Il tema della 56° Biennale di Venezia è All the World’s Future, l’arte quale strumento che concorre a capire ansie sociali, tensioni politiche e desideri utopici allo scopo di portare la riflessione sulla coscienza dello stato e dell’apparenza delle cose.

Oggi più che mai, le espressioni dell’arte, in ogni loro dominio, prendono significato dall’interazione degli artisti con le inquietanti realtà del nostro tempo: ne è convinto Okwui Enwezor, direttore della LVI Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Nato in Nigeria nel 1963, dal 2011 dirige la Haus der Kunst di Monaco di Baviera, ha curato numerose mostre ed è stato direttore artistico di manifestazioni internazionali: dalla seconda Johannesburg Biennale a Documenta 11 di Kassel, la Bienal Internacional de Arte Contemporáneo de Sevilla (Biacs 2006-2007), la settima Gwangju Biennale in Sud Corea e nel 2012 la Triennal d’Art Contemporaine di Parigi. Critico d’arte, giornalista, poeta, scrittore, accademico, il suo interesse percorre i vari linguaggi creativi del XX e XXI secolo, con approfondimenti sulle nuove tendenze mondiali e una particolare attenzione all’architettura e l’urbanistica delle città africane postcoloniali.

Richiamando un quadro di Paul Klee, l’Angelus Novus del 1920, acquistato l’anno dopo dal filosofo tedesco Walter Benjamin che l’ha letto come metafora di una tempesta in cui le tragedie del passato diventano alla fine l’humus per costruire il futuro, Enwezor ha identificato la Biennale, fin dalla sua nascita nel 1895, quale punto di confluenza dei mutamenti sociopolitici, economici e tecnologici culturalmente riflessi nelle svolte radicali dell’arte.

Alla luce dell’attuale panorama mondiale marcato da guerre, terrorismo, crisi economica e disgrazie umanitarie, consumate nelle terre di confine e nei mari e nei deserti, con aumento febbrile del disagio di vivere e dell’incertezza del domani, Enwezor ha chiesto agli artisti di ogni disciplina di indagare tali verità e determinare una significante correlazione con l’arte. Per questa orchestrazione ha scelto il titolo All the World’s Futures, che non è un tema a senso unico, bensì un viaggio ramificato su differenti testimonianze, che egli definisce “Filtri”, allo scopo di portare la riflessione sulla coscienza dello “stato delle cose” e “apparenza delle cose”, attraverso un’analisi del rapporto tra arte, uomo e storia, in ogni tempo e luogo. Questo numero della rivista esce concomitante all’apertura della Biennale veneziana, tracciamo quindi una ristretta panoramica con riserva di ampliamenti futuri.

UN’ARTE MILITANTE

Nei padiglioni degli storici Giardini napoleonici, in quelli dell’Arsenale e in varie sedi della città 136 artisti (provenienti da 89 paesi, con 5 new entry: Grenada, Mauritius, Mongolia, Repubblica del Mozambico, Repubblica delle Seychelles) prospettano l’arte quale strumento che concorre a capire ansie sociali, tensioni politiche e desideri utopici con opere esistenti ed eloquenti in tal senso e altre 159 realizzate per l’occasione. Inoltre sono 44 gli eventi collaterali ufficialmente ammessi, promossi da enti e istituzioni internazionali.

Enwezor ha dichiarato che il taglio divulgativo di questa edizione fa riferimento a quella del 1974, esplicitamente concepita contro il colpo di stato in Cile che ha deposto Allende; questo spiega la decisa connotazione politica da lui voluta e la consistente presenza di artisti africani, sudamericani e asiatici chiamati ad attestare un’arte militante.

Tra costoro, all’Arsenale la dissidente cubana Tania Bruguera (Havana 1968), arrestata in patria per le sue performance pubbliche, denuncia nella video-installazione Untitled la “cecità” che c’è stata in ambito internazionale rispetto alle condizioni di vita dei cubani sotto il regime castrista; e alle Corderie l’afro-americano Theaster Gates (Chicago 1973), fautore di progetti di sviluppo nei quartieri poveri della sua città e autore di sculture che rinviano alle lotte per i diritti civili ai neri e agli immigrati, con l’installazione Martyr Construction porta l’attenzione allo smantellamento e scomparsa in tutti gli Stati Uniti di parecchie chiese dei quartieri con etnie afroamericane e ispaniche.

Ai Giardini cuore del Padiglione Centrale è l’Arena, spazio multimediale creato dall’architetto ghanese-britannico David Adjaye, in cui domina il rosso, con gradoni da anfiteatro su cui sedere, pianoforti nel mezzo e schermi al plasma alle pareti. Funziona da oratorio profano, dove per quasi sette mesi la preghiera diventa la lettura senza interruzione, dalla viva voce di alterni speaker, dei quattro libri del Capitale di Karl Marx, interpretato come un testo drammaturgico sotto la regia di Isaac Julien, artista e regista. Secondo Enwezor il Capitale, che ha focalizzato i meccanismi strutturali del capitalismo, rimasti sostanzialmente immutati, è una chiave per chiarirne le sue odierne declinazioni in un mondo globalizzato. Mentre echeggiano le parole di Marx, si susseguono on live azioni interagenti con il testo: musica classica, contemporanea e d’avanguardia, canti e performance che da qui si sviluppano in un continuum dai Giardini all’Arsenale lungo la congiungente via Garibaldi animata dalle esibizioni del francese Saâdane Afif (Vendôme 1970).

DAL PASSATO AL PRESENTE

All the World’s Futures comprende anche sintetiche rassegne antologiche di artisti viventi e di altri scomparsi.

Facciamo qualche nome zigzagando nel solito tour de force che tocca ai visitatori: di Bruce Nauman i neon testuali del periodo 1972-1984; del regista tedesco Harun Farocki, maestro della critica delle immagini mancato l’anno scorso, un atlante dei suoi 87 film; del fotografo americano Walker Evans un set completo tratto dall’edizione originale di Let Us Now Praise Famous Men, con le foto scattate nel 1941 che documentano l’indigenza delle famiglie contadine nel sud degli Stati Uniti.

L’elenco delle presenze è lungo.

Dalle figure capovolte di Georg Baselitz allo scultore-compositore Terry Adkins con il suo Darkwater Record, che con il busto di Mao collocato su una pila di registratori fa riferimento ai rapporti internazionali di William E.B. Du Bois, storico, saggista, editore, poeta e mitico attivista politico in favore dell’uguaglianza, il primo afroamericano a laurearsi a Harvard nel 1895.

Teresa Burga, ottantenne artista concettuale, che ha vissuto la dittatura militare in Perù, polemizza col suo lavoro del 2012, Fuerzas Operaciones Especiales, sul discutibile utilizzo delle unità americane militari autonome, i cosiddetti Berretti Verdi, spedite in zone di guerra (già nel Vietnam e in qua nei giorni in Bosnia, Kosovo, Irak, Afghanistan…); e Monica Bonvicini con sferzante pensiero concentra in Latent Combustion, del 2015, una sintesi simbolica dei conflitti che affliggono l’umanità.

Meditazioni che nel percorso troviamo evocate nella potenza espressiva dei ritratti della sudafricana Marlene Dumas; nei fantastici e sconvolgenti volti tecno-zoo-fitomorfi della keniota Wangechi Mutu; nella bruciante metafora delle foto di Adrian Piper. Più soft la realizzazione della Macchina per fissare acquerelli, opera in movimento dell’indimenticabile Fabio Mauri, “turista di tutte le arti possibili” secondo Lea Vergine. Toccante la rappresentazione del monumento concettuale Animitas del francese Christian Boltanski che sta nel deserto cileno di Acatama: centinaia di campane giapponesi innalzate come fiori su esili steli, che il vento fa suonare, poetico incrocio tra cimitero e giardino, tra commemorazione dei morti e inno alla vita.

Finalmente, tra i tanti angoscianti rimandi aprono alla speranza le coloratissime quattro grandi tele Earth’s creation dell’aborigena australiana Emily Kame Kngwerreye.

Nella raccolta delle disparate pratiche artistiche non meritano distrazione le produzioni video e cinematografiche del collettivo Abounaddara, nato nel 2010, anonimo per sfuggire alla censura, composto di cineasti siriani che autoproducono on line film estemporanei sulla loro terra straziata dalla guerra; né le fotografie e gli audiovisivi dell’organizzazione nigeriana The Invisible Borders Trans-African Project, fondata nel 2009, che documentano il recente quotidiano scenario africano.

All the World’s Futures è dunque un pluralistico allargamento di voci, nel dialettico spazio globale della Biennale, che il presidente Paolo Baratta ha definito “un Parlamento di varia e intensa vitalità”, fiducioso che il risultato confermi l’intenzione di Enwezor di “offrire al mondo una cassa di risonanza del mondo”.

56ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Giardini – Arsenale, 9 maggio – 22 novembre 2015

Orario: 10-18 (Arsenale: venerdì e sabato fino al 26 settembre: 10-20)

Chiuso il lunedì (escluso lunedì 16 novembre 2015)

About The Author

Elsa Dezuanni
Storica dell'Arte

Vive e lavora a Treviso. Storica dell’arte, ha pubblicato vari studi su Lorenzo Lotto. Da diversi anni è curatrice di cataloghi e mostre d'arte contemporanea presso musei civici. Giornalista, scrive di critica d'arte in riviste di settore e quotidiani.