Accrochage, l’esposizione immersa negli spazi di Punta della Dogana, a Venezia, inaugurata il 17 aprile, prosegue fino al 20 novembre 2016. Un’ampia collettiva, curata da Caroline Bourgeois, che presenta settanta lavori di trenta maestri della Pinault Collection. Sono affiancati gli artisti storici della collezione: Pier Paolo Calzolari, Pierre Huyghe, Louise Lawler, Jean-Luc Moulène, Henrik Olesen, Philippe Parreno, Charles Ray, Thomas Schütte e Franz West; e quelli di recente acquisizione: Absalon, Nina Canell, Tacita Dean, Peter Dreher, Fernanda Gomes, On Kawara, Edward Krasinski, Guillaume Leblon, Sol LeWitt, Bernd Lohaus, Goshka Macuga, Fabio Mauri, Prabhavathi Meppayil, Michel Parmentier, Florian Pumhösl, Tino Sehgal, Haim Steinbach, Niele Toroni, Günther Uecker, DeWain Valentine, Cerith Wyn Evans.

Concepito specificamente per la magnificenza e la particolare ariosità di questo luogo, “Accrochage” è un progetto che sottende un nucleo tematico, espresso nella ricerca del vuoto e del suo corollario il pieno, e in uno sguardo prospettico sulla storia dell’arte, passando per un’indagine introspettiva su ogni singolo autore e pezzo. Come dire, soffermiamoci sui perché, oltre che sul cosa. Il titolo stesso lascia piena libertà alle opere, mettendo in primo piano la dialettica con il visitatore, con un invito semplice e immediato: “guardate”. Le opere, da parte loro, incoraggiano l’osservatore a un confronto aperto, immersivo, in uno spazio in cui l’emozione e la sensibilità di ciascuno sono importanti quanto la percezione visiva, la riflessione semantica e l’istintiva ricerca di relazioni tra le opere esposte. Un intreccio da scoprire e da interpretare. Linee guida, come le regola di un gioco, ci spiega la stessa curatrice della mostra, Caroline Bourgeois: «Ho voluto selezionare gruppi significativi di opere che sono la conseguenza di un gesto o di un pensiero minimale e che evocano una ricerca del vuoto o una mise en abîme di un aspetto o di un momento della storia dell’arte. […] Seppur molto diversi, questi lavori sono accomunati da una semplicità, un’apertura che in qualche modo dilata lo spazio dell’altro, dell’osservatore. Con “Accrochage” ho voluto incoraggiare proprio questa libertà». Soffermandosi poi sui singoli lavori emergono altre regole: la prima, la più palese, è la cromia che lega i pezzi esposti, molti dei quali hanno in comune il bianco, colore di cui sono direttamente intrisi, o che evocano per contrasto.

 

La seconda, più sotterranea, è la convergenza verso una stessa direzione, punti cardini di un percorso di rifrazioni e consapevolezze che infondono il gusto di intrecciare relazioni e di cogliere affinità elettive. “Accrochage” mette in dialogo gli artisti e le opere in un frangente narrativo interno, oltre che espositivo. Passa in questa rete di sensi e significati la figura umana, quella del Young Man (2012) di Charles Ray (nato nel 1953 a Chicago), nella sua essenza d’acciaio, nel suo equilibrio tra staticità e idea del movimento, nel suo accennare un passo, uno sguardo in avanti.

E tra i segni più chiari della presenza dell’umano e della storia si collocano i due arazzi di Goshka Macuga (nata nel 1967 a Varsavia), a partire da due foto in b/n, Of what is, that it is, that is not 1 e 2 (2012), un dittico volto a mettere in dialogo mondi contrapposti: le rovine del palazzo di Darulaman a Kabul e i giardini dell’Orangerie di Kassel. Entra nel sacro, e più nello specifico in quello rappresentato dalle pale d’altare, l’installazione Senza titolo (Materassi) realizzata nel 1970 da Paolo Calzolari (nato del 1943 a Bologna), figura emblematica del movimento dell’Arte Povera italiana. Religiosità e densità filosofica emergono dalla verticalità e dal posizionamento innaturale dell’oggetto materasso, appeso anziché disteso, dal suo biancore confortante, e dalla sua quieta serialità.

Nel novero della modalità seriale, o se vogliamo del tema con variazioni, è Tag um Tag guter Tag, opera di Peter Dreher (nato nel 1932 a Mannheim) iniziata nel 1974 e che conta oggi oltre cinquemila pezzi. Tema la raffigurazione di un bicchiere d’acqua su un tavolo, tra pieno e vuoto, ridipinto quotidianamente, e perciò dotato di graduali varianti, un’esplorazione nel viaggio esistenziale, giorno dopo giorno, alla ricerca delle molteplici declinazioni tra luce e trasparenza, e in sostanza alla ricerca di un continuo oltre. Cambiando stanza si incontra un invasore della quotidianità, lo schermo televisivo (oggi ancora in gara con il monitor del computer), e di tale invasione racconta il lavoro di Fabio Mauri (originario di Roma, 1926-2009). Maestro dell’avanguardia italiana degli anni Sessanta, con Schermi Mauri traduce (e riduce) la nuova “forma simbolica” del mondo, il segno della nostra civiltà multimediale.

Dall’altra parte dell’Oceano, Sol LeWitt (nativo di Hartford, nel Connecticut, 1928-2007) affida il compito di sintetizzare il senso della vita ai suoi Wall Drawing #343, forme geometriche realizzate in situ, disegnate a partire dal bianco che ricopre il nero delle pareti, e dal quale emergono le figure primarie della geometria.

L’attenzione alla forma riecheggia anche in un altro movimento artistico degli anni Settanta, lo sguardo al “livello zero dell’arte”, ed è uno degli esponenti del Gruppo Zero, Günther Uecker (nato nel 1930 a Wendorf), l’autore degli otto Weiße Bilders [Quadri bianchi], realizzati negli anni Ottanta, coinvolgendo materie come chiodi o lame di rasoio entro la proprio semplicità formale e purezza spirituale. Altra epifania del bianco emerge nel gruppo delle quattro sculture di Franz West (Vienna, 1947-2012) intitolate Lemurenkopfe [teste di Lemuri, 1992]: cartapesta e gesso per volti fantomatici che rimandano alla mitologia e mettono in scena una rappresentazione spettrale dell’io, e dei suoi perché.

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