Sono passati quasi centocinquanta anni da quando, nel lontano 4 aprile 1865, fecero comparsa Max e Moritz, la prima opera grafica per bambini: due ragazzetti buffi che, a guardarli bene, non si direbbe affatto che siano tanto crudeli.

Ebbene questi antesignani, visivamente parlando, di Stanlio e Ollio – la rassomiglianza è davvero sorprendente – finiscono per pagare la loro crudeltà macinati e pasteggiati dalle oche.

Bisogna aspettare altri ventinove anni per veder finalmente venire alla luce un personaggio decisamente più buono e più adatto ai ragazzi, considerato da tutti gli esperti del campo come il primo fumetto moderno: Yellow Kid.

Nel corso degli anni il fumetto è cambiato notevolmente, passando da semplici strisce a veri e propri tomi da collezionare a fianco delle nostre letture preferite; le tecniche e i mezzi per crearlo continuano ad evolversi senza sosta.

L’ultima frontiera è la grafica pittorica, ovvero pennellate digitali con tavoletta grafica e pc, dai risultati strabilianti.

Rimane tuttavia una domanda alla quale quasi tutti danno la stessa risposta: il fumetto è adatto solo ai bambini e agli adolescenti?

Francesi e giapponesi a parte, abituati a leggere di tutto, la maggioranza risponde affermativamente.

In realtà, da grande appassionato di fumetto, devo dare ragione ai nostri cugini transalpini e ai più lontani abitanti del Sol Levante: il fumetto è arte e letteratura intrecciate in un unico mezzo di comunicazione adatto a qualunque età. Esistono moltissime testate con storie di corposo spessore letterario destinate agli adulti, ma pochi hanno l’abitudine di leggerli; per questo motivo, autentici capolavori illustrati vengono dimenticati negli scaffali delle librerie e grandi creatori finiscono in un vergognoso oblio.

Alberto Breccia è stato uno di questi.

Uruguaiano di nascita, argentino per tutta la vita, ha vissuto il periodo d’oro degli anni Sessanta, quando Buenos Aires era tra le mete più ambite dai pellegrini delle matite virtuose e delle nuvole parlanti.

Influenzato dall’espressionismo di Otto Dix, Breccia è stato un mostro del pennello a china; il suo tratto al limite del grottesco, non può lasciare indifferente chi si ritrova tra le mani una sua opera.

Intrapresa la carriera di fumettista nella seconda metà degli anni Trenta, passa almeno quattro lustri senza farsi notare. Solo sul finire degli anni Cinquanta inizia la decennale e fertile unione artistica con uno sceneggiatore degno del suo talento, Héctor Germán Oesterheld, con il quale, nel 1958, Breccia realizza la sua prima vera e grandiosa opera: Sherlock Time rappresenta un’evoluzione radicale nel suo stile, e, in parte, anche la rabbiosa risposta che egli ha dato all’osservazione triviale del suo amico Hugo Pratt, il quale, guardando i suoi lavori, gli aveva detto: “Sei una puttana in svendita perché, pur potendo far di meglio, continui a produrre merda”. Se quella è stata la scintilla che ha acceso l’arte di Breccia, non voglio attribuirne tutto il merito al nostro amatissimo riminese; chi nasce per essere grande, prima o poi trova la sua strada, essendo l’impulso interiore a indicare la giusta direzione.

A Sherlock Time fa seguito, fra il 1962 e il 1964, Mort Cinder, sempre in collaborazione con Oesterheld, che lo consacra definitivamente: è la storia di un uomo che vive mille vite e che nella sua ennesima rinascita conosce l’antiquario Ezra Winston, autoritratto di Breccia come si immagina da vecchio; seguono la Vita del Che nel 1968, e una nuova versione dell’Eternauta l’anno seguente – la prima risale al 1957, realizzata con Oesterheld e Solano Lopez. Negli anni Settanta crea altre opere intramontabili come Evita, vita e opere di Evita Peron e penultimo lavoro con Oesterheld, la Historia gráfica de Chile e la Historia gráfica de la Republica Argentina.

Nel 1974 lo sceneggiatore che lo accompagna è Carlos Trillo, altro straordinario autore, con il quale realizza Un tal Daneri

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nel 1974, l’Agente nessuno nel 1977 e l’Acchiappastorie nel 1981.

Nel 1984 esce Perramus, realizzata con Juan Sasturain, opera considerata seconda solo a Mort Cinder. Breccia continua a lavorare per la rivista Eternauta e per Comic Art fino al 1991, due anni prima di spegnersi nella capitale argentina.

Era un vero pittore, e un maestro assoluto nella storia del fumetto.

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