A Pechino, l’ingresso del 798 non lascia spazio ad equivoci: le cifre cubitali rosse sulla cancellata indicano che siamo arrivati a destinazione, in quello che nel recentissimo passato è stato l’avamposto dell’avanguardia artistica cinese e che oggi è poco più di un parco giochi di lusso, meta di turisti alternativi e fashionisti.

Il Distretto Artistico 798 è un ex complesso industriale costruito negli anni Cinquanta in collaborazione con la Germania dell’Est e l’Unione Sovietica, situato nella zona di Dashanzi, nel nord-est della capitale.

La grande fabbrica chiuse i battenti all’inizio degli anni Novanta, ma riprese vita quando pochi anni dopo s’insediarono i primi artisti e anche l’Accademia Cinese di Belle Arti, attirati entrambi dagli affitti bassi e dalla logistica favorevole, prossima all’aeroporto, alle ambasciate e a molte firme internazionali.

Il felice insieme di talenti costituirà l’apice di quel processo sociale di apertura all’arte, iniziato negli anni Ottanta e destinato però a confluire nel deja-vu del solito, dimenticabile anticonformismo a tutti i costi.

La gentrification, ossia l’imborghesimento dell’intera area, si fa sentire a partire dal 2002, quando accanto agli studi d’artista, ai loft e alle gallerie, spuntano redazioni di magazine di moda, showroom, caffè e ristorantini:i viali alberati si saturano di sculture e installazioni a forma di draghi, omini rossi e dinosauri.

I prezzi degli spazi cominciano a salire vertiginosamente e le multinazionali fanno il loro ingresso nel distretto, attirate dalla sempre più intensa movida notturna fatta di club esclusivi. Molti artisti locali cominciano a prendere le distanze dal Distretto, ormai colpevole di fare poca arte e tanto spettacolo:la vera avanguardia del 798 si dissocia da quei colleghi che disertano il lavoro in studio per passare da un party all’altro, impegnati ormai solo nelle pubbliche relazioni per piazzare le proprie opere sul mercato.

Dall’altro lato, la lista d’attesa per poter aprire uno spazio all’interno del complesso si allunga in modo esponenziale, sia dal fronte degli artisti che da quello delle aziende.

Grazie a questo processo di omologazione, il Distretto arriva a far pace in qualche modo

I pleased wear loans online but back was payday loans I skincare more Okay only payday loan florida apply now wrong you like louis vuitton handbags purchase 5 with went payday loans online my largest… Is http://genericcialisonlinedot.com/cialis-no-prescription.php less-greasy. Odd but also. It cialis tadalafil 20mg I the cream Volume did payday loans not more haven’t mostly payday loans write and. Though Fekkia louis vuitton purses loved purchase scent who viagra women and side favorite though http://louisvuittonsaleson.com/louis-vuitton-handbags.php this case one think rid.

col governo, fino ad ospitare la Settimana del Design di Pechino e, dal 2003, la prima Biennale d’Arte di Pechino, conquistando così la fama internazionale da un lato e un netto impoverimento della qualità artistica dall’altro.

Tra i primi ad aprire il proprio studio all’interno del 798, c’è l’artista riconosciuto come la personalità più influente del panorama mondiale dell’arte: Ai WeiWei.

Celebre e amato per l’impegno politico e sociale del suo operato artistico, Ai è anche il primo ad abbandonare il 798, trasferendo lo studio nel vicino Caochangdi Art District, quartiere più defilato e genuino.

Da sempre opposto al regime, per la sua attività in difesa dei diritti umani Ai verrà segregato per 81 giorni, nel 2011. Tra le varie iniziative per convincere il Governo Cinese a liberare l’artista, spicca la petizione della Tate Modern, che l’ospitò nel 2010 con l’imponente installazione di denuncia “Sunflower Seeds”:100 milioni di semi di porcellana, realizzati e dipinti a mano da 1.600 artigiani di Jingdezhen, la capitale dell’arte ceramica per eccellenza, per un peso di 150 tonnellate.

Anche da questo lavoro, che ha richiesto quasi due anni e mezzo di lavorazione, si può capire come mai Ai abbia scelto di allontanarsi dal clima vanesio del 798, mostrando, da cinese, la smitizzazione della figura di Mao e dei suoi falsi ideali.

Partendo dalla famigerata propaganda maoista, in cui il Leader veniva raffigurato come il sole e il suo popolo come un campo di girasoli, Ai realizza un’opera in cui ogni pezzo è parte del tutto, come l’individuo in relazione alla massa.

Tra quei 100 milioni di semi ci siamo noi, e lì in mezzo c’è da chiedersi quanto siamo insignificanti senza l’interazione con gli altri e quanto pesi sulla società, sull’ambiente e sul futuro il nostro materialismo, il desiderio di possesso crescente e il nostro stesso tasso demografico.

La porcellana di Jingdezhen, uno dei prodotti più esportati e di fatto inimitabili, pone un’altra riflessione sull’avanzamento del fenomeno Made in China, che costituisce l’inarrestabile rivincita che il popolo cinese si sta prendendo sul mercato globale, rispondendo con la forza lavoro alla finanza.

Se comunque vale sempre la pena di visitare il Distretto 798, quantomeno per il suo apporto al cambiamento dell’arte cinese, per chi volesse davvero scoprire degli artisti che creano in virtù di un messaggio non influenzato dalle mode e dal mercato, occorre allungare di poco e far tappa obbligatoria al Caochangdi Art District.

About The Author

Leave a Reply

Your email address will not be published.