Appassionato lettore di Graham Greene, Alex Webb inizia a viaggiare emulando i protagonisti dei romanzi  dello scrittore inglese. Comincia così il suo percorso di fotografo di strada che lo porterà alla Magnum e al successo.

Sulla scena contemporanea internazionale pochi fotografi possono rivaleggiare con la capacità di Alex Webb di intrigare con immagini ricche e complesse, di sondare alla ricerca dell’essenza, di interrogare le coscienze. A onor del vero, bisogna aggiungere che non sempre le sue fotografie piacciono, ma capita che disturbino, sia per la loro sovrabbondanza e chiassosità, sia per la ricerca di un nuovo linguaggio espressivo che rompe con i canoni, e che non sempre risulta di istantanea comprensione. È da questo punto che si può iniziare un percorso di lettura delle immagini di Webb poiché, paradossalmente, è proprio questo lo scopo che lui stesso si prefigge: parlando della sua fotografia, spiega infatti di essere alla ricerca di «immagini con un notevole livello di ambiguità. Cerco immagini che pongano quesiti, ai quali io per primo non sono sicuro di saper rispondere: la cosa veramente importante, però, è saper fare buone domande». Uno tra i fotografi più autorevoli nell’ambito del post-modernismo, Alex Webb è sicuramente un artista di straordinaria potenza evocativa e, per certi versi, di rottura.

Nato a San Francisco nel 1952, Webb compie un felice percorso universitario a Harward, occupandosi di scienze umane. Appassionato lettore dei romanzi di Graham Greene, inizia a emulare i protagonisti dei romanzi dello scrittore inglese viaggiando come loro e, poiché è anche appassionato di arte fotografica, avvia un percorso di studi legato alla fotografia di reportage. Il ragazzo non scherza e un paio di anni dopo entra a far parte della Magnum, la leggendaria agenzia fotografica creata nel 1947, tra gli altri, da Robert Capa, David Seymour e Henri Cartier-Bresson. Da allora ha pubblicato una decina di libri (quasi esclusivamente a colori), ha ricevuto molte onorificenze e premi, mentre le sue opere sono state esposte in numerose mostre.

Una tra le (tante) cose che subito colpisce il suo pubblico è la collocazione che lui stesso sceglie per la sua arte: «Mi vedo come un fotografo di street, ma come uno che esplora luoghi che di solito non si associano alla fotografia di street».

In questo stupisce, perché la street photography è un genere affine al reportage, e talora vi si sovrappone, ma finisce per privilegiare l’estetica ai contenuti, ha toni solitamente leggeri e ironici e, soprattutto, raramente affronta questioni legate all’ideologia. Invece, forse nessun altro fotografo di street – come Alex Webb per l’appunto – ribadisce di essere «incuriosito dai luoghi che hanno evidenti tensioni a livello socio-politico». È vero, ad ogni buon conto, che lavora essenzialmente sulla strada, cercando di cogliere l’attimo e la quotidianità nel modo più istintivo possibile perché, come egli afferma, «fotografare per strada è per me un processo misterioso e esplorativo.»

Affianco all’attitudine allo scatto immediato, tuttavia, Alex Webb ha sicuramente rivoluzionato la fotografia di street e di reportage per quel che concerne la tecnica della composizione, che risulta assai complessa nella sua fase di realizzazione. In un buon numero di situazioni, Webb fa uso di elementi del paesaggio urbano quali cornici per altre immagini e/o ritratti, come si può per esempio notare in una sua foto del 2003 a Salonicco, o nelle foto del 2001 per il libro su Istanbul, sia quella in copertina sia quella realizzata dentro il negozio di un barbiere vicino a Piazza Taksim.

Quest’ultima, in particolare, mostra la consuetudine del fotografo californiano a impiegare specchi, sui e nei quali entrano ed escono figure riflesse in secondo piano. In linea con i dettami del post-modernismo, i criteri estetici adoperati sono quelli della non-linearità e della molteplicità.
In molte delle sue immagini, anche le più note, non esiste un soggetto, ma una pluralità di soggetti che su più piani affollano l’area, spesso con quello in primo piano sfuocato, ognuno dei quali racconta una sua storia e che tutti insieme contribuiscono a creare quella sorta di “caos ordinato” che così intensamente caratterizza la visione artistica di Alex Webb.

A guardarle con attenzione, ci si rende subito conto che dentro ogni fotografia di Webb si possono ritagliare più fotografie. «Scatto immagini complesse, e via via che invecchio sempre di più, perché sperimento il mondo come un luogo complicato e inesplicabile», racconta Webb, nelle cui foto si immortala in modo indelebile il senso della nostra contemporaneità. Se gli studiosi hanno affermato che il male del vivere il nostro tempo è rapportabile alla schizofrenia, poche immagini come quelle di Webb ritraggono in modo tangibile questo dramma. In sostanza, la pluralità che ritorna in molte fotografie di Alex Webb è la stessa che coinvolge tutti noi ogni giorno per esempio nell’uso del telefonino – autentica metafora della nostra quotidianità – che non è come una volta solo più telefono, ma anche radio, macchina fotografica, stazione meteorologica, cinepresa, edicola, navigatore satellitare, cardiofrequenzimetro e quant’altro.

Se tuttavia alcuni elementi compositivi esistevano già – e Alex Webb li ha solo utilizzati a modo suo – esistono comunque anche altri principi della composizione totalmente introdotti dal fotografo californiano. Se infatti la fotografia si è quasi sempre contraddistinta per il rapporto tra soggetto e sfondo, Webb spesso introduce un terzo livello che lui colloca a metà tra i due e che ci lascia spiazzati ogni qual volta ci accingiamo a “leggere” le sue foto come fossero tradizionali, alla ricerca di una foto = soggetto + sfondo. In questo gruppo peschiamo davvero a mani basse tra le sue immagini più belle. Troviamo per esempio la sua foto al bus stop di East London negli anni Ottanta, la foto della donna tassista a Mumbai nel 2010, quella a Cuba nel 1993 con tre gruppi di soggetti su tre piani (e tre fondali!) diversi, quella di Grenada del 1979 con i soggetti sulle vetrine colorate e, soprattutto, la sua immagine più nota: ancora una volta si tratta di uno scatto datato 1979, e realizzato sulla frontiera tra USA e Messico in cui tre messicani nel chiaro tentativo di passare clandestinamente la frontiera sono ammanettati da sceriffi a stelle e strisce.

Nella parte alta, un elicottero pare drammatizzare la scena, mentre in basso – la fotografia ha un orizzonte centrale che la taglia in due parti uguali – una distesa di fiori gialli su un prato incolto crea distensione e armonia, proiettando l’immagine in una dimensione bucolica e onirica. Non va dimenticato inoltre che il colore ha un significativo peso specifico per Webb, se non altro in virtù del fatto che i fotografi di street e di reportage hanno (quasi) sempre privilegiato il bianco e nero come mezzo espressivo. La ricerca di cromatismi, talora attraverso l’abbinamento di colori primari, talora attraverso il contrasto di tonalità opposte sulla scala cromatica, oppure anche attraverso la struggente suggestione di un’immagine monocromatica, ha la funzione di aumentarne l’impatto emotivo.
Come è chiaro da queste pur brevi osservazioni, le immagini di Alex Webb sono volutamente costruite.
Gli viene comunque riconosciuta anche una istintività fuori dal comune, della quale lui parla quando spiega il suo modo di lavorare per strada: «Sento lo spazio, la luce, il colore, la forma e la scena simultaneamente. Sento la strada, non ci penso. Per me il colore non è colore, la luce luce, lo spazio spazio e la forma forma. Mi incuriosisce il tenore emozionale e sensoriale di questi elementi».

In conclusione, la fotografia di Alex Webb è pianificata e cervellotica, oppure istintiva e irrazionale?
Uhm, forse è più facile disquisire di uova e galline…

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