Dal 13 marzo al 21 giugno 2015 Bergamo celebra Palma Il vecchio con la prima antologica a lui dedicata nelle sale della GAMeC.

Bergamo, ceduta dal Ducato di Milano alla Serenissima Repubblica nel 1428, ritornava ex lege, con la Pace di Lodi, sotto la protezione di Venezia nel 1454, dopo alterne vicende belliche.

Crebbero da allora le relazioni economiche e culturali tra la città orobica e la capitale lagunare, che verso lo scadere del secolo, nell’ambito della produzione artistica, portarono alla migrazione di diversi giovani pittori a Venezia, attratti dall’affermazione delle botteghe dei maestri Vivarini, Bellini, Carpaccio e Cima da Conegliano.

Tra loro Jacopo Negretti, originario di Serina, località della Val Brembana, che vi si trasferì dopo un primo apprendistato in patria, probabilmente ventenne, considerando che negli archivi della Scuola Grande di San Marco a Venezia la sua morte improvvisa (forse di febbre tifoide) è registrata al 30 luglio 1528 e che il Vasari lo dichiara deceduto all’età di quarantotto anni.

Nel testamento steso due anni prima si era firmato “Iac de Antonio Negreti depentor”, ma tutti lo chiamavano Palma, pseudonimo di cui non si conoscono le origini, al quale nel 1584 Raffaello Borghini, rammentandone le opere nel Riposo, aggiunse l’appellativo “il Vecchio” per distinguerlo dal pronipote. Gli studi su questo artista, nel corso del Novecento, hanno avuto un ampio sviluppo, ma mai gli è stata dedicata una mostra antologica. A celebrarlo ora è Bergamo con l’esposizione Palma il Vecchio, lo sguardo della bellezza, a cura di Giovanni C. F. Villa, nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, che riunisce dipinti provenienti dalle maggiori collezioni pubbliche e private d’Europa e degli Stati Uniti, alcuni restaurati per l’occasione.

TRA LE OPERE IN MOSTRA

Sulla sua formazione si possono formulare solo ipotesi e, per la mancanza di datazione e firma su tavole e tele, è su basi stilistiche che oggi si torna a considerare il catalogo e la cronologia dei lavori realizzati per lo più a Venezia, città che egli elesse a residenza, allontanandosene solo per visitare il parentado e tenere contatti con amici, conoscenti e compratori bergamaschi.

Un primo riconoscimento della sua maestria è confermato dall’iscrizione nel 1513 alla Scuola Grande di San Marco e dall’incarico di realizzare, nell’anno seguente, la pala dell’Ascensione per la Scuola di Santa Maria Maggiore (custodita alle Gallerie dell’Accademia), che elaborò in una serena visione dell’evento, con una concezione spaziale di armoniosa sequenza dei piani prospettici.
Degli artisti emergenti all’epoca, Giorgione era morto di peste nel 1510, l’anno dopo Sebastiano del Piombo decideva di trasferirsi definitivamente a Roma, Lorenzo Lotto aveva già scelto altri lidi, mentre Tiziano preferiva rinunciare all’invito di Leone X mirando a diventare il pittore ufficiale della Serenissima. Palma intanto si faceva apprezzare congiungendo in un proprio linguaggio la quieta emozionalità del maturo Giovanni Bellini con la luce atmosferica del Cima e la naturalezza di Giorgione, avviandosi a diventare un comprimario della nuova estetica: la maniera moderna.
Presso patrizi, collezionisti e intellettuali andava infatti aumentando la richiesta delle sue mezze figure muliebri, databili dal 1515 al 1525: si trattava di un modello di donna dalla bellezza rigogliosa, con la pelle liscia e morbida, i folti capelli biondastri ben acconciati e, garbatamente atteggiata, avvolta in fastose e lucenti vesti seriche, o più tardi semplicemente abbigliata con camicia e scialle.

La Bella, capolavoro conservato al Thyssen-Bornemisza di Madrid, e la Dama in blu di Vienna, sono esempi di una femminilità trionfante nel Rinascimento maturo, e più che riferirsi a un ideale classico sembrano richiamare simbolicamente la donna cortese glorificata da Boccaccio.

Modello più audacemente caratterizzato dalle procaci nude rotondità nel Bagno delle ninfe di Vienna. In queste sue “belle” c’è la cifra di una grazia che si riversava persino nell’espressione del volto di Giuditta con la testa di Oloferne e pure nei ritratti virili, qual è quello dell’Uomo coi guanti dell’Ermitage.

Dipinte in parallelo erano le idilliache sacre conversazioni, ambientate in vedute poetiche riconducibili alle valli bergamasche, con l’elevarsi dei campanili e il profilarsi delle montagne: raffigurazioni di incontri amicali, con la Vergine che, affettuosa, tiene sulle ginocchia un divino Infante di toccante umana carnalità. Nell’esemplare Madonna col Bambino tra i santi Maria Maddalena, Giovanni Battista e Caterina e il committente (circa 1515, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza) la natura è lussureggiante, il modellato appare soffice, i colori brillano, la luce illumina gli incarnati e a impreziosire la scena sono i dettagli: dai bordi ricamati delle vesti alle perle tra i capelli delle sue “belle” sante, placidamente assorte nell’ammirare il Bimbo. Singolare qui il contrasto tra la postura manieristica del Battista e la compostezza del committente dal manto nero, umilmente inginocchiato.

Il paesaggio, che da coreografico sfondo è mutato in contesto del racconto, più tardi – vedi l’Incontro di Giacobbe e Rachele di Dresda – anticiperà le gremite ambientazioni campestri dei Bassano.
Il tono pacato, la nobile sensibilità di quelle sacre narrazioni incontrò il plauso dei mecenati e il gusto degli ecclesiastici, fruttandogli richieste di pale d’altare sia per importanti chiese veneziane – ne è un esempio il Polittico di Santa Barbara che per la prima volta esce da Santa Maria Formosa – sia per parrocchiali dei suoi luoghi d’origine.

POSTILLE

Fu un successo dovuto in parte alle assenze da Venezia di Tiziano, di cui peraltro Palma seppe tradurre a suo modo l’accensione sontuosa del colore. Inventari dei suoi beni e atti di acquisto di poderi nell’entroterra veneto e nelle zone d’origine attestano il suo status di benestante.
Si apprende che abitava in una casa spaziosa, con annessa bottega affacciata sul canale, dove conduceva una vita agiata; che aveva alte frequentazioni ed era persona ospitale e generosa verso parenti, amici e conoscenti.
A rivelare quanto egli fosse stimato sono gli incartamenti posteriori: nella stesura di vari passaggi ereditari di lasciti dei suoi committenti, difatti, è manifestato il rammarico di non aver potuto ottenere da lui “molte pitture”, a causa della sua dipartita nel pieno fervore dell’attività, ma sappiamo anche che la sua era una pittura lenta, fatta di continui ritocchi di perfezionamento.
Marco Boschini, descrivendo nella Carta del navegar pitoresco (1660) le bellezze della pittura veneziana, dice del Palma: «Questo singolar Pittore ha avuto un tocco di pennello d’esquisita finitezza, unito a morbidezza di colorito, di vera carne naturale, che si può dire con verità che niuno abbia unita la diligenza e la tenerezza com’egli che fu unico Maestro».
E due secoli dopo, nel 1871, Crowe e Cavalcaselle, nella loro fondamentale History of Painting in North Italy, scriveranno che egli «divise con Giorgione e Tiziano l’onore di modernizzare e rigenerare l’arte veneziana».

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Elsa Dezuanni
Storica dell'Arte

Vive e lavora a Treviso. Storica dell’arte, ha pubblicato vari studi su Lorenzo Lotto. Da diversi anni è curatrice di cataloghi e mostre d'arte contemporanea presso musei civici. Giornalista, scrive di critica d'arte in riviste di settore e quotidiani.