«Sebbene sia stato sempre attirato dal raccogliere bastoncini e pietre, per farne piccole sculture, prima di intraprendere il percorso universitario, non mi ero mai seriamente dedicato all’arte». Così si racconta il giovane scultore sudafricano Adriaan Diedericks: sorriso aperto e grandi occhi blu che esprimono energia ed entusiasmo. Se sappiamo ascoltarlo e abbandonarci alla sua guida, il nostro destino è forse scritto proprio in quei piccoli gesti di piacere e gioco della nostra infanzia.

A solo pochi anni dal conseguimento della laurea in scultura presso l’Università di Stellenbosch (2008) riesce a realizzare il sogno di un riconoscimento di grande rilievo: in questi mesi, le più importanti gallerie sudafricane accolgono le sue opere per proporle anche nelle prossime fiere a Colonia e Strasburgo. Tra i bastoncini raccolti nella generosa natura che lo circondava e il tempo di oggi, anni di serio impegno, incoscienza, coraggio, costanza e professionalità.

Dopo il primo anno di studi universitari, inizialmente orientati al Visual Communication Design, Adriaan avverte l’urgenza di dedicarsi a un’espressione artistica più pratica e corporea.
«Non c’erano insegnanti di scultura nell’Università, nessuno era in grado di guidarmi e dovetti prepararmi da autodidatta. Ho pensato, perché non fare qualcosa di grande e di ridicolo? E così diventai l’unico studente scultore di Stellenbosch, partecipando a una competizione con un’opera composta da quattrocento bottiglie di birra raccolte nei pub frequentati dagli studenti e fui nominato tra i cento finalisti nazionali. Questo mi incoraggiò a continuare lo studio in quella direzione e credere in me stesso».


Adriaan si focalizza successivamente, nel corso degli studi, sull’anatomia umana, contattando i più grandi scultori del suo Paese: Dylan Lewis e Angust Taylor, ricercando la possibilità di essere accettato come apprendista, entrando al contempo in contatto anche con gli aspetti di business del mondo dell’arte. In occasione del conferimento della laurea, organizza un festeggiamento per tutto il dipartimento di arte dell’Università di Stellenbosch, che attirerà seicento ospiti con esibizioni di band locali, illustri testimonial, esposizione delle opere degli studenti e buffet.

L’apprendistato nello studio di Lionel Smith – altro giovane artista sudafricano (1982) con all’attivo mostre personali a Miami, New York, Londra e Hong Kong – segna un promettente inizio del suo percorso professionale.

«Quando ricevetti questa opportunità, non c’era niente che non fossi disposto a fare per imparare il più possibile da quel contesto stimolante: mi andava bene anche lavare i pavimenti».
Attirato dall’obiettivo di poter migliorare la tecnica creativa applicata alla figura umana, si trasferisce da Stellenbosch a Strand.«Seguo una regola, sin dai tempi dell’Università: non andare mai a letto prima di mezzanotte. Lionel fu così gentile e disponibile da permettermi di sviluppare progetti miei in un piccolo angolo dello studio, la sera. Mi impegnai nell’approfondire l’anatomia umana e del cavallo; lui si rendeva disponibile per darmi dei feedback dieci – quindici minuti al giorno».


Adriaan lavora intensamente, senza sosta, spesso anche sino alle tre del mattino. Lionel Smith gli commissiona una figura umana di un metro di altezza. «Mio padre mi diceva sempre “manchi di senso pratico”: ripensavo sovente alle sue parole mentre mi impegnavo in questa complessa realizzazione, la sua apparenza e la forma alla quale invece aspiravo. Realizzai un autoritratto, lottando per tre mesi, la mia prima realizzazione di scultura classica».

Con Figurehead Disposition I partecipa al PPC Young Concrete Sculpture Awards nel 2013, classificandosi al quarto posto; nel corso dell’anno precedente, l’intera serie di nove realizzazioni in bronzo della sua prima scultura viene venduta.
Nel corso del 2013 vince una menzione di merito per una scultura pubblica posizionata nel campus universitario di Stellenbosch. Partecipa ad altre mostre collettive in Sudafrica e continua a perseguire nella ricerca del modello espressivo del realismo classico, innestandolo di personalissimi spunti contemporanei.
In particolare, ispirandosi al processo di corruzione del legno da parte di alcuni funghi parassiti, che ne intaccano la struttura per trarne forza vitale, anche visivamente, facendola apparire gonfia e coperta di scure macchie.
Un processo dovuto probabilmente all’eccesso di acqua riportato all’interno del legno. Adriaan Diedericks associa a questa trasformazione di una materia la metafora del potere.

L’eccesso di acqua nel legno, così come un eccesso di potere nell’uomo, ne contaminano la natura: «Il potere tende a corrompere, e ad un potere assoluto corrisponde un’assoluta corruzione. I grandi uomini sono quasi sempre anche cattivi uomini», diceva John Dalberg-Acton, storico e politico britannico che si occupò anche di studi sul concetto di libertà. Molte delle opere di Adriaan Diedericks si ispirano alla Teoria del Potere di Michel Foucault e alla Dialettica del padrone e del servo di Hegel.
Temi chiaramente ancora molto vivi nella cultura sociale sudafricana, ufficialmente liberata dallo spettro dell’apartheid da soli vent’anni.
«Ciò che mi attira e affascina nella scena dell’arte in senso universale, è la combinazione di elementi finemente rifiniti, con altri dettagli di minore definizione: per questa ragione, sono attirato dalle creazioni del messicano Javier Marin e del mio conterraneo Angus Taylor».
Ma cosa significa ancora, per un giovane scultore nato e formatosi così lontano temporalmente e geograficamente dai luoghi d’elezione della scultura classica, aver scelto questo stile espressivo di rappresentazione della corporeità umana?
«Da ogni mio lavoro, mi lascio ingaggiare a livello percettivo come se si trattasse di un vessillo: a volte lo carico già di un significato, un messaggio subliminale o un’argomentazione. Un semplice cambiamento nella sua postura può radicalmente mutarne l’intero intento concettuale. Solitamente però, non detto mai un significato univoco a una scultura, cerco piuttosto di evocarne molteplici, considerando il corpo come un vessillo di potere e gloria, così come di inevitabile umiliazione. È questo il concetto chiave insito nelle mie opere».

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