coabitandola, alla persona di un vivo, affinché possa completare ciò che in vita non è stata in grado di compiere. E questa sorta di “possessione”, in qualche modo e con molteplici varianti, non se la porta dentro solo la pittura di Alexander Kanevsky: ce l’hanno avuta e ce l’hanno tutti gli artisti degni di questo nome.

Chiunque abbia mai dipinto, disegnato o scolpito con passione, spinto da una forza creativa urgente – privandosi della quale poi interviene il disagio, la sensazione di non essere a posto con la propria coscienza, quasi si mancasse al dovere di essere felici – sa perfettamente che cosa significhi il processo creativo: è quel lasso di tempo in cui il mondo esterno cessa di esistere e si entra in un’appagante dimensione solitaria che solitudine non è, però.
E tante volte, alzando la testa dopo ore passate a creare, non solo si perde la nozione del tempo, ma si osserva il risultato finito come se fosse opera di un altro, come se lo si vedesse per la prima volta. Ci si chiede allora, se siamo stati noi o qualcun altro a creare quella “cosa” che vediamo sulla tela, sul foglio o scolpita nella materia.

C’è quindi qualcosa che l’occhio non vede e che la mente non conosce, così la mano dell’artista. In alcuni casi è ciò che la Kabbalah chiama connessione col 99%, quel momento in cui si riesce finalmente ad alzare il velo che ci fa vivere al di qua, nel regno quotidiano dell’1%, infinitamente caotico e buio, aprendoci un mondo di appagamento costante.

In buona compagnia, perché connesso con il Divino, oppure accompagnato da un dibbuk a guidare la mano che dipinge, l’artista che si perde nel processo creativo non è mai davvero solo: c’è sempre una luce o uno spirito a guidarlo in silenzio.
Il dibbuk di Alexander Kanevsky – che lui ovviamente non si è scelto – è completamente diverso da come ci appare il pittore di persona: nulla, dal suo atteggiamento serafico alla sua indole gentile, ci indurrebbe a pensare che sia lui la stessa persona che dipinge, rievocandoli, mondi dove regnano poteri superiori che lottano tra di loro o contro di noi.

Se di un artista occorre far parlare l’opera, nel caso di Kanevsky è il dibbuk imprigionato nell’opera a parlare con noi. E scopriamo così che il dibbuk di Alexander Kanevsky non ha nessuna paura di voltarsi indietro, molto lontano nel tempo, fin dove può spingersi il ricordo di una traccia umana. E’ quindi un dibbuk antichissimo, che ha continuato a vagare nei corpi di chissà quanti esseri viventi senza aver ancora compiuto il suo ciclo di ammissione al regno dei morti e che forse proprio con Alexander Kanevsky sarà in grado di portare a termine il compito. La sua storia di anima persa sulla terra continua a viaggiare indietro nel tempo per sistemare i suoi conti in sospeso dentro le tele di Kanevsky. E i miti incarnati negli Dei dell’Olimpo, nei grandi vecchi della Bibbia, e nelle figure antropomorfe tanto care al pittore, questo dibbuk sembra averli conosciuti e attraversati tutti, mentre ci fissa con miriadi di occhi, che sono sempre gli stessi – i suoi – mostrandoci la differenza tra guardare e vedere.
E allora è vero che nei quadri di Alexander Kanevsky sono una liberazione, forse quella di un’anima divenuta demone che ha bisogno di chiudere un ciclo lunghissimo per riposare finalmente nella giusta destinazione.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.