Il museo che ancora non c’è in preview a Venezia: il Museo Moscovita dell’Impressionismo russo a Palazzo Franchetti.

Da Pietro I il Grande in poi, sono germogliate sul tronco della cultura russa tendenze artistiche che avevano in comune un evidente desiderio d’Europa e di distacco dal culto della millenaria tradizione di origine soprattutto bizantina, ma pure asiatica, a causa delle numerose invasioni, oltre che, ovviamente, autoctona.
L’attenzione prestata a tali novità dal gran pubblico fu al momento contenuta, fatta eccezione per il Futurismo, il cui manifesto, appena un mese e mezzo dopo l’uscita in anteprima sul Giornale dell’Emilia di Bologna, il 5 febbraio 1909, e a un mese del lancio in grande su Le Figaro il giorno 20, fu pubblicato a San Pietroburgo e ulteriormente ripreso, nel 1913, in occasione del Primo congresso futurista russo (dove tra i firmatari spiccava il nome di Kazimir Malevič).
La ragione del successo stava ovviamente nel carattere rivoluzionario di quelle proposte, in tempi in cui nell’immenso paese sobbolliva ovunque lo spirito di rivolta.
Venezia fa rivivere ora, nell’unica anteprima mondiale, il fenomeno storico della diffusione in Russia, tra Otto e Novecento, di un altro movimento pittorico, la cui cifra stilistica era fatta di freschezza, vivacità, convivialità e sensazioni: l’Impressionismo.

Ne sono protagoniste opere appartenenti a un grande museo non ancora aperto, il Museo dell’Impressionismo russo, che verrà inaugurato a Mosca il prossimo autunno. Provenienti per lo più dalla collezione di Boris Josifovič Mints, imprenditore miliardario nel campo dell’immobiliare e filantropo, comprendono svariati dipinti acquistati sul mercato occidentale, essendo stati esportati nell’era pre-URSS, quando ciò era ancora possibile.

Il futuro complesso museale, che sarà dotato di sala di proiezione e spazi per esposizioni temporanee, non si limiterà, comunque, a tutelare ed esporre la collezione, essendo ben chiara nei programmi operativi la volontà di stimolare, attraverso una serie di tecnologie avanzate (in parte sperimentabili già nella mostra di Venezia), il coinvolgimento di un pubblico di vari livelli conoscitivi, dandogli modo di interagire dinamicamente e di apprendere.
A occhi spalancati è il titolo della rassegna; 13 febbraio – 12 aprile il periodo di apertura, Palazzo Franchetti la sede, cinquanta i capolavori esposti, Yulia Petrova, Silvia Burini e Giuseppe Barbieri i curatori.


Direttrice del Museo moscovita la prima e docenti a Ca’ Foscari gli altri due e membri del Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR), con vari altri incarichi istituzionali.

Nel suo testo in catalogo, Silvia Burini cita il semiologo Boris Andreevi Uspenskij per dire con lui che «non è possibile leggere la storia della cultura russa come un processo di evoluzione naturale e organica», essendo essa «contrassegnata da continui scossoni rivoluzionari».

Alla base di ciò stava il bisogno di superare vincoli antichi ormai scissi dal presente e di cercare un confronto con un’Europa la cui punta di diamante era la Francia dell’Impressionismo, dove ormai era consueto, per gli intellettuali russi, il viaggiare, incontrare, leggere e cercar di dialogare con i colleghi locali. Artisti come Fedor Aleksandrovič Vasil’ev ne captarono i primordi, e il contagio per loro fu immediato; altri, Il’ja Efimovič Repin per esempio, non tardarono a esserne influenzati.
Al loro rientro in patria, non vi fu il seguito di una pronta epidemia francofila, ma specialmente tra gli studenti della Scuola di Pittura, Architettura e Scultura di Mosca le entusiastiche adesioni furono numerose, perché nel loro ambito esisteva già un’aspettativa, risalente a quando, nel 1863, alcuni giovani artisti si erano riuniti a Mosca per creare un polo di influenza artistica in opposizione alla staticità imposta dall’Accademia di San Pietroburgo, capitale dell’Impero e sede dello Zar.

Aiutati da un ricco mercante, Pavel Tret’jakov – il cui nome è eternato dall’insegna del museo che ospita la più grande collezione arte russa esistente al mondo – costituirono la Società dei Pittori Ambulanti (Peredvizniki), il cui proposito era di organizzare mostre itineranti distribuite su territori a perdita d’occhio.
Furono moltissimi, in quell’ambito, i problemi trattati, i progetti operativi e le discussioni accese sui punti di vista delle grandi personalità politiche e letterarie. Influenti e gradite alla pari furono le opzioni di Michail Bakunin per una cultura europea unita, che anticipavano il pensiero dell’avanguardia futurista e ne favorivano la penetrazione tra le classi anche meno privilegiate; e il realismo sociale che si ispirava al pensiero di Lev Tolstoj, lasciandone intendere le possibili compatibilità con le tematiche impressioniste. Le mostre itineranti continuarono a essere realizzate con cadenza quasi annuale fino al 1923, quando la Società chiuse i battenti.
Sul versante contrario procedevano i membri del Mondo dell’Arte (Mir iskusstva, movimento e rivista artistico-letteraria pietroburghese, pubblicata dal 1898 al 1904, la cui figura centrale era Sergej Diaghilev), propensi a seguire le tendenze dell’Art Nouveau (o Jugendstil, Sezessionstil, Liberty…) e meno direttamente del Simbolismo.

In pittura – ricordando però anche l’uguale attenzione prestata all’arte applicata, l’architettura, la grafica,… – ciò significava ispirarsi alla natura, assimilandone gli elementi strutturali, con andamenti pittorici ondulanti e a volte quasi sferzanti. Per strade diverse, insomma, sulle rive del Baltico e al centro del paese la pittura del Novecento procedette seguendo le tendenze europee fine – Ottocento.
Nella considerazione dell’intellettualità occidentale, l’unica a contare finora è stata l’apertura al cubo-futurismo delle avanguardie; ma non nell’ambiente russo.
Questa è l’occasione per parlarne.
A rinforzare i legami tra gli artisti dell’orbita moscovita contribuirono, dal 1874, gli incontri organizzati nella sua tenuta di Abramacevo, nelle vicinanze di Mosca, dall’imprenditore e mecenate Savva Mamontov, con la moglie Elizaveta.


Ne furono frequentatori assidui Il’ja Repin, Vasily Polenov, Konstantin Korovin e Valentin Serov, con la madre musicista Valentina Serova, che furono pure autori di parecchi interventi pittorici, plastici e architettonici sia nella casa, sia negli spazi annessi, dove esiste ancora una chiesa, opera collettiva del gruppo Vasnecov-Polenov-Repin. Più tardi si aggregarono Konstantin Korovin, Michail Vrubel’ e i fratelli Viktor e Apollinarij Vasnecov.
Ad Abramacevo, tuttavia, Savva Mamontov, ben di più che un normale padrone di casa o pater familias, era il deus ex machina, tanto che lo scrittore, regista e teorico teatrale Konstantin Sergeevič Stanislavskij, parlando di lui, sentenziò che «con tutto quanto fa, guida segretamente l’arte». L’impressionismo russo aveva assunto dal modello francese la pittura da cavalletto en plein air e la visione legata allo stato d’animo dell’artista: l’impressione, appunto.


Affermatosi solidamente nei tardi anni Ottanta dell’Ottocento, quando ormai in Francia il Movimento si era dissolto, è andato avanti senza subire mai flessioni: è datata 1973, difatti, l’immagine-guida della mostra, Manifesti sotto la pioggia di Yuri Pimenov. Lo differenzia sostanzialmente il fatto che il suo animo non è cresciuto con il carattere borghese ereditato dagli impressionisti francesi, ma proletario nella forma e nei contenuti: lo si riconosce nella serie senza fine di operai, contadini, attivisti rivoluzionari ed eroi del lavoro (ma anche grandi gerarchi) dipinti da quei pittori nell’era sovietica, per delega dell’Associazione delle Arti della Russia Rivoluzionaria (AKHRR).
Il che spiega pure la scarsità di nature morte e nudi, per non parlare dei soggetti sacri.

Quanto alla diffusione delle opere, è opportuno precisare che dal 1925 al 1990, cioè da Josip Stalin a Michail Gorbaciov, fino all’avvento della Perestroika e lo smembramento dell’Unione Sovietica, nessun privato poteva acquistare e conservare per sé un’opera d’arte, poiché tutto il patrimonio artistico era considerato di esclusiva proprietà dello Stato, il quale in compenso provvedeva al mantenimento degli artisti, al ritiro e alla collocazione delle opere in luoghi pubblici, gallerie statali, musei, case del popolo e abitazioni o uffici dei politici.
Tra gli artisti della mostra – a parte Vrubel’, morto nel 1910 – Polenov, Kustodiev e il maggiore dei fratelli Vasnecov ne sono stati appena sfiorati, essendo scomparsi poco dopo la metà degli anni Venti.
Ma non deve essersene accorto nemmeno Konstantin Korovin (+ 1931), l’autore più famoso della compagine, la cui Corista (1883, non in mostra e non compresa dai contemporanei) è considerata la prima opera realizzata sul modello impressionista.

Ora, è opinione diffusa, e pronunciata con chiarezza in questa circostanza, che il realismo socialista – come interpretato da Aleksandr Gerasimov e Dmitrij Nalbandjan, esponenti di punta – è essenzialmente una derivazione, e l’unica tuttora esistente, dello stile impressionista.

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Ennio Pouchard
Critico d'Arte

Vive e lavora a Treviso. Critico d’arte, collabora a giornali e periodici, ed è curatore di esposizioni d’arte contemporanea. È autore di grafica d’arte e si è anche affermato con lavori di poesia visiva, esposti in Italia e all’estero.