Il Museo del Mare di Tortona

Chiunque sopravviva a questo giorno e torni a casa sano e salvo ricorderà ogni anno questo giorno, mostrerà le sue cicatrici ai vicini e racconterà storie gloriose di tutte le grandi imprese di questa battaglia. Insegnerà quelle storie a suo figlio e da oggi alla fine del mondo verremo ricordati. Noi pochi, noi pochi felici, noi banda di fratelli:perché chiunque ha versato il suo sangue insieme a me è mio fratello. E quegli uomini che hanno avuto paura si sentiranno inferiori, quando sentiranno come abbiamo combattuto e come siamo morti insieme.
Enrico V-William Shakespeare

Entrare al Museo del Mare di Tortona è un po’ come perdersi dentro gli intrecci avventurosi dei grandi romanzi di formazione sull’uomo e il mare:impossibile aggirarsi per le sale senza che il ricordo vada alle letture che abbiamo fatto da ragazzi, come Ventimila leghe sotto i mari, L’isola del tesoro o Capitani coraggiosi, tra i tanti.
E soprattutto, non aspettatevi il classico percorso museale standard, così polveroso e noioso da far spegnere subito il cervello ai ragazzini che lo visitano, spesso trascinati di peso in gita scolastica:non ci sono teche fredde e spiegazioni asettiche lasciate alle audioguide classiche. Ci troverete invece una piccola ciurma di capitani di lungo corso e semplici marinai con una vita spesa in mare, pieni di storie e aneddoti di lealtà, coraggio ed eroismo che non lesinano mentre accompagnano passo passo il visitatore lungo il percorso. Tra racconti vissuti in prima persona oppure tramandati di marinaio in marinaio, chiunque li ascolti viene colto da un immediato sentimento di orgoglio nazionale, per quegli uomini e valori che sembrano scomparsi e che pure erano nostri. Il Museo del Mare affascina al primo colpo d’occhio, fin dall’ingresso che ci accoglie con l’immagine di Santa Barbara, protettrice della Marina Militare Italiana, posta sopra alle foto di tutti i marinai di Tortona, quelli caduti in azione e quelli che ancora ci sono e accolgono il pubblico con spiegazioni minuziose per ogni cimelio, divisa, foto e reperto.

La forza di questo museo sta proprio nel suo allestimento particolare, che mescola epoche e storie diverse tra loro ma unite dall’unico filo conduttore della passione per il mare. Nato nel 2010 grazie al gruppo locale dell’ANMI intitolata al M.O.V.M. Capitano di Corvetta Lorenzo Bezzi, il Museo del Mare si regge solo sul volontariato dei marinai rimasti, guidati dal Presidente Giuseppe Calore, ed è ospitato in uno spazio comunale.

Sebbene Tortona non sia sul mare, quando il servizio militare era una cosa seria – trenta mesi di filato con un’indiscussa valenza educativa e formativa – erano numerosi i tortonesi chiamati in marina. I giovani apprendisti delle industrie metalmeccaniche e di meccanica di precisione del territorio, come la Graziano, la Orsi o la CMT, erano chiamati a svolgere il servizio militare in marina, per via dei loro rudimenti tecnici. I ragazzi facevano tappa obbligata alle basi di La Spezia e Taranto, maturando esperienza di navigazione nel  mare Mediterraneo. Grazie al servizio in marina si acquisivano nuove specializzazioni, che tornavano utili al rientro in azienda. Sarebbero oltre duecento i tortonesi che espletarono il servizio militare in marina. E tutto quello che è esposto al Museo del Mare è stato donato proprio dai marinai stessi o dai tanti tortonesi che non volevano disperdere la memoria dei loro cari caduti in azione.

Il Museo è di piccole dimensioni, ma contiene qualsiasi cosa vi venga in mente riguardo il mare. Accanto ai modelli di navi celebri come la Victory, la San Felipe o la corazzata Roma, troviamo un vero gozzo ligure che occupa un’intera stanza ricolma di antichi attrezzi da carpenteria donati da un mastro d’ascia, insieme ad arpioni a uso mediterraneo per pesce spada, delfini e tonni. Ci sono poi i reperti archeologici di epoca greco-romana trovati in mare, le colubrine del ‘600, la cassaforte di bordo delle navi del Granducato di Toscana, i ricordi dei legionari di fiume, gli almanacchi navali, gli stipetti con i giornali di bordo, e ancora mappe, elmi da palombaro, croci di guerra, pistole lancia sagole, manuali, bussole e binocoli.

Nella prima sala troviamo il pezzo più importante di tutto il museo, la celebre Enigma, la macchina crittografica tedesca responsabile di aver fornito durante la seconda guerra mondiale importanti informazioni alle forze alleate ed elaborata sul metodo del cifrario di Vigenère, a sua volta attuata sul disco cifrante inventato da Leon Battista Alberti già nel 1467.

Ci sono i giroscopi, i cervelli dei primi siluri preposti a mantenere le giuste traiettorie per permettere di colpire il bersaglio, e che erano alimentati ad aria compressa per raggiungere i 15mila giri e stabilizzare l’arma. Ci sono i sestanti e gli star finder, strumentazioni indispensabili per conoscere i nomi degli astri e calcolarne le altezze sull’orizzonte. E poi ci sono i radar, gli apparati di ricezione e trasmissione, le telescriventi, soprattutto di fabbricazione americana, poiché all’epoca le forze militari statunitensi erano già dotate di tecnologie avanzate. Spiega il Capitano di lungo corso Franco Pernigotti:

Loro avevano persino il fax mentre noi italiani non avevamo nemmeno il radar , e questo spiega come una guerra si possa vincere o perdere in funzione anche della dotazione. I nostri uomini erano validi, i mezzi un po’ meno.

In una piccola teca trovano spazio le cartoline delle madrine di guerra, che erano delle signorine di buona famiglia che il governo metteva in contatto con i militari, affinché corrispondessero e tenessero alto il morale delle truppe. Ci sono anche i tesserini di due tortonesi che attestano la confusione generale conseguente all’annuncio di Badoglio dell’8 settembre, quando i nostri marinai italiani erano sparpagliati tra la base dei sottomarini BETASOM di Bordeaux, il porto di La Spezia e quello di Taranto: il marinaio di servizio a Taranto finì per passare con gli inglesi nella Royal Italian Navy, l’altro che era a Bordeaux passò sotto la Kriegsmarine tedesca.

In una sala trova posto il modello in scala del siluro a lenta corsa, noto col soprannome di maiale. Si trattava di un siluro modificato a batteria, silenziosissimo, lento e non lanciato, ma guidato da due incursori. Modificato sulla base del normale siluro dal Maggiore del Genio Navale Teseo Tesei, il maiale veniva utilizzato per operazioni molto rischiose, poiché serviva per entrare nelle basi nemiche. Durante la notte, se si riusciva a raggiungere la chiglia della nave nemica superando le reti di difesa portuali, le fasi dell’azione prevedevano l’aggancio della carica esplosiva regolata con il timer alle alette antirollio della nave tramite un cavo d’acciaio e poi, quando si poteva, si rientrava, perché il più delle volte gli incursori, chiamati anche siluri umani, morivano in azione, in quelle che erano vere e proprie squadre suicide.

Curioso il pannello dedicato alle punizioni di bordo impiegate dalla rigida Marina Inglese, sulle navi mercantili e da guerra, tra il Seicento e il Settecento.

La punizione più lieve era quella dei ceppi, poi si passava a quella stiva, luogo sporco, maleodorante e senza prese d’aria dove il marinaio veniva tenuto per qualche giorno senza mangiare in mezzo ai topi; veniva poi il gatto a nove code, cioè la fustigazione, e penultima la crocifissione temporanea, dove il marinaio veniva lasciato legato per giorni all’albero maestro, esposto alle intemperie. L’ultima e la peggiore era il famigerato giro di chiglia, per cui il marinaio veniva legato a una fune a due capi e gettato in mare:se il marinaio era persona amata a bordo gli uomini collaboravano, uno a mollare e uno a tirare, diversamente tiravano entrambi e il reo rimaneva a morire sotto, il più delle volte per squartamento procurato dalle incrostazioni della chiglia, conosciute col nome di denti di cane, o per annegamento in caso di tiraggio lento.
Ci sono poi i ricordi anni ’30 del direttore della nave riformatorio Garaventa, ancorata al porto di Genova. Similarmente alla Caracciolo di Napoli, era una nave abbandonata a cui erano stati tolti motori e cannoni e, donata dalla Marina alle associazioni caritatevoli, era divenuta una nave caserma per ragazzini difficili, i cosiddetti discoli. A bordo di queste navi scuola ferme in porto venivano insegnati i mestieri tradizionali come l’elettricista, il calzolaio o il carpentiere ma tutti con carattere marinaro.

Un posto d’onore è riservato all’Ammiraglio Carlo Mirabello, tortonese e Ministro della Marina, amico personale di Guglielmo Marconi cui concedeva le sue navi per poter realizzare i suoi esperimenti.

Molto interessanti anche  i reperti del medico ed esploratore Pietro Achille Cavalli Molinelli, in parte provenienti dalla spedizione polare del Duca degli Abruzzi del 1900 e altri dalla successiva esplorazione nel Ruwenzori.  Tra i medicinali di bordo, le foto e la bussola, spunta anche la falange dell’anulare sinistro che lo stesso Cavalli Molinelli si auto amputò a causa del congelamento.

In ogni angolo del Museo ci sono esempi di eroi non dimenticare:come il pilota da caccia del gruppo Asso di bastoni Guido Sturla, tortonese e medaglia al valore, scomparso nei cieli della Libia insieme al suo velivolo il 7 dicembre 1941, lo stesso giorno dell’attacco giapponese a Pearl Harbour. Sturla, nonostante penalizzato dalla dotazione obsoleta di un Macchi Mc200 con abitacolo aperto e più lento degli Hurricane inglesi, riesce a mettersi in salvo dopo un aspro combattimento, ma decide di tornare ad aiutare il suo comandante. Cadranno in quattro, scomparsi senza lasciare più traccia.

O l’alessandrino capitano di fregata Vittorio Moccagatta, che dal 1939 comandava la X° Flottiglia Mas e i mezzi speciali d’assalto:morirà a Malta il 26 luglio 1941 insieme a tutto il suo equipaggio sotto le raffiche di mitragliatrice di un Hurricane inglese, dopo aver atteso invano ed oltre il tempo stabilito il rientro dei suoi operatori, tra cui Teseo Tesei del reparto subacqueo, che scelse di portare a termine la missione di forzamento della base inglese spolettando a zero, cioè facendosi saltare durante l’azione.

Ma la storia più commovente di tutti è quella di Lorenzo Bezzi, il capitano di corvetta Medaglia d’oro al Valor Militare, morto suicida nel mare Mediterraneo Orientale:

Comandante di sommergibile in missione di guerra in acque intensamente vigilate dall’avversario, il 27 giugno 1940 veniva avvistato e sottoposto a violenta prolungata caccia. Impossibilitato a mantenere l’immersione per gravi avarie e danni subiti dall’Unità, emergeva con l’intento di impegnare l’avversario in superficie. Accerchiato a breve distanza e fatto segno al fuoco di cinque cacciatorpediniere, visto vano ogni tentativo di difesa per il mare agitato che impediva l’uso del cannone, decideva l’autoaffondamento del sommergibile. Messo a salvo l’equipaggio dopo aver dato ordine del saluto alla voce, divideva volontariamente l’estrema sorte dell’Unità al suo comando rientrando nello scafo e chiudendo su di sé, freddo e cosciente atto, il portello della torretta. Confermava in tal modo elevate virtù militari e di comando, e faceva rifulgere col proprio gesto la nobile tradizione di eroismo della gente di mare.

Se volessimo meglio definire il Museo del Mare di Tortona, potremmo dire che è un tempio di Eroi, provinciali per nascita ma protagonisti del più alto senso di Patria, quello del dovere in difesa della libertà. Caduti in azione ma immortali nell’immaginario collettivo delle virtù ideali, le loro gesta continuano a rivivere nel Museo del Mare, oggi come domani, grazie ai volontari che si passano il testimone del ricordo e del piacere della condivisione con le nuove generazioni. Perché sono questi uomini e le loro leggende personali ad aver fatto la storia e, ben più di un nozionistico libro scolastico, sono in grado di farci comprendere come il risultato di una guerra non possa essere semplicemente liquidato con le parole “sconfitta” o “vittoria”. In mezzo al bianco e nero delle testimonianze fotografiche ci sono le mille sfumature delle decisioni prese dagli uomini o da un destino loro fatale, ma sempre ispirate dal sacrificio del singolo in favore della salvezza della moltitudine.
Pale a prora!

Per informazioni e prenotazioni:

Museo del Mare

Via P.Pernigotti, 12

15057 Tortona -Al-

Cell.: 335.6715822   –  348.1498791

 

 

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