Incastonata tra le montagne della Svizzera italiana, Bellinzona diventa nel febbraio del 2014 la cornice di un interessante evento che mette per la prima volta in mostra, nelle stesse sale espositive, le opere del pictor optimus Giorgio de Chirico, padre fondatore della Metafisica, e quelle dell’artista torinese Ciro Palumbo. La scelta del titolo di questo inedito e significativo gemellaggio artistico e culturale, Affinità silenti, mette da subito in evidenza la volontà del curatore Paolo Levi di porre l’attenzione non sul concetto di discepolato, che pur non nasconde alcuna accezione semantica negativa, quanto su quello di un’affinità e di una vicinanza artistica e culturale indubbiamente profonda.

De Chirico e Palumbo sono senza dubbio collegati da un fil rouge che oltre a legare le loro poetiche, lega anche e soprattutto la modernità alla contemporaneità. È una mostra che non ha la volontà di “mettere a confronto” in un gioco di somiglianze e differenze, ma che vuole documentare le convergenze, le affinità appunto, intellettuali tra i due artisti. Da un’interessante chiaccherata con il curatore scopriamo il perché della scelta della Svizzera: oltre a essere la terra natia di Palumbo, la Svizzera ha dato i natali nel 1827 a Arnold Böcklin, le cui opere hanno esercitato un notevole, e mai nascosto, impulso sulla formazione artistica del giovane de Chirico. Adriano Altamira in un interessante saggio sul rapporto tra De Chirico, Böcklin e Klinger sottolinea che

quello che il pittore ha trovato nella loro opera non è soltanto una miniera di soluzioni iconografiche, di suggestioni irrazionali, ma la decifrazione di una serie di meccanismi psicologici, di invenzioni nella messa in scena, o di costruzione dell’impianto stesso del quadro, che non appaiono solo nei momenti in cui è più evidente la citazione dell’uno o dell’altro artista, ma in vari periodi, prima fra tutti, quello metafisico.

Ed ecco dunque che il cerchio si chiude in questa terra a cui indirettamente è legato anche de Chirico, nonostante le sue origini greche. Questa mostra diventa dunque un curioso, e tutto da scoprire, gioco delle parti in cui ognuno dei due artisti guarda al mistero della realtà, le cui uniche radici provengono dalla cultura di una bellezza comune fine a se stessa. A volerla dire tutta è lo spirito della pittura metafisica ad aleggiare nelle sale, ed è proprio questo spirito che la mostra vuole indagare, analizzandone i diversi aspetti. Perché la metafisica non è pura fantasia, è rivelazione della realtà che porta con sé qualcosa di trascendentale,

di misterioso e sacro che ci mette di fronte al Talento Universale e ci permette di vedere un

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mondo migliore, un mondo che ci consola delle miserie e delle banalità degli uomini; un mondo superiore, eterno e perfetto dove regna il genio. (Giorgio de Chirico, 1942).

Più di mezzo secolo ci divide dalle parole del Maestro, eppure oggi più che mai queste parole sono attuali. In questo contesto ci si ritrova di fronte a due filosofi affini di fronte all’enigma del silenzio, due artisti che in tempi e contesti socio-culturali ben diversi si sono interrogati e che, interrogandosi, si sono messi in discussione; due artisti che hanno avuto il coraggio di affrontare non l’aspetto corrente e comune della realtà ma

quello spettrale o metafisico, che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza o di astrazione metafisica. (Giorgio de Chirico, 1919).

L’itinerario espositivo dedicato a Ciro Palumbo si snoderà attraverso una trentina di opere che testimoniano il suo percorso di ricerca degli ultimi anni, che si muove su due versanti espressivi, diversi ma complementari. Il visitatore si troverà di fronte a tele – realizzate appositamente per l’evento – in cui si percepiscono con chiarezza le sue radici metafisiche, da cui ha tratto origine la costruzione della sua poetica. Ed ecco che qui entrano in scena le affinità che hanno dato il titolo alla mostra. Tuttavia l’artista torinese omaggia il padre della Metafisica, senza trovare in essa una dimora, ma piuttosto un nuovo punto di partenza. Il suo è un percorso tortuoso che procede attraverso momenti di contemplazione e silenzi metafisici, a cui si contrappongono espressività notturne e intimamente travagliate, in cui si respira netto il distacco dall’immobilità silente che abita le tele di Giorgio de Chirico.


Parallelamente Ciro Palumbo lavora da qualche anno sul tema del Mito, interpretando la mitologia classica in chiave squisitamente moderna, e dandone una lettura profondamente colta e suggestiva. Hermes, Prometeo, Afrodite, si muovono nelle sue tele diventando portatori di una bellezza antica – che dall’interno si riflette in una fisicità di ricercata e voluta perfezione. L’artista riesce dunque a sublimare e contestualizzare i miti antichi in spazi al di fuori del tempo, riuscendo a dimostrarcene la contemporaneità.
Una cosa possiamo affermare con certezza: a Bellinzona l’osservatore sarà invitato a varcare le soglie di un tempo che non esiste – perché non si tratta di un tempo cronologico misurabile – per immergersi in luoghi privi di coordinate spaziali. Sono non-luoghi vuoti, disseminati di resti, solcati da simulacri di presenze che dopo aver generato in noi un senso di vertigine e spaesamento, ci invitano a superare il limite del conosciuto e a provare l’emozione di entrare, e conoscere, una nuova e nascosta realtà. La mostra, organizzata dalla Sangiorgio International e curata da Paolo Levi, sarà allestita a Bellinzona nelle sale di Palazzo Chicherio, spazio espositivo della Società Bancaria Ticinese.

La mostra si inaugurerà il giorno 20 febbraio.

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Stefania Bison
Storica dell'Arte

Laureata in storia dell'arte, lavora come è responsabile della redazione di Torino di EFFETTO ARTE. Collabora con l’Elede, casa editrice specializzata in arte. Cura e organizza eventi espositivi.

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